La storia del samovar di mia madre

ridopoco:

(Questa storia ce l’ha raccontata Karin il 27 gennaio 2011 su friendfeed. Avevamo tutti gli occhi lucidi.)

Questa storia comincia tanti anni fa, nel cuore dell’Europa più fredda, in un posto chiamato Lettonia.
Il protagonista è un giovane operaio di nome Chanoch Lobovitz. La sua vita non è facile, il suo lavoro in una fabbrica di fiammiferi è duro e la Lettonia non è certo Disneyland. Ma Chanoch ha dalla sua l’amore per la giovane Cerna, con cui spera di convolare presto a nozze.

Scoppia una guerra. Una guerra grossa. E cominciano a girare strane voci su quello che succede agli ebrei nei Paesi occupati dalla Germania. Nel 1941 la Germania dà il via all’Operazione Barbarossa durante la quale occupa la Lettonia.

Chanoch, Cerna e le loro famiglie vengono scaraventati in un incubo. Un incubo fatto di fili spinati, camini, scarpe di legno, neve, malattia e morte.
Chanoch sopravvive all’incubo. Quando la guerra finisce, è un uomo distrutto, minato per sempre nella psiche. Dormirà con la luce accesa per tutto il resto della sua vita.

Chanoch non ha più nulla, se non la speranza di riabbracciare i suoi cari. Grande è la sua gioia quando ritrova Cerna, l’amore della sua vita. Ma per gli altri, deve ben presto rassegnarsi. I suoi fratelli, le sue sorelle, genitori, zii, cugini. Non è rimasto nessuno. Anche Cerna è rimasta sola.

La coppia decide di ricominciare da un’altra parte. Di abbandonare la civile Europa che li ha traditi e partire per una terra dove, pare, stia per nascere una patria per gli ebrei. Mentre aspettano il visto per la Palestina, si sposano e nel 1948 nasce Mendel. L’ultimo Lobovitz a nascere in Europa.
Cerna e Chanoch arrivano in Israele. Sono poveri ma si rimboccano le maniche. Vivono in una baracca. Nel 1950 nasce Chavah e tre anni dopo Masha. 

I figli crescono. Nel 1966 Mendel ha diciotto anni e presta il servizio militare a Haifa. Qui incontra una signora lettone, una vecchia amica di famiglia dei Lobovitz. Va a trovarla spesso e Chanoch le manda sempre i suoi saluti. La signora tra l’altro si reca spesso in Lettonia, a Riga, dove vivono alcuni suoi parenti.
Gli anni passano, il servizio militare è lungo (tre anni) ma anche dopo, Mendel rimane in contatto con la signora. Quando passa da Haifa, va sempre a trovarla.

Nel 1970, Mendel va a prendere un caffè dalla signora e a un certo punto, con il tono più naturale del mondo, costei gli dice:

(suspence)

“Ah ma lo sai caro Mendel che in tutti questi anni mi sono dimenticata di dirti che IL FRATELLO DI TUO PADRE, TUO ZIO, E’ VIVO E VEGETO IN LETTONIA E ANCHE LUI E’ CONVINTO CHE TUO PADRE SIA MORTO AH AH PENSA CHE STORIA!”

Mendel resiste alla tentazione di strozzare quella stronza. Corre da suo padre, a Yavneh (certe notizie non è il caso di darle per telefono, anche perché come vi ho detto Chanoch non era tanto stabile con la testa, poveretto) e gli dà la notizia. Suo fratello è vivo.

Chanoch non riesce a crederci. Contatta ambasciate, uffici, l’Agenzia Ebraica, finché non trova l’indirizzo di suo fratello. Gli scrive. Le cose a Riga non vanno benissimo. Chanoch risparmia sulle magre finanze familiari e riesce a pagare a suo fratello il viaggio per Israele.

L’incontro avviene all’aeroporto Ben Gurion, a Tel Aviv. I due fratelli si abbracciano dopo trent’anni.
Anche il fratello di Chanoch ha risparmiato e ha comprato al fratello un regalo. Con le lacrime agli occhi, consegna nelle mani tremanti di Chanoch un bellissimo samovar.

Dopo alcuni giorni, i due fratelli si salutano nuovamente. Rimangono in contatto, Chanoch ogni tanto manda pacchi di derrate alimentari in Lettonia quando l’inverno è particolarmente duro e avaro. Chanoch purtroppo muore pochi anni dopo, nel 1976.

Il samovar rimane nel salotto di Cerna, che rimasta vedova si è trasferita a Rehovot, fino al 1987, quando muore anche lei. A quel punto, il samovar torna in Europa, per la precisione in Italia, dove Chava nel frattempo si è trasferita perché si è innamorata di un goy e ci ha fatto una figlia.

Il samovar è ancora lì, nel salotto di Chava. E un giorno, tra cent’anni come si suol dire, verrà trasferito a casa della figlia di Chava, Karin, che nel frattempo ha questa storia da raccontare.

editato da Fonte: friendfeed.com

99lions:

Photographer Lalage Snow’s powerful series of triptychs titled “We Are The Not Dead”shows the transformations of faces of servicemen before, during and after their deployment to Afghanistan. 

There is a psychological aspect to enduring great strife amidst combat that is evident through the eyes of Snow’s subjects. Each portrait reflects a physical and mental state.

unoetrino:

madonnaliberaprofessionista:

ze-violet:

itcouldbeworseitcouldberaining:

marikabortolami:

nessuno è salvo

-Buongiorno, è la questura? Vorrei il mio passaporto subito per questo motivo-

-l’abbiamo inviato in questo istante, attenda 10 minuti e una volante glielo porterà con un biglietto omaggio, buon espatrio e scusi ancora-

attenzione: la visione di questo filmato è sconsigliata a minori, donne incinte, malati di cuore e di mente, deboli di stomaco e paurosi.

Vi prego datemelo.

Lui, un affettatrice ed io in una stanzetta.

Non chiedo molto.

NO MA COSA STA SUCCEDENDO

Verdi si sta rigirando nella tomba così tanto che se gli si attacca un generatore ci s’illumina mezza italia. Comunque il conte Mascetti, il Perozzi, il Melandri e il Necchi, avrebbero apprezzato.