Durante la guerra fredda i propagandisti occidentali coniarono un’immagine assai efficace per descrivere la dittatura materiale e ideologica cui erano sottoposti i paesi del Patto di Varsavia: “socialismo reale” fu chiamata. Termine di straordinaria comunicativa perché diceva tutto senza dire: di fronte alle promesse di un “radioso sol dell’avvenire”, nella sua realtà attuale e quotidiana il socialismo era solo sorveglianza del Kgb o della Stasi, penuria materiale, censura, file davanti ai negozi di generi di prima necessità, oppressione totale (o totalitaria) sotto un tallone nello stesso tempo poliziesco e ideologico (un pensiero unico sovietico diremmo oggi). Quel che caratterizzava il socialismo reale era che non potevi sfuggire, non potevi andartene, non potevi né cambiarlo, né ricusarlo. Ci pensavano i carri armati dei “paesi fratelli” a ricordarlo. Una volta spazzato via il socialismo reale e delegittimato il socialismo immaginato, l’ironia della storia vuole che oggi ci accorgiamo di vivere nel “capitalismo reale”. Anche noi siamo topi in gabbia che non possiamo sfuggire né allo spread né agli interessi del debito; anche per noi non c’è rifugio per quanto lontano dove non ci raggiungano gli esattori del nostro debito: ci rincorrerebbero anche su Marte. Anche noi dobbiamo vivere nella penuria: i greci anziani devono privarsi della sanità e gli spagnoli giovani del lavoro, per ottemperare agli ordini dei nostri “banchieri fratelli”, cui per imporre i diktat non servono più carri armati, ma ispettori finanziari. Anche noi siamo strangolati dall’ideologia.
Ed è straordinario come tutti facciano finta di credere all’idea che l’austerità serva a qualcosa mentre invece è solo la corda a cui impiccarci.