L’ottuso moralismo islamico dell’AKP, bigotto e giustamente paragonato alla Democrazia Cristiana dei bei tempi, con il passare degli anni e l’aumentare della presa del partito sulle istituzioni, si è tradotto leggi repressive e moralisteggianti che ai turchi non sono piaciute per niente. All’indomani degli scontri per gli alberi era già in agenda una manifestazione nazionale contro la nuova legge sugli alcolici, che secondo l’AKP è mutuata dai paesi scandinavi, ma che i turchi hanno preso come come un tentativo di guerra santa. A testimoniare un discreto attivismo “islamico” a tutti i livelli, ci sono poi casi come quello dell’azienda dei trasporti di Ankara, che ha invitato i passeggeri a tenere “comportamenti morali” su mezzi e nelle stazioni. […]
Questo di Erdogan è il terzo mandato consecutivo e in ogni elezione l’AKP ha preso sempre di più, arrivando nel 2011 a sfiorare il 50% e portando in parlamento appena 3 parlamentari in meno di quelli sufficienti a modificare la costituzione scritta dai militari da solo, impresa finora andata a vuoto perché tra i cultori della laicità dello stato e gli islamisti non si sa come finirebbe. La de-militarizzione del paese tuttavia è stata relativa, perché Erdogan non è ancora riuscito a risolvere il problema curdo e anche perché ai confini si sono presentati problemi come la guerra in Iraq e ora guerra civile siriana. I tentativi di Erdogan di soddisfare i nazionalisti, cercando al contempo di porsi inutilmente come faro di una buona parte dei paesi musulmani, non si sono rivelati più fecondi della scelta d’intervenire nel conflitto siriano, peraltro in un evidente tandem con il Qatar che non sembra riscuotere l’entusiasmo del Dipartimento di Stato. Se però l’astenersi dalla guerra in Iraq aveva incontrato il consenso popolare, non così è stato per il conflitto siriano, che alla Turchia costa molto e che ha già provocato un robusto afflusso di profughi. Saldamente atlantista, europeista e allo stesso tempo musulmano, asiatico e mediorientale, Erdogan ha giocato a lungo il ruolo del protagonista virtuoso ponendo il peso del suo paese su tutti i tavoli, ottenendo molto credito, ma pochi successi e finendo a gioco lungo per scontentare molti di quanti lo hanno sostenuto in passato. […]
[I] turchi che sono stati la carne e il motore dello sviluppo del paese, che sono emigrati, hanno studiato, vivono nella modernità e in pieno Occidente e sono i protagonisti di una società nella quale l’Islam dei veli e delle proibizioni assurde è minoritario. In Turchia ci sono predicatori “islamici” come Adnan Oktar, stella del creazionismo musulmano che appare in televisione con una scorta di panterone pitonate senza che per questo nessuno pensi di tagliare loro la gola. L’AKP deve ancora battersi per la libertà per le islamiche di portare il velo all’università e non viceversa ed è quindi a un discreta distanza da una società accettabilmente “islamica” per i suoi standard, che ovviamente cerca di colmare non appena appare possibile e praticabile, proprio come quando si può godere di una robusta maggioranza in parlamento.
La mancata riforma delle leggi estremamente repressive in vigore fin dai tempi della dittatura, anche grazie alla resistenza dei nazionalisti, per i quali ad esempio resta un bastione la difesa dell’articolo che punisce l’offesa alla “turchità”, particolarmente insidioso per chi critica il governo o il paese, offre strumenti straordinari al potere. […]
Solo il tempo dirà se quello di questi giorni è un incendio estemporaneo che Erdogan saprà domare o se si allargherà, quello che appare abbastanza certo è che per l’AKP sarà difficile migliorare ancora il suo risultato alle elezioni del 2014, le prime con l’elezione diretta del presidente della repubblica, alla quale potrebbe concorrere Erdogan senza dimettersi da primo ministro perché ad essere esclusi dalla candidatura saranno solo gli ex presidenti. Non che questa considerazione ne segni la fine o la possibilità di rimanere al governo, l’opposizione resta insanabilmente divisa.

Perché la Turchia non vuole più Erdogan (via Giornalettismo)