«Il y a toujours une table pour les grandes occasions»

ildapa:

A volte alle persone piace dire di essere diretti, come fosse una qualità intellettuale o onesta o quantomeno schietta. In realtà è soltanto una qualità che esprime povertà d’espressione e di valutazione, e ha il vantaggio di poter essere adottata da chiunque. Il cinismo dà insomma quella parvenza di genialità nonostante non ne richieda affatto, non a caso include un’ingiustificabile pienezza di sé. Un esempio perfetto di cinismo sono i gatti. I gatti sono carini, bisogna comunque ammettere una certa semplicità dei loro processi mentali (sto cercando d’evitare di dire che i gatti sono stupidi). Il cinismo è ormai un trend (come i gatti tra l’altro) quindi ci troviamo a difendere molto spesso la nostra capacità di essere diretti quasi a volerla far passare per un valore o una dote invece di una mancanza. Per dirla in chiave evoluzionistica: le bestie sono dirette sempre e comunque. E neanche tutte.

La verità è che ciascuno di noi è oleabile, e per oleabile intendo corruttibile svestito della sua denotazione immorale (cioè in contrasto alle leggi morali) e dandogliene una amorale (cioè priva di valori etici). Siamo oleabili di fatto, ovvero non siamo propensi a fare qualsiasi cosa finché fare quella cosa non ci conviene, ma per ovvie ragioni abbiamo problemi ad ammettere la nostra oleabilità. Dobbiamo quindi disconoscere il valore dell’altruismo, per fortuna non ci vorrà molto per smontarlo: qualsiasi cosa facciamo per gli altri la facciamo perché, se questi altri stanno meglio, stiamo meglio noi stessi. Altruismo è una parola che abbiamo inventato per definire l’egoismo indiretto, facendoci così apparire generosi. Ma chiunque agisce lo fa unicamente secondo logiche di convenienza, senza comunque voler dar a vedere che sia così.

A Parigi, una sera invitai una ragazza a cenare da me, ma rientrai così tardi da lavoro da non potermi permettere di fare la spesa né di cucinare. Quindi andammo al ristorante. Si dia il caso che questa ragazza era russa naturalizzata francese, e per quanto i russi dovrebbero ringraziare per qualsiasi alimento non russo gli venga servito, lei era anche una modella, e ciò vuol dire che la sua dieta sofisticata poteva essere soddisfatta in pochissimi ristoranti. Fatta questa premessa, io al ristorante ovviamente non avevo prenotato e il francese neanche lo capivo ancora molto bene, comunque abbastanza bene da comprendere il significato di “les tables sont réservées”. A quel punto feci presente che per noi era una serata davvero importante, quindi se si fosse liberato un tavolo avrebbe potuto chiamarci, e diedi il mio biglietto da visita al capocameriere. Sotto il biglietto c’era una banconota da cinquant’euro, al che lui mi disse di attendere un attimo, perché “c’è sempre un tavolo per le occasioni importanti”.

Ora, tanto per svilire la questione morale e salvare la faccia mia e di quel capocameriere, quando andiamo ai ristoranti paghiamo per dei servizi, e la cena senza prenotazione è soltanto uno di quei servizi. Tuttavia la società non ammette questo genere di scorciatoie, per cui il capocameriere si trova nella difficile posizione di dover accettare senza far capire di accettare per denaro. La questione è questa: se non avessi tentato di corrompere il capocameriere avrei dovuto attendere molto; se avessi tentato di olearlo in maniera diretta avrebbe potuto rispondermi che stavo insultandolo, umiliandomi pubblicamente per non sembrare corruttibile agli occhi degli altri e soprattutto di se stesso; invece essendo indiretto, al massimo e soltanto nella lontana ipotesi che non ci fossero stati davvero tavoli, avrei al più fatto una lunga attesa. Attesa che a ogni modo non potevo permettermi: la mia accompagnatrice doveva necessariamente mangiare ad orari ben precisi (potete benissimamente intuire perché smisi di uscirci).

L’errore della visione cinica sta nella valutazione della vita come un insieme di scambi soppesati su una bilancia. Il punto è che ciò che abbiamo da offrire in cambio di ciò che chiediamo non avrà mai lo stesso peso del modo stesso in cui lo chiediamo.

Comunque conviene prenotare.

Premetto che questo post mi ha insinuato il dubbio, perché hai citato parecchi dei difetti che so di avere (“Se puoi ancora credere in te stesso, quando più nessuno crede in te, e tuttavia ti chiedi se non abbiano ragione gli altri e torto tu.”, R. Kipling). E tra i tanti, credo di essere abbastanza cinico. La cosa non mi piace molto, e non cerco di difenderlo, ma tant’è, e non penso di aver intenzione di cambiare.

Non condivido pero’ l’affermazione che “in realtà è soltanto una qualità che esprime povertà d’espressione e di valutazione”. Essere diretti non significa essere superficiali. E’ vero, spesso mi esprimo in modo semplice e diretto, senza tanti giri di parole. Ma non perché non sono in grado di spiegarmi meglio. La maggior parte delle volte semplicemente non mi interessa abbastanza farlo. A volte penso che sia tempo sprecato, perché magari non ritengo comunque l’altro in grado di capire (si, anche l’arroganza e’ uno dei miei difetti). Altre volte sono solo stanco, o di fretta, o mi girano i coglioni, e faccio prima a fare da solo che a spiegare ad altri. Quale che sia il motivo, spesso penso a una risposta dettagliata e complessa. E poi la riassumo in poche parole. A quel punto sta all’altro capire e coglierne le sfaccettature.

Va da se che se lo scopo che sto cercando di raggiungere vale lo sforzo, posso perfettamente spiegare passo per passo, come se risolvessi un’equazione scrivendo ogni singolo passaggio. Ma la maggior parte delle volte non importa ricopiare tutta l’equazione e poi tracciare una riga sui termini che si annullano a vicenda: basta scriverla nella forma contratta. Il lettore (l’interlocutore) e’ in grado di estrapolare da solo le informazioni mancanti. 

C’e’ una certa forma di eleganza: io scelgo le parole in funzione del mio interlocutore, in funzione di quello che io penso che lui sia in grado di cogliere. Quindi mi aspetto altrettanto da parte sua: ascoltare cosa dico, e leggere tra le righe. Se non risultasse in grado, beh, in quel caso probabilmente l’errore sarebbe stato mio. Di valutazione, non di sintesi.

Condivido invece l’affermazione finale che “ciò che abbiamo da offrire in cambio di ciò che chiediamo non avrà mai lo stesso peso del modo stesso in cui lo chiediamo”. Pero’ preferisco non chiedere. Al maitre non avrei mai offerto i 50 euro. Non per i soldi, ma per la richiesta di un favore che implicavano. Piuttosto me ne sarei andato da un’altra parte.

E se la tizia doveva mangiare le verdurine all’ora x, e non un minuto dopo, beh, cazzi suoi. Non scendo a compromessi col mio modo di essere per una che vive nel mondo delle pete candite.

La mia solitudine è dignitosa, la affronto a testa alta, ma se la guardo in faccia mi deride, mi ferisce fa ritornare tutte le solitudini del passato. E’ così: ogni solitudine contiene tutte le solitudini vissute.

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze

La miglior difesa è il distacco.

C. Marziali (via rivoluzionaria)

Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.

Allora li ho incantati.

E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. 
Geometria. Un lavoro perfetto. 

Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. 

Il padre che non sarò mai, l’ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere nulla di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l’ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene, ma tutti i figli che mai ho avuto.

La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l’ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d’inverno, i lupi la notte, quando quell’uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. 

Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. 

Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incatenandola, quando ti ho chiesto di entrare qui. 

Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. 
Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri.

Novecento –  A. Baricco