“- Quello che non capisco è cosa ci trova la gente!
Ti rinchiudano in uno stanzone con la musica a tutto bòrdone, tutti pìgiati l’uno coll’altro, invece di balla’ devi dimenarti come se t’avessero messo la sabbia nelle mutande, e alla fine esci tutto rincoglionito. E per fatti tratta’ così ti fanno anche paga’! Dimmi te se è regolare…
– Nonno, innanzi tutto abbassa la voce e smettila di fare casino. Grazie. Poi a te cosa te ne frega se uno si vuole divertire come pare a lui? Fa del male a qualcuno?
Ampelio appoggiò il bicchiere e continuò a borbottare fra sé e sé:
– Mh, fa der male a qualcuno! Da sé si fa der male, da sé. Ma dìo, se voi senti’ tutto che rimbomba prenditi a mattonate sur cranio, almeno è gratis…
Aldo si alzò in piedi per prendere l’accendino nella tasca del cappotto. Era il giorno di chiusura del Boccaccio e lui, vedovo spensierato e di compagnia, la sera andava al bar dove era sempre sicuro di trovare qualcuno.
– Il problema – disse mentre cercava di prendere l’accendino senza far crollare il cappotto dall’attaccapanni – è che tanti ragazzi ora si divertono solo se quel che fanno costa tanto. È sempre usato, intendiamoci. È un modo come un altro per fare i ganzi, far vedere che hai i soldi. Solo che le mode cambiano. Ora, per mia fortuna, va di moda fare finta di intendersi di vino, così tu vedessi quanti ragazzotti entrano nel dopocena, prendono la lista dei vini e poi ti chiamano: «Mi berrei volentieri un… » e magari ti scambiano il nome della fattoria con quello del vino, oppure vogliono un Chianti dell’ottantasette che se uno se ne intendesse un minimo saprebbe che un Chianti dell’ottantasette al massimo lo puoi usare come combustibile, e poi come se non bastasse ci mangiano i formaggi col miele. Il difficile è dargli ragione senza ridere.
– E te dovresti dirgli che non capiscono una sega intervenne Pilade col garbo consueto – e poi spiegargli un po’ di cose ammodino, così piano piano imparano.
– Così piano piano imparano, sì, ma ad andare da un’altra parte – replicò Aldo. – Questi non vogliono bere bene e mangiare bene, vogliono far vedere che se ne intendono e che sono ganzi. Facciano un po’ quello che vogliono. Io vendo vino e cibo, mica discorsi.
Una cosa andava riconosciuta; quando Aldo affermava di vendere cibo e vino senza fronzoli aveva perfettamente ragione. Il Boccaccio aveva a sua disposizione una cantina sterminata, con particolare predilezione per il Piemonte, e una cucina eccezionale. Punto. Il servizio era preciso ma informale e la qualità delle suppellettili non era ricercata; inoltre, se per caso uno manifestava qualche disappunto riguardo al cibo, la cosa trovava sempre modo di arrivare all’orecchio dello chef de cuisine, Otello Brondi detto Tavolone.
Detto personaggio, pur dotato di innegabile talento nell’arte apiciana,
non era stato però molto ben voluto dalle Muse sotto tutti gli altri aspetti, per cui il critico si trovava spesso a lato del tavolo un metro cubo di pancia di cuoco, guarnito da due avambracci grossi e pelosi come orsi, che gli chiedeva «Come mai ‘un ti garba?» con tono non esattamente servizievole.”
Marco Malvaldi, Briscola in cinque