E le mattinate in cui ti svegli sentendoti come quando pedalavi per mettere in moto il Ciao, e non t’eri accorto che gli amici ti avevano sfilato la pipetta della candela.
Cosa cazzo pedali a fare?
E le mattinate in cui ti svegli sentendoti come quando pedalavi per mettere in moto il Ciao, e non t’eri accorto che gli amici ti avevano sfilato la pipetta della candela.
Cosa cazzo pedali a fare?
We were.
Oggi per strada abbiamo trovato una paperotta!
L’abbiamo trovata a due passi dal grande acquedotto che attraversa la periferia est di Roma e che ha costretto alcune zone al suo ridosso a rimanere “selvagge". Da queste parti, tra enormi strade trafficatissime e ferrovie, lo spirito bucolico di alcuni romani è rimasto intatto, ed il panorama urbano è spesso arricchito da incredibili orti e altri tesori nascosti. Tipo la paperotta.
Era venuta fuori dal buco di un muro alto almeno tre metri, e appena ci ha visto ci è praticamente venuta incontro spaesata. Abbiamo rintracciato i proprietari – una coppia di gentilissimi signori nati proprio a due passi da lì – che come ricompensa ci hanno aperto le porte di un piccolo paradiso tra lo smog: un grande giardino pieno di alberi da frutto, galline, oche, cani, gatti e pappagalli, con l’erba che non era erba ma rucola selvatica (l’ho riconosciuta subito e mi sono presa i complimenti della signora), cespugli di more e una fontana con l’acqua dell’acquedotto di cui sopra (!), fresca come quella di montagna.
Per aver salvato la piccina da sicura morte per acciaccamento da coatto romano ci siamo guadagnati more, rucola, mele verdi (l’uovo no, ma il signor Adriano ci teneva lo fotografassimo) e una porta sempre aperta nel giardino sotto l’acquedotto.
Quelle poche volte che quella stronza di Roma ti sorride, lo fa col botto.
:’)
Ma sa ‘na sega lui, se la sega sega o se la sega pialla. Leva ‘sto ‘oso che un serve a ‘na sega.
“- Quello che non capisco è cosa ci trova la gente!
Ti rinchiudano in uno stanzone con la musica a tutto bòrdone, tutti pìgiati l’uno coll’altro, invece di balla’ devi dimenarti come se t’avessero messo la sabbia nelle mutande, e alla fine esci tutto rincoglionito. E per fatti tratta’ così ti fanno anche paga’! Dimmi te se è regolare…
– Nonno, innanzi tutto abbassa la voce e smettila di fare casino. Grazie. Poi a te cosa te ne frega se uno si vuole divertire come pare a lui? Fa del male a qualcuno?
Ampelio appoggiò il bicchiere e continuò a borbottare fra sé e sé:
– Mh, fa der male a qualcuno! Da sé si fa der male, da sé. Ma dìo, se voi senti’ tutto che rimbomba prenditi a mattonate sur cranio, almeno è gratis…
Aldo si alzò in piedi per prendere l’accendino nella tasca del cappotto. Era il giorno di chiusura del Boccaccio e lui, vedovo spensierato e di compagnia, la sera andava al bar dove era sempre sicuro di trovare qualcuno.
– Il problema – disse mentre cercava di prendere l’accendino senza far crollare il cappotto dall’attaccapanni – è che tanti ragazzi ora si divertono solo se quel che fanno costa tanto. È sempre usato, intendiamoci. È un modo come un altro per fare i ganzi, far vedere che hai i soldi. Solo che le mode cambiano. Ora, per mia fortuna, va di moda fare finta di intendersi di vino, così tu vedessi quanti ragazzotti entrano nel dopocena, prendono la lista dei vini e poi ti chiamano: «Mi berrei volentieri un… » e magari ti scambiano il nome della fattoria con quello del vino, oppure vogliono un Chianti dell’ottantasette che se uno se ne intendesse un minimo saprebbe che un Chianti dell’ottantasette al massimo lo puoi usare come combustibile, e poi come se non bastasse ci mangiano i formaggi col miele. Il difficile è dargli ragione senza ridere.
– E te dovresti dirgli che non capiscono una sega intervenne Pilade col garbo consueto – e poi spiegargli un po’ di cose ammodino, così piano piano imparano.
– Così piano piano imparano, sì, ma ad andare da un’altra parte – replicò Aldo. – Questi non vogliono bere bene e mangiare bene, vogliono far vedere che se ne intendono e che sono ganzi. Facciano un po’ quello che vogliono. Io vendo vino e cibo, mica discorsi.
Una cosa andava riconosciuta; quando Aldo affermava di vendere cibo e vino senza fronzoli aveva perfettamente ragione. Il Boccaccio aveva a sua disposizione una cantina sterminata, con particolare predilezione per il Piemonte, e una cucina eccezionale. Punto. Il servizio era preciso ma informale e la qualità delle suppellettili non era ricercata; inoltre, se per caso uno manifestava qualche disappunto riguardo al cibo, la cosa trovava sempre modo di arrivare all’orecchio dello chef de cuisine, Otello Brondi detto Tavolone.
Detto personaggio, pur dotato di innegabile talento nell’arte apiciana,
non era stato però molto ben voluto dalle Muse sotto tutti gli altri aspetti, per cui il critico si trovava spesso a lato del tavolo un metro cubo di pancia di cuoco, guarnito da due avambracci grossi e pelosi come orsi, che gli chiedeva «Come mai ‘un ti garba?» con tono non esattamente servizievole.”
Marco Malvaldi, Briscola in cinque
Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.
O viandante, sono le tue orme
le sole cose che formano il sentiero;
O viandante, non esiste sentiero,
il sentiero vien fuori mentre vai.
Camminando si fa il sentiero
e volgendo indietro lo sguardo
si vede la pista che mai
si tornera’ a calpestare.
O viandante, non c’è sentiero,
ma solo scie sul mare.
Antonio Machado
Ce la si prende troppo con i lunedì, che in fondo non ci hanno fatto nulla.
Questa idiosincrasia per la naming convention dei giorni della settimana è
sciocca a mio parere. A me piacciono i lunedì, anche se sono delle sciocche
convenzioni. Un lunedì è un inizio, 5-6 vite da giocarci in questo
videogioco, il cui esito dipende solo da noi, è un po’ come usare il
continue, e ripartire da zero, armati di nuove possibilità e
consapevolezza. Forse i lunedì mi piacciono perché un po’ mi rappresentano,
sono l’inizio delle battaglie, l’incipit di ogni cambiamento, e quello che
sentiamo è solo la paura di sprecare l’occasione di nuovo. Ma è meglio
avere davanti un foglio bianco che un brutto compito in classe da
consegnare, è meglio essere uno sconosciuto per la donna che ami che far
già parte del suo passato, è meglio avere paure, che rimpianti o
soddisfazioni, perché le prime dipendono solo da noi.
Ed il fatto che gli inizi siano solo una convenzione, il fatto che ogni
giorno possa essere un lunedì, dovrebbe farci capire che siamo ancora in
controllo, che possiamo ancora giocarci le nostre vite, quando vogliamo e
come vogliamo.
Ma su tumblr, tutto questo è socially unacceptable, di cui, se non volete
brutte sorprese, potete fermarvi tranquillamente al titolo, potete
tranquillamente fermarvi al lunedì.
Per me (parlo a titolo personale, non ho la pretesa di sapere com’e’ per gli altri), il lunedi’ non rappresenta questo.
Rappresenta piuttosto l’inizio di una settimana nella quale sai che pur avendo la possibilita’ di ricominciare, non lo farai. Scorrera’ tutto come sempre, senza grosse sorprese, finirai il fine settimana con gli amici di sempre, e il lunedi’ successivo ti sveglierai odiandolo di nuovo.
E’ cio’ che odio della routine: ti spoilera il finale, sai gia’ cosa succedera’.
QUESTO e’ il motivo per cui odio i lunedi’.
Dopo un po’ cominci a vedere i lunedi’ come un male necessario, un mezzo per arrivare al venerdi’. E gia’ dal lunedi’, cominci a pianificare il prossimo fine settimana.
Poi ovviamente ci sono i lunedi’ in cui davvero sai che sara’ diversa: un viaggio di lavoro, un nuovo progetto, una novita’ nella tua vita personale, o anche qualcosa di piu’ grosso, come un vero nuovo inizio.
Quelli non li odio. Ma sono rari rispetto agli altri.
Le statue di gesu’ a Fiesole, non sono li per bellezza.
Sono un avvertimento.
Preannunciano le volte che invocherai il suo nome, eventualmente abbinato a vari mammiferi della famiglia dei canidi, se proseguirai per quella strada.

Ti troverai a scarpinare per salite che violano le leggi della fisica, degne di un quadro di Escher.

E ti dici: “vabe’, e’ un pezzettino, da li alla curva ce la posso anche fa”. Errore. Perche dopo la curva, la stradina diventa vicolo, e la pendenza aumenta. E la salita continua.

E continua.

Alla fine pensi di essere arrivato in cima, quando trovi un breve tratto pianeggiante.

Errore, grave errore. Le salite di Fiesole sono come quelle di Siena, non finiscono mai.

Non ci sono discese a Fiesole, ci sono solo salite di diverse pendenze.
Su l’arce onde mirò Fiesole al basso,
dov’or s’infiora la città di Silla,
stagnar livido l’Arno, a lento passo
richiama i francescani un suon di squilla.
Su le mura, dal rotto etrusco sasso
la lucertola figge la pupilla,
e un bosco di cipressi a i venti lasso
ulula, e il vespro solitario brilla.
Ma dal clivo lunato a la pianura
il campanil domina allegro, come
la risorta nel mille itala gente.
O Mino, e nel tuo marmo è la natura
che de’ fanciulli a le ricciute chiome
ride, vergine e madre eternamente.
G. Carducci
Sarà una convivenza molto facile, si.