Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
[…]
L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù.
[…]
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine (via tsuki-no-hikari)

Recensioni di film porno

spaam:

Con il film “I think you lost something, Mrs Fontana”, diamo il via a questa nuova rubrica estiva: recensioni di film porno.

Già il titolo ricorda più un film di Fulci (Non si sevizia un Paperino) che non un porno. Ma è nella sceneggiatura che si cela la vera bellezza di questo cortometraggio.

Si inizia con una Milf dentro una lavanderia a gettoni, mentre raccoglie il bucato. La camera a spalla, chiaro riferimento agli autori del Dogma Danese, fa tutta una serie d’inquadrature neorealiste, a partire dal culo nudo, ma con calze, della tipa, il dettaglio delle mutandine rosa cadute dal cesto e la faccia del protagonista, proprio accanto a lei. In una scena sola, il regista ci mostra subito i due attori protagonisti e l’oggetto (il perizoma rosa) che muoverà l’intera storia. A quel punto c’è uno stacco e ci ritroviamo fuori, direttamente nel parcheggio della lavanderia.

Qui c’è un primo dialogo, minimalista e che ricorda molto il Moretti di “Ecce bombo”: facce di profilo, corpi immobili, nessun figurante sullo sfondo.

Lui: “Ehi, ti sono cadute queste (allungandole il perizoma rosa).
Lei: “Oh my god, grazie. Come sei carino. Come sei gentile. Come posso sdebitarmi?”
Lui: “Beh, potrei darti una mano a portare quel cesto di biancheria”

Ecco, qua il regista vuole, di proposito, confondere il pubblico. Lei chiede come può sdebitarsi e lui si offre ancora di aiutarla. Poi, sul sorriso di lei in primo piano, la camera sfuma e ci ritroviamo nel salone di casa sua. Una chiara metafora della vita di Gesù: i dettagli della narrazione della sua nascita, niente in mezzo, gli ultimi istanti della sua vita, prima di morire.

La camera, a quel punto, diventa fissa, come se fossimo in un teatro vero e la fotografia ci ricorda molto quella di un “Un posto al sole”. A questo punto, lui tira fuori il suo enorme cazzo. 

È un cazzo di dimensioni bibliche, certo, ma allo stesso tempo ha uno sguardo triste e compassionevole. In alcuni primi piani ricorda un po’ il primo Brunetta, quando era ancora un semplice sottosegretario, oserei dire inutile e sognava il Nobel per l’economia. 

A questo punto iniziano a scopare e il regista utilizza la solita sequenza pompino, pecora, sborrata sulle tette, introducendo, però, un elemento di rottura. Le inquadrature sono tutte larghe e si possono vedere le facce di entrambi, nel vano tentativo di far sembrare la cosa reale. Gli sforzi di lui, le facce goderecce di lei, anziché eccitarci, ci portano a riflettere sulle condizioni dell’uomo nel XXI secolo, mentre i loro corpi scopano affannosamente.

Il film termina con il dettaglio del perizoma rosa, buttato in terra.