virginiamanda:

Io me lo chiedo.

Me lo chiedo come faccia la Spagna a farmi così male. 

Eppure sto lontana, da almeno tre anni e mezzo non ci metto piede.

Eppure è come se al partire, come se nel momento in cui quello steward della Vueling che mi lasciava passare per il finger sussurrando “questi sono più di venti kg” (ed infatti, erano cinquanta -veramente cinquanta- kg di libri impilati l’uno sull’altro nel bagaglio a mano rosso) la Spagna tutta intera, mi avesse appiccicato sulla schiena una di quelle frasi da gitane di Granada che “mentre ti danno il rosmarino ti ritrovi in mutande” [cit.] e ogni volta da allora che la Spagna entra nella mia vita ci entra dalla “puerta grande” con orejas in mano, e io ogni volta vengo sopraffatta dagli eventi. Non importa quanti Paesi abbia visitato dopo, non importa che l’amore che mi tratteneva tra i gatti de los madriles non fosse un amore sensato, non fosse un amore amato, non fosse amore, “basìcamente”. Non importa neanche il fatto che per i due anni in cui camminavo tra quelle strade l’orso fosse al centro e decidesse di “clavarse” così nella mia memoria, e dopo qualche mese io l’abbia ritrovato spostato, in un altro punto, la piazza divelta e più funzionale. Sì, per loro, meno per i miei ricordi. 

Non mi manca quello che ero in quel periodo, non mi manca. Sono cresciuta da allora, non piango più così spesso, non mi chiudo più nei “locutorios” per le chiamate fiume in cui piango e racconto e urlo e piango tanto.

Non passo più le giornate a correre e le nottate a schivare i tubi d’acqua nelle “calles mojadas que te han visto crecer”. No, non  vero che voglio tornare là perché mi manco io, perché mi manca com’ero in quel periodo.

Non è vero.

Ma la Spagna mi apre ferite dentro e fuori, non mi fa dormire la notte e si ripropone sempre, in nuove forme, con nuovi dolori.

Mi attrae e mi respinge, come le peggiori storie d’amore, fatte di tanta passione e di pochissimo impegno, di pochissimi progetti, di pochissime ambizioni.

Perché mi vieni a bussare alla porta anche al cinquantanovesimo parallelo? Perché in mezzo al freddo sono sempre circondata da quei suoni che amo? Perché è così facile tornare a sentirmi in mezzo a quelle “calles” ed è così difficile riuscire a sentirmi a casa qui, dove pure vivo e sto?

Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
[…]
L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù.
[…]
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine (via tsuki-no-hikari)