
Giorno: 14 ottobre 2013
Non bisognerebbe abbandonare migranti in mare. Non bisognerebbe lasciare piccoli bambini senza il cibo della mensa perché i genitori non pagano la retta. Non bisognerebbe lasciare nella merda il proprietario di un piccolo locale solo perché non ha di che pagare le tasse, non bisognerebbe lasciare a se stesso e alla fortuna un disoccupato che contava sullo stipendio per mantenere la sua famiglia. Non bisognerebbe lasciare sulle spalle di una famiglia l’assistenza ad un congiunto malato. Non bisognerebbe lasciare senza tetto una persona solo perché è meno accorta della media della società. Non bisognerebbe lasciare sulle spalle di un imprenditore che ha sbagliato i calcoli il destino delle famiglie dei suoi dipendenti.
Non capire che tutto questo fa parte della stessa logica è cecità sociale. Stiamo difendendo gli angoli dello stesso fazzoletto di terra, tutti armati fino ai denti dell’identica rabbia che monta in tutti. Questo tutti contro tutti, alimentato da fogli di stampa irresponsabili e da politici infantili non ci deve contagiare. Ci troviamo in un pollaio, cerchiamo almeno di non essere polli starnazzanti che agitano le ali con rabbia incapaci di volare.
Quei 500euro in più guadagnati da chi va via
Mille e trecento euro netti al mese a quattro anni dalla laurea. È lo stipendio medio dei «figli della crisi», i giovani italiani che hanno finito gli studi universitari (triennali) nel 2007 e che si sono immessi nel mondo del lavoro in concomitanza con l’inizio della recessione economica mondiale. La maggior parte di questi ragazzi ha trovato un posto, una piccola parte no – e si va ad aggiungere a quel milione di giovani tra i 16 e i 24 anni che oggi in Italia non sta né studiando né lavorando -, ma in generale i laureati italiani hanno pagato lo scotto della crisi più dei coetanei di altri Paesi.Lo dimostra l’elaborazione degli ultimi dati Istat sull’inserimento professionale dei laureati (relativi al 2011) curata da Carlo Barone, docente di Sociologia all’Università di Trento. Il risultato è che, a quattro anni dal titolo, chi è andato all’estero prende quasi 1.800 euro netti al mese (1.783, per l’esattezza), mentre chi è rimasto in Italia ne guadagna 1.300.
Ecco, appunto.
Steve Mccurry
Chi viene con me all’esposizione di Steve McCurry a Siena ? C’e’ ancora tempo fino al 3 novembre !
Un titolo (di studi) che non c’è.
M. tra 9 giorni partirà per uno stage di 6 mesi a Parigi; pagherà una stanza 600 euro al mese e ne guadagnerà 500, dopo 5 anni all’università Cattolica, due 110 e lode e qualche migliaio di curriculum spediti in tutto lo stivale.
P. invece, a marzo ha vinto il progetto Leonardo ed è stato 4 mesi a Berlino, ha imparato il tedesco e stanotte parte per Ratisbona, dove farà un dottorato di 3 anni. In Italia, per lui, non c’erano possibilità.
B. è fuori corso da due anni a biologia, ha dei genitori che la considerano un fallimento e un fidanzato con cui vorrebbe passare la vita. Il giorno prima del suo 25esimo compleanno partirà alla volta della Spagna, dove studierà medicina per 6 anni, e poi forse tornerà in Italia per farsi dare una pacca sulla spalla dai genitori che l’avrebbero sempre voluta medico. Poi sarà più o meno infelice per il resto della sua vita, che la vita è la sua e non di chi l’ha messa al mondo.
C’è T., che farà l’ingegnere e continuerà ad odiarsi per non avere avuto il coraggio di dare peso ai suoi sogni.
E infine A., che a 4 esami dalla laurea in ingegneria ambientale ha avuto il coraggio di dire a suo padre che non vuole fare l’ingegnere.
Mi puppi la fava?
Oh bene m’é capitato un anon teletubbies.
P.S.: chi non l’ha capita non conosce i “nido del cuculo”.
– Allora, volevi una vettura, c’ho questa. É una vettura giovane, agile per i giovani come te, con cappotto elegante che vanno in baracchina bianca, capito? É una vettura con 18 air bag, 4 telecomandi satellitari, il navigatore, 18 telefoni e 4 budelli di tu mà… fra l’altro… perchè, non ti garba, scusa??
– É che io volevo una 500!
– Ma infatti questa è la mia, un te la volevo mica dà, sò cazzi mia, cioè, te la volevo fà vedè e basta. cosa ci combini…
(cit. 007 all’Ipercoppe)
Ai primi del 500, l’arcivescovo Isidoro di Siviglia decise di scrivere il suo personale trattato di scienze naturali e divise gli animali in otto categorie: bestie da soma, bestie selvatiche, piccoli animali, serpenti, vermi, pesci, uccelli e lavoratori a progetto. Il successo fu strepitoso e la sua opera divenne una serie TV con Amanda Lear e Lino Banfi, giungendo pressoché intatta fino al XIII secolo. Al tempo, le conoscenze scientifiche erano ancora limitate al calendario di Frate Indovino e al metodo Stamina, così che anche il manuale di Isidoro sembrava un vero e proprio trattato di scienze naturali. In realtà, tutta la zoologia era ancora una branchia della teologia e questo la dice lunga su come quei Papi comunisti considerassero Dio.
Le cose restarono così fino al Rinascimento, quando un pellicciaio di Zurigo decise di riordinare un po’ tutti quegli animali, descritti prima da Isidoro, ma in ordine alfabetico. Questo gli valse un premio Ignobel e un posto a Guantanamo, dove è ancora rinchiuso, in catene, con l’accusa di terrorismo, tentata strage e violazione del suolo pubblico.
Il sapere è anzitutto carnale. Le nostre orecchie e i nostri occhi lo captano, la nostra bocca lo trasmette. Certo, ci viene dai libri, ma i libri escono da noi. Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio del bisogno di dire.