Francesco Costa racconta la sua esperienza dietro i banconi di McDonald’s
Aggiungerei due piccole considerazioni personali all’articolo, visto che come molti altri studenti, ho passato qualche mese a lavorare in un McDonalds per pagarmi l’universita’.
La prima e’ che quel lavoro meccanico, frenetico e superregolamentato descritto nella prima parte, e’ spersonalizzante. Il tuo obiettivo finale e’ l’efficienza. Devi mettere esattamente 4 olive, 2 gamberetti e 1 pomodorino nell’insalata, non uno di piu’ non uno di meno. Devi impiegare esattamente quei tot secondi per cuocere l’hamburger, e contemporaneamente preparare il pane. E il flusso e’ continuo, non si ferma mai.
Diventi un robot, un automa che non pensa piu’, ma esegue gesti coordinati in modo meccanico. Non c’e’ tempo per pensare, non c’e’ tempo per parlare, non c’e’ tempo per nient’altro che ripetere le stesse meccaniche operazioni ad libitum. Quando arrivi alla fine del turno ti sembra quasi di risvegliarti, non ti rendi bene conto nemmeno che e’ gia’ notte.
Dopo due mesi che vieni trattato come una macchina, inizi ad abituartici, e li comincia il processo mentale pericoloso. Perche’ smetti di mettere in discussione le cose ANCHE FUORI dal lavoro.
La seconda considerazione e’ su un paragrafo dell’articolo:
In McDonald’s si entra con un contratto di apprendistato da 36 mesi – niente contratti a progetto – e tutti mi dicono che salvo disastri nel 90 per cento dei casi il contratto si trasforma a tempo indeterminato.
Falso. In McDonald’s si entrera’ anche cosi’, ma fino a qualche anno fa (perlomeno nella filiale dove ho lavorato io) si entrava soprattutto tramite Adecco e altre agenzie interinali. Con paghe ridicole, nessuna garanzia a lungo termine (non per niente spesso reclutavano studenti), e l’agenzia che si prende una commissione pari quasi a quando prendi tu.