The trite explanation for that is, when you see Earth from space, the borders disappear. You’ll be looking at Africa or Europe, and thinking back to what happened there 60 or 70 years ago, and you’ll be wondering: How could that little line right there have meant anything to anybody? You can’t even see it from a million feet away. But more important is that you can see that people all around the planet live more or less the same way. One of the guys on the crew put it best. He said we look like bacteria in a kitchen—we’re living in these sheltered little warm spots that have a nice supply of moisture. You can look down on a city and think, hey, I know that place. But then you wait half an hour, and you’re on the other side of the world, looking at a place you’ve never even heard of and, wow, it looks exactly the same.

So you make this link. You realize, “Those people are the same. They’re trying to solve the same problems the same way. They just have their own particular set of barriers and circumstances.” So it affects your response, when you hear about some idiot doing something stupid that has a negative effect on it all. You have to accept it; there are good dogs and bad dogs in life. You just wish that people could get a little more of that million-feet-away perspective.

Così bisogna fingere
che qualcosa sia qui
tra i piedi tra le mani
non atto né passato
né futuro
e meno ancora un muro
da varcare

bisogna fingere
che movimento e stasi
abbiano il senso
del nonsenso
per comprendere
che il punto fermo è un tutto
nientificato.

Eugenio Montale  (via quattrodisei)

Riparare il circuito pneumatico di controllo della geometria variabile della turbina del diesel con un accendino, delle forbicine da unghie e un pezzetto di tubicino giallo trovato in un cassetto.

Puppamelo McGiver, vieni.

I miei tre giorni a cuocere hamburger

pollicinor:

Francesco Costa racconta la sua esperienza dietro i banconi di McDonald’s

Aggiungerei due piccole considerazioni personali all’articolo, visto che come molti altri studenti, ho passato qualche mese a lavorare in un McDonalds per pagarmi l’universita’.

La prima e’ che quel lavoro meccanico, frenetico e superregolamentato descritto nella prima parte, e’ spersonalizzante. Il tuo obiettivo finale e’ l’efficienza. Devi mettere esattamente 4 olive, 2 gamberetti e 1 pomodorino nell’insalata, non uno di piu’ non uno di meno. Devi impiegare esattamente quei tot secondi per cuocere l’hamburger, e contemporaneamente preparare il pane. E il flusso e’ continuo, non si ferma mai.

Diventi un robot, un automa che non pensa piu’, ma esegue gesti coordinati in modo meccanico. Non c’e’ tempo per pensare, non c’e’ tempo per parlare, non c’e’ tempo per nient’altro che ripetere le stesse meccaniche operazioni ad libitum. Quando arrivi alla fine del turno ti sembra quasi di risvegliarti, non ti rendi bene conto nemmeno che e’ gia’ notte.

Dopo due mesi che vieni trattato come una macchina, inizi ad abituartici, e li comincia il processo mentale pericoloso. Perche’ smetti di mettere in discussione le cose ANCHE FUORI dal lavoro.

La seconda considerazione e’ su un paragrafo dell’articolo:

In McDonald’s si entra con un contratto di apprendistato da 36 mesi – niente contratti a progetto – e tutti mi dicono che salvo disastri nel 90 per cento dei casi il contratto si trasforma a tempo indeterminato.

Falso. In McDonald’s si entrera’ anche cosi’, ma fino a qualche anno fa (perlomeno nella filiale dove ho lavorato io) si entrava soprattutto tramite Adecco e altre agenzie interinali. Con paghe ridicole, nessuna garanzia a lungo termine (non per niente spesso reclutavano studenti), e l’agenzia che si prende una commissione pari quasi a quando prendi tu.

I miei tre giorni a cuocere hamburger