L’amore è nell’aria? SBAGLIATO! Azoto, Ossigeno, Argon e Anidride Carbonica sono nell’aria.
Mese: dicembre 2013
Santa’s rollin’ in style in his motorcycle sleigh and can even take a passenger!
Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sé una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno – né noi né quella persona -, mentre succede, se ne renda conto
(via Segolas)
Salir con chicas que no leen/ Salir con chicas que leen
No salgas con una chica que lee porque ellas han aprendido a contar historias. Tú con la Joyce, con la Nabokov, con la Woolf; tú en una biblioteca, o parado en la estación del metro, tal vez sentado en la mesa de la esquina de un café, o mirando por la ventana de tu cuarto. Tú, el que me ha hecho la vida tan difícil. La lectora se ha convertido en una espectadora más de su vida y la ha llenado de significado. Insiste en que la narrativa de su historia es magnífica, variada, completa; en que los personajes secundarios son coloridos y el estilo atrevido.
Tú, la chica que lee, me hace querer ser todo lo que no soy.
Pero soy débil y te fallaré porque tú has soñado, como corresponde, con alguien mejor que yo y no aceptarás la vida que te describí al comienzo de este escrito. No te resignarás a vivir sin pasión, sin perfección, a llevar una vida que no sea digna de ser narrada.
Por eso, largo de aquí, chica que lee; coge el siguiente tren que te lleve al sur y llévate a tu Hemingway contigo. Te odio, de verdad te odio.
C’è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso. L’altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato:
“Se vicino a Anna Karenina c’è Don Chisciotte, di sicuro quest’ultimo farà di tutto per salvarla.
Quest’ anno tre quarti degli italiani passeranno le feste a casa, l’altro quarto direttamente sotto i ponti…
itcouldbeworseitcouldberaining:
Falcemartello ruba i contenuti da FB e non cita la fonte. O il contrario? Brace yourself, new flame in coming.
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Decelebrato. Io non ho profilo… I’m so sorry!You should be sorry for having written “decelebrato”. Decerebrato.
a meno che non intendesse proprio “de-celebrato” ovvero privato delle celebrazioni, ovvero del saluto..
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ignoto, non celebrato da nessuno buon natale
Graziellaroberta ha colto la sottile ironia… certo non si può pretendere dai soliti noti, “deceRebrato”…EH!! 😉
E tu hai aspettato che lo dicesse lei, della sottile ironia, per farcelo notare? Certo, certo. Pat pat sulla spalluccia. 😀
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Coq… ma tu ci sei o ci fai?
E tu pensi che possa accreditare due dita di cervello ad un soggetto che risponde come un fumetto dopo aver cercato lo scontro per diletto? Ma tesorooo… lo sai, appena ho tempo ti rispondo!!
Buon Natale ”de celebrato!”
Sei uno spasso! 🙂 Fammi capire, usi decelebrato come offesa? È la terza volta che lo ripeti. Aspetta, andiamo insieme sul sito della Treccani, dammi la manina – “… scrive Gianfranca Lavezzi nel suo Breve dizionario di retorica e stilistica (Carocci, 2004, p. 89), «il parlante di scarsa cultura, di fronte a una parola “difficile” e per lui inconsueta, tende a memorizzarla nella forma di una parola a lui nota, simile alla prima, di significato diverso ma apparentemente congruo» – È il caso di decelebrato. La forma corretta, decerebrato, difficile e inconsueta, non è avvertita come trasparente nel suo derivare dalla forma letteraria e antiquata cerebro ‘cervello’ (che riprende pari pari il latino cerebrum; da notare, tra l’altro, che in italiano cerebro- è primo elemento di composizione in termini dell’anatomia medica [cerebroleso, cerebrospinale]). Da cerebro deriva l’aggettivo cerebrale.” E anche oggi hai imparato qualcosa. Ora, please, visto che non è la prima volta che scrivi stupidaggini, taci e stacci. Inoltre, nel mio post, ho anche scritto “O è il contrario?”, perché ti senti preso in causa? Se leggi bene, capirai che il problema non sei tu, ma la difficoltà, certe volte, a reperire le fonti e le polemiche che ne conseguono. Andrei avanti, ma mi annoio e soprattutto sono sicuro che già dalla seconda riga hai cominciato a non capire più un cazzo. Falcemartello, se Babbo Natale ti facesse trovare un cervello sotto l’albero, lascialo lì, lo metteresti nel posto sbagliato.

Domenica sera Fabio Fazio ha chiesto al motociclista Jorge Lorenzo da cosa si capisce se uno è un grande pilota. Lorenzo ha dato questa risposta: dai risultati. Fazio, che si aspettava parole più profonde, a questo punto ha riso e poi ha detto: “i risultati dopo, ma prima?”. Ma prima, da cosa possiamo vedere se uno è un grande pilota? E allora Lorenzo ha detto: dal tempo per giro. Fazio domenica sera non ha preso in considerazione neppure questa risposta e ha dato un’altra possibilità a Lorenzo che, un pochino impacciato, si è inventato qualcosa, tipo che un pilota lo si vede dalla sua tecnica buona che potrà migliorare in futuro e via dicendo. Insomma, la domanda non ha avuto la risposta che si meritava il programma. Qualche settimana fa, quando Agassi ha detto, sempre in quello studio televisivo, che “noi mangiamo quello che uccidiamo”, Fazio stava svenendo per quella bellissima frase e io, a casa, mi sono emozionato tantissimo: perché con “noi mangiamo quello che uccidiamo” il tennista intendeva dire che il suo successo e la sua ricchezza (i nostri successi e le nostre ricchezze) sono arrivati dopo aver fatto del male a se stesso e agli altri. Come cacciatori, come predatori, noi, uomini di questo mondo, mangiamo quello che uccidiamo: frase apocalittica, profonda, metaforica. Dire invece che un pilota lo si giudica dalle sue vittorie non è metafora di niente. Vorrebbe dire che un giocatore lo si giudica dai particolari e non dalla fantasia, dal coraggio e dall’altruismo. Sarebbe come ammettere che se io nella vita ho concluso poco (disoccupato, non ricco e sconosciuto), forse è colpa mia. Sarebbe come ammettere che se il mio amico, dopo anni di creatività ed emozioni, suona ancora nei localini tristi di periferia, forse è perché le sue canzoni non sono proprio il massimo; se il mio amico ristoratore fatica ad arrivare a fine mese, forse c’è qualcosa che non funziona in cucina o nella sua gestione o in chissà cos’altro. Ma noi preferiamo pensare che la colpa è degli altri, sempre, che la spiegazione delle nostre vite non può essere così semplice e che, quindi, un pilota non lo si deve giudicare dai risultati o dai tempi. Preferiamo cercare, come ha fatto per noi Fabio Fazio, una risposta metaforica, una frase profonda che ci scagioni, che ci assolva.
E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent’anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perchè:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è.
Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera;
ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.
Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
religione del tirare tardi e aspettare mattino;
e una notte lasciasti portarti via,
solo la nebbia e noi due in sentinella,
la città addormentata non era mai stata così tanto bella.
Era facile vivere allora ogni ora,
chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell’epoca nuova,
ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo.
Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d’avere un domani e stare lontani;
tutti e due a immaginarsi: “Con chi sarà?”
In ogni cosa un pensiero costante,
un ricordo lucente e durissimo come il diamante
e a ogni passo lasciare portarci via da un’emozione non piena, non colta:
rivedersi era come rinascere ancora una volta.
Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale.
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi
pronti assieme a affrontare ogni impresa;
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa.
“The triangle tingles and the trumpet plays slow”…
Farewell, non pensarci e perdonami
se ti ho portato via un poco d’estate
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti,
ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi
non piangi e non ridi con me…
