Salvador Dali’s The Elephants by Jin Kei
Preciso preciso: io sabato vado qua 🙂
Il nonno ha fatto ordine tra le sue cose e mancava poco che non facesse finire il globo terrestre nel cassonetto dell’immondizia. Adesso, aggiustato e fornito di lampadina nuova di zecca, illumina il corridoio di sera al posto di una noiosissima lampada. Anche la geografia politica credo sia allo stato attuale (correggerò la Crimea con il pennarello se dovesse cambiare colore). Nessuno riesce a passargli vicino senza fermarsi a guardarlo, senza farlo ruotare un po’, senza soffermarsi a leggere il nome di qualche città e di qualche isola, per fare scorrere le dita sui confini di un paese sconosciuto e immaginarsi, con un lieve brivido lungo la schiena, i paesaggi inesplorati dei sottofondi marini. Emette una luce calda e materna e non so come abbiamo fatto senza fino ad oggi.
Questi post mi piacciono moltissimo.
Ne voglio uno da sempre, ma non ho spazio, non saprei dove metterlo 😦
Bionic ears: let’s hear it for cochlear implants
Oliver Campbell is a picture of childhood contentment. At just under two years old he is experimenting with words and is happily peppering his creative endeavours with them. But inside Oliver’s head something extraordinary is happening. Currents from tiny electrodes, curled inside the snail-shaped cochlea of his inner ear, are stimulating his auditory nerve, allowing him to hear. Take them away and Oliver’s world would be thrown into confusion. Read more
Photograph: Suki Dhanda for the Observer
Super-awesome reminder of how far our medical technology has come.
Non e’ proprio tutto oro quel che luccica.
Le protesi cocleari non sono una novita’, ma presentano anche diversi punti negativi rispetto alle classiche protesi acustiche BTE (retroauricolari), o a quelle interne (endoauricolari, pretimpanici, o a scomparsa nel canale uditivo).
Innanzitutto c’e il problema dell’intervento per l’innesto della parte interna, e il suo allacciamento al nervo acustico: oltre alle solite complicazioni chirurgiche (rischio di infezioni, necrosi, rigetto o estrusione del componente interno), c’e’ la vicinanza del nervo facciale a complicare le cose: un movimento sbagliato e resti con la faccia paralizzata da un lato.
Anche un nervo collegato al senso del gusto attraversa l’orecchio medio, e talvolta possono capitare disturbi del gusto come sintomi post-operatori. Eventuali accumuli di liquidi possono perfino causare sensazioni di vertigini (il senso di equilibrio e’ anch’esso generato dall’orecchio interno) o di acufeni (comunemente detto “mi fischiano le orecchie”).
Perfino l’allacciamento degli elettrodi al nervo acustico non e’ banale, e se non va bene al primo colpo, non e’ che puoi riprovare dopo. Resti sordo.
Poi c’e’ il problema che, rimpiazzando la coclea, ma collegandosi comunque al nervo acustico esistente, e’ una soluzione non applicabile in casi di ipoacusia neurosensoriale dovuta NON a un danneggiamento delle cellule ciliate o dell’orecchio interno, ma a una degenerazione del nervo stesso.
Sarebbe come cambiare una lampadina a un lampadario col filo staccato.
Inoltre l’interruzione tra nervo e coclea, per la sua natura, NON e’ reversibile. Se tra dieci anni usciranno terapie di ricostruzione cellulare piu’ avanzate (cellule staminali per la rigenerazione della coclea? nervi artificiali?), sono comunque cazzi: ormai hai tagliato.
Per tutti questi motivi, gli impianti cocleari sono considerati l’ultima risorsa, e vengono eseguiti solo in presenza di ipoacusie molto gravi, i casi non protesizzabili.
A differenza di cio’ che dice wikipedia, che indica 80 decibel come soglia limite, oggi la perdita massima protesizzabile con apparecchi esterni e’ abbastanza piu alta, ed e’ in continuo aumento. Ovviamente raggiungere recuperi di 100-105 decibel con apparecchi endoauricolari e pretimpanici e’ (ancora) impossibile, sono troppo piccoli per generare una tale potenza. Pero’ con quelli esterni retroauricolari, si riesce ad arrivarci.
Per la complessita’ dell’intervento, ci sono pochissime persone in grado di eseguirlo in italia, e la lista d’attesa dura anni.
Quando finalmente si viene operati, il cervello e’ ormai rimasto in assenza di stimoli sonori per anni e si e’ disabituato a gestirli. Un’attivazione immediata dell’impianto cocleare fornirebbe al cervello un flusso di informazioni sonore che non e’ piu’ in grado di elaborare, mandandolo in shock.
Spesso addirittura, il flusso di informazioni e’ superiore al massimo che il soggetto ha mai sperimentato, perche’ molte volte si tratta di ipoacusie congenite, dalla nascita. Per questo la riabilitazione e’ progressiva: per mesi e mesi, si attiva la protesi a potenza ridotta, aumentandola progressivamente. Il cervello deve reimparare ad elaborare i suoni.
Ecco perche’ spesso i candidati piu’ probabili sono i bambini, soggetti il cui cervello e’ in grado di adattarsi meglio, e di reimparare piu’ facilmente ad associare suoni a significati. Per gli adulti molte volte c’e’ poco da fare.
Anche se l’intervento va a buon fine, la programmazione di un impianto cocleare moderno non e’ facile. Mentre la mappatura di una normale protesi acustica si basa su pochi canali di frequenza (in genere da 8 a 16, a seconda di quanto e’ sofisticato il modello), una protesi cocleare simula in modo piu’ fedele la coclea, e richiede una mappatura molto piu sofisticata. Poche persone in italia sono in grado di programmarle, essendo un mercato molto di nicchia, e ancora meno sono in grado di farlo in modo ottimale.
Spesso il paziente non ha conoscenze tecniche per aiutare l’audioprotesista nella programmazione, e cio’ non aiuta. Se per una protesi classica, un generico “sento male le voci” puo’ essere interpretato a spanne con un “alza di 10 decibel sulla banda dei 1000Hz”, per un impianto cocleare non e’ cosi’ banale.
Last but not least, l’aspetto economico: un impianto cocleare costa decine di migliaia di euro, per non dire centinaia, e non tutti se lo possono permettere. Non so come siamo messi in italia col SSN, se lo passa parzialmente o in toto, ma per fare un paragone con le protesi acustiche classiche (retroauricolari o endoauricolari), il SSN passa delle protesi analogiche da 500 euro, senza nemmeno la regolazione di alti bassi e medi. Una tecnologia che era gia’ obsoleta 15 anni fa. Una coppia di moderne protesi digitali programmabili costa sui 6-7mila euro, da tirare fuori di tasca propria.
Insomma, l’impianto cocleare e’ un’ottima tecnologia, e senz’altro e’ utile in molte situazioni, ma e’ comunque l’ultima spiaggia, diciamo, adatto solo a situazioni limite, e applicabile solo in parte di esse.