“Che schifo!” urla la bimbetta accompagnata dal padre e dal bamboccio puntando con il dito su quel groviglio di alghe attorno al castello di sabbia sulla battigia. Il fratello bamboccio prende la rincorsa e con il suo piedone quasi adolescente pesta la torre più alta del castello zombie di figlio N.2.
“Questa cosa qui l’ha costruita quel bambino in acqua”, dico io mostrando con un cenno della testa il piccolo che urla tra le onde e impreca a modo suo contro il bamboccio. “Scusi” dice, e continua a camminare accelerando il passo dietro al padre. “Va bene, non è grave” dico io con un sorriso, “ma magari aiutalo a rimetterlo a posto, ok?”. Nel frattempo figlio N.2 con il faccino arrabbiato e le lacrime a fil di ciglio è uscito dall’acqua e tenta di aggiustare la torre del castello distrutta. Il bamboccio continua a camminare voltandosi con la faccia offesa verso di me. Il padre si gira, fa le spallucce e dice sorridendo con fare complice “era distratto”. “Non lo era” gli dico seria,”l’ha fatto di proposito”. Se ne vanno tutti e tre e il bamboccio si volta verso di me con il broncio.
“E niente. A stare con la schiena dritta lo si impara da piccoli. E lo si impara dai genitori”, mormoro mentre impasto sabbia e restauro la torre danneggiata.
“Cosa, mamma?”, tirando su con il naso.
“Niente. Dicevo che hai costruito il castello più spaventosamente zombie che io abbia mai visto, tesoro.”
Giorno: 27 agosto 2014
Ho appena visto una persona postare una foto di un flacone di Diazepam, accompagnata da una didascalia a forma di cuoricino.
C’è stato un anno, non troppo tempo fa, in cui ho cominciato ad avere un attacco di panico dietro l’altro.
Sarà stato per la Laurea, sarà stata la paura di non farcela, la paura di deludere i miei genitori, la paura di deludere me stessa, la paura di aver rinunciato alla parte migliore di me.
Dopo mesi di spola tra casa e ospedale, tra ambulanze e chiamate a Virgilio nel cuore della notte, il medico del Pronto Soccorso, bel bello, aveva deciso di calmare i miei spiriti, che più che bollenti erano terrorizzati, prescrivendomi 10 gocce di Diazepam all’occorrenza.
Io, io che non sono una che di queste cose per diventare tristi se ne intende molto, dicevo, io non sapevo cosa fosse il Diazepam, per cui ho giustamente chiesto e mi è stato detto che era un calmante molto leggero, niente di cui avere paura.
Tornati a casa, MammaPi’ era lì che se lo rigirava tra le mani, questo flacone, e io e PapàPi’, nemmeno noi troppo convinti, eravamo lì che pensavamo che forse era meglio dare ascolto al dottore e usare queste cose per calmarsi un po’, però solo se davvero cominciava a mancarmi l’aria.Tra i vari ricordi, c’è quello di un sabato sera in una pizzeria, ero con la mia famiglia, c’era pure NonnAngela; avevo preso le gocce perché erano ore che la tachicardia non mi mollava, mi ero vestita, non avevo nemmeno dedicato troppo tempo al mascara, avevo messo un paio di scarpe alte ed ero uscita.
Guidava PapàPi’, io stavo dietro, e piangevo.
E le lacrime scendevano e scendevano sempre e io non riuscivo a fermarmi e mi colava il naso e ancora piangevo; ho pianto in macchina, quando sono scesa, sugli scalini della pizzeria, seduta al tavolo, mentre mangiavo la pizza, mentre la digerivo; ho pianto per ore, questi grandi lacrimoni salati senza ragione, senza spiegazione, senza giustificazione.
Ed è stato quando le ho viste davvero, le lacrime del momento in cui davvero non sei in grado di provare più niente, che ho preso il mio flacone di Diazepam e l’ho tolto dalla borsa.Questa foto è del 18 di Aprile di quest’anno, ero in un ristorante giapponese con una delle persone più importanti della mia vita, e a riguardarla penso a tutte le volte successive in cui mi è mancata l’aria e ho dovuto contare fino a 543 per calmare il mio cuore; penso a quell’anno terribile che mi è costato una forza di volontà così grande che ancora oggi mi chiedo come poteva stare tutta dentro me che ero così piccola, e mi dico che essere riuscita a venirne fuori da sola, aggrappata alle mani di due genitori meravigliosi, rimane, ad oggi, una delle mie più grandi vittorie.
Il Diazepam farà figo, in quest’epoca di pazzi convinti che la Tristezza sia meglio della Felicità, ma essere ancora in grado di sfoggiare un sorriso come questo, beh, è una cosa che davvero non starebbe nel post più lungo e ben scritto di questo mondo.
Vi svelo un segreto: Avere un amore a distanza è lo stesso che essere soli.
ti svelo un altro segreto: puoi avercelo anche a 10cm ed essere solo lo stesso.
Dipende se quei 10 cm scarsi ti sono puntati al culo
La solitudine fisica non è uguale alla solitudine emotiva.
È la somma che fa il totale.
Compratevi un cane.
E parecchia cioccolata.
Se mettete una patata nel cesto delle mele, ci mettono più tempo a marcire.
Usate l’aceto come ammorbidente in lavatrice e il bicarbonato per togliere le macchie.
A meno che il detersivo utilizzato contenga i cosiddetti “sbiancanti all’ossigeno attivo”, ovvero percarbonato di sodio (o sodio carbonato perossidrato), che tra i 40 e i 60 gradi si scompone in carbonato di sodio e acqua ossigenata.
In tal caso l’aceto non e’ consigliato, in quanto l’acido acetico neutralizza l’effetto detergente del carbonato di sodio.
E comunque sarebbe meglio usare l’acido citrico (si trova nei negozi di prodotti per vino e birra), che e’ meno corrosivo dell’acido acetico a contatto con l’acciaio inox, e’ meno inquinante, e se ne puo’ dosare meglio la diluizione (nell’aceto e’ presente solo un 6% di acido acetico).