tsuki-no-hikari:

ruinedchildhood:

“nah it works just don’t touch it”

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oh guarda, il lampadario della mia camera!

A leggerlo cosi’ uno potrebbe pensare che stia scherzando. Errore.

E dovreste vedere quando dorme con la termocoperta attaccata, nella stessa presa.

La sua camera e’ tipo cosi’:

Non so come abbia fatto a sopravivere fino a oggi.

Le giro una domanda di una mia amica: come hanno fatto i due malati americani di ebola a guarire grazie ad un vaccino? Cioè: il vaccino dovresti prenderlo _prima_ di ammalarti affinché funzioni? Ringraziandola anticipatamente per la risposta, le porgo i miei e i suoi (di lei) ossequi.

spaam:

kon-igi:

Semplicemente perché lo Zmapp è un siero e non un vaccino.

Con il vaccino si acquisisce un’immunità attiva molto prolungata nel tempo con l’introduzione nell’organismo di virus inattivati che creano una risposta anticorpale propria, con la sieroterapia, invece, si utilizza un emoderivato (umano o animale) con una difesa anticorpale già presente ma che crea solo immunità passiva di durata limitata, ovviamente con rischi di reazione anafilattiche anche molto gravi.

Comunque, sebbene il vaccino per EVD non sia stato ancora sintetizzato, spesso per altre malattie il vaccino può essere somministrato anche ad infezione conclamata poiché può aiutare l’organismo nella risposta anticorpale.

Magari spaam ci può aiutare a capire meglio con una delle sue digressioni schifosamente scientifiche…

Ora cercherò di dilungarmi il più possibile, neanche fosse la messa di Natale.

Allora, intanto lo Zmapp come detto bene da Kon non è un vaccino. I vaccini, di solito, sono un preparato biologico che immunizza contro una certa malattia. Nel gergo comune si dice sempre “ci vorrebbe un vaccino contro gli stronzi”. Una pozione cioè che ci difenda appunto dagli stronzi. Se poi lo stronzo è anche un testa di cazzo, il vaccino potrebbe non funzionare più, ma è un altro discorso che affronteremo il giorno che scopriranno come Ebola si trasmetta insieme all’AIDS.

Di solito ci son 5 tipi di vaccini:

1. quello fatto con una quantità minima del microrganismo che provoca la malattia. Il classicone da letteratura quando ti davano un po’ di veleno fin da piccolo e tu crescendo eri immune e potevi mangiare in qualsiasi trattoria fuori città.

2. quello fatto con la forma morta del microrganismo. Come a dire che alle vostri linfociti B, le guardie svizzere del vostro organismo, anziché addestrarle come nel caso 1, gli mandiamo le istruzioni su come sia fatto il potenziale nemico. Loro studiano e si preparano nel caso di una ipotetica invasione

3. quella che viene definita una “subunit vaccine”, un pezzetto dell’organismo che dovrebbe stimolare la risposta immunitaria. Non è proprio come nel caso 1, ma quasi.

4. I vaccini “toxoidi”, cioè fatti con una tossina a cui hanno tolto il potere tossico, ma è rimasto quello immunologico. In pratica, è come se gli Stati Uniti decidessero d’invadervi e alle vostre guardie svizzere, per difenderle, i Russi gli mandassero un Rambo pensionato. Anziché combattere, addestrerà il vostro esercito a fare il culo ai marine.

5. se credete alle scie chimiche, c’è anche quello fatto con un po’ di succo di limone, due cucchiaini di zucchero di canna, 5 gocce di aceto balsamico e mezza pera. Saranno più che sufficienti a farvi morire entro il mio 43° compleanno. 

Ma lo Zmapp, appunto, non è un vaccino, ma un prodotto per trattare chi ha già l’Ebola. Sul fatto che abbiano usato la parola vaccino, beh, sarà stato un po’ come al mercato del pesce quando dividono i crostacei in gamberi, gamberetti, gamberoni e mazzancolle. 

Nello specifico dello Zmapp, pare funzioni come sempre già detto da Kon. È un cocktail di tre anticorpi monoclonali (anticorpo monoclonale: Ab prodotto da una sola cellula e/o cloni della stessa).

In sostanza, i tre anticorpi dello Zmapp dovrebbero attaccarsi al virus Ebola e permettere 1) la non diffusione dello stesso nell’organismo. 2) rallentarne la sue replicazione. 3) permettere al sistema immunitario di attaccare il virus.

Quindi funziona stimolando la risposta immunitaria, come fosse un vaccino, ma tenendo ben fermo il virus, in modo che i linfociti B lo possano prendere a mazzate.

Voglio una puntata di “Siamo fatti cosi’“ scritta e diretta da Spaam.

frauigelandtheboys:

“Che schifo!” urla la bimbetta accompagnata dal padre e dal bamboccio puntando con il dito su quel groviglio di alghe attorno al castello di sabbia sulla battigia. Il fratello bamboccio prende la rincorsa e con il suo piedone quasi adolescente pesta la torre più alta del castello zombie di figlio N.2.
“Questa cosa qui l’ha costruita quel bambino in acqua”, dico io mostrando con un cenno della testa il piccolo che urla tra le onde e impreca a modo suo contro il bamboccio. “Scusi” dice, e continua a camminare accelerando il passo dietro al padre. “Va bene, non è grave” dico io con un sorriso, “ma magari aiutalo a rimetterlo a posto, ok?”. Nel frattempo figlio N.2 con il faccino arrabbiato e le lacrime a fil di ciglio è uscito dall’acqua e tenta di aggiustare la torre del castello distrutta. Il bamboccio continua a camminare voltandosi con la faccia offesa verso di me. Il padre si gira, fa le spallucce e dice sorridendo con fare complice “era distratto”. “Non lo era” gli dico seria,”l’ha fatto di proposito”. Se ne vanno tutti e tre e il bamboccio si volta verso di me con il broncio.
“E niente. A stare con la schiena dritta lo si impara da piccoli. E lo si impara dai genitori”, mormoro mentre impasto sabbia e restauro la torre danneggiata.
“Cosa, mamma?”, tirando su con il naso.
“Niente. Dicevo che hai costruito il castello più spaventosamente zombie che io abbia mai visto, tesoro.”

ripostigli:

Ho appena visto una persona postare una foto di un flacone di Diazepam, accompagnata da una didascalia a forma di cuoricino.

C’è stato un anno, non troppo tempo fa, in cui ho cominciato ad avere un attacco di panico dietro l’altro.
Sarà stato per la Laurea, sarà stata la paura di non farcela, la paura di deludere i miei genitori, la paura di deludere me stessa, la paura di aver rinunciato alla parte migliore di me.
Dopo mesi di spola tra casa e ospedale, tra ambulanze e chiamate a Virgilio nel cuore della notte, il medico del Pronto Soccorso, bel bello, aveva deciso di calmare i miei spiriti, che più che bollenti erano terrorizzati, prescrivendomi 10 gocce di Diazepam all’occorrenza.
Io, io che non sono una che di queste cose per diventare tristi se ne intende molto, dicevo, io non sapevo cosa fosse il Diazepam, per cui ho giustamente chiesto e mi è stato detto che era un calmante molto leggero, niente di cui avere paura.
Tornati a casa, MammaPi’ era lì che se lo rigirava tra le mani, questo flacone, e io e PapàPi’, nemmeno noi troppo convinti, eravamo lì che pensavamo che forse era meglio dare ascolto al dottore e usare queste cose per calmarsi un po’, però solo se davvero cominciava a mancarmi l’aria.

Tra i vari ricordi, c’è quello di un sabato sera in una pizzeria, ero con la mia famiglia, c’era pure NonnAngela; avevo preso le gocce perché erano ore che la tachicardia non mi mollava, mi ero vestita, non avevo nemmeno dedicato troppo tempo al mascara, avevo messo un paio di scarpe alte ed ero uscita.
Guidava PapàPi’, io stavo dietro, e piangevo.
E le lacrime scendevano e scendevano sempre e io non riuscivo a fermarmi e mi colava il naso e ancora piangevo; ho pianto in macchina, quando sono scesa, sugli scalini della pizzeria, seduta al tavolo, mentre mangiavo la pizza, mentre la digerivo; ho pianto per ore, questi grandi lacrimoni salati senza ragione, senza spiegazione, senza giustificazione.
Ed è stato quando le ho viste davvero, le lacrime del momento in cui davvero non sei in grado di provare più niente, che ho preso il mio flacone di Diazepam e l’ho tolto dalla borsa.

Questa foto è del 18 di Aprile di quest’anno, ero in un ristorante giapponese con una delle persone più importanti della mia vita, e a riguardarla penso a tutte le volte successive in cui mi è mancata l’aria e ho dovuto contare fino a 543 per calmare il mio cuore; penso a quell’anno terribile che mi è costato una forza di volontà così grande che ancora oggi mi chiedo come poteva stare tutta dentro me che ero così piccola, e mi dico che essere riuscita a venirne fuori da sola, aggrappata alle mani di due genitori meravigliosi, rimane, ad oggi, una delle mie più grandi vittorie.

Il Diazepam farà figo, in quest’epoca di pazzi convinti che la Tristezza sia meglio della Felicità, ma essere ancora in grado di sfoggiare un sorriso come questo, beh, è una cosa che davvero non starebbe nel post più lungo e ben scritto di questo mondo.

tattoodoll:

brondybux:

heresiae:

efattelaunacazzodirisata:

guerrepudiche:

contessadelcaos:

carnaccia:

memicele:

pelle-scura:

Vi svelo un segreto: Avere un amore a distanza è lo stesso che essere soli.

ti svelo un altro segreto: puoi avercelo anche a 10cm ed essere solo lo stesso.

Dipende se quei 10 cm scarsi ti sono puntati al culo

La solitudine fisica non è uguale alla solitudine emotiva.

È la somma che fa il totale.

Compratevi un cane.

E parecchia cioccolata.

Se mettete una patata nel cesto delle mele, ci mettono più tempo a marcire.

Usate l’aceto come ammorbidente in lavatrice e il bicarbonato per togliere le macchie.

A meno che il detersivo utilizzato contenga i cosiddetti “sbiancanti all’ossigeno attivo”, ovvero percarbonato di sodio (o sodio carbonato perossidrato), che tra i 40 e i 60 gradi si scompone in carbonato di sodio e acqua ossigenata.

In tal caso l’aceto non e’ consigliato, in quanto l’acido acetico neutralizza l’effetto detergente del carbonato di sodio.

E comunque sarebbe meglio usare l’acido citrico (si trova nei negozi di prodotti per vino e birra), che e’ meno corrosivo dell’acido acetico a contatto con l’acciaio inox, e’ meno inquinante, e se ne puo’ dosare meglio la diluizione (nell’aceto e’ presente solo un 6% di acido acetico).

anonpeggioredelmondo:

pgfone:

Per anni passando tra le vigne mi sono domandato perché i viticoltori piantassero piante di rose davanti ai filari, pensai per prima cosa a un vezzo puramente estetico, oppure per qualche tradizione  religiosa……

Ingenuo;

in agricoltura niente è per caso o per estetica, oggi finalmente ho scoperto (parlando con un viticoltore delle mie zone) che attualmente si tratta di una semplice tradizione che però, in passato, aveva delle ragioni pratiche. Infatti, le piante di rosa manifestano i sintomi del “mal bianco”, un terribile nemico della vite, con qualche giorno di anticipo rispetto alle viti, permettendo così ai viticoltori di correre ai ripari.

fantastico *.*

confermo 🙂

iceageiscoming:

Non solo sto con kon-igi ma dico anche che siamo in troppi su questo sasso azzurrognolo e di qualcosa bisogna anche morire: debellando tutte le malattie l’unica cosa che si otterrà sarà l’estinzione della specie umana. Oggettivamente però, vista la gente che c’è in giro, non è una poi una così cattiva cosa.

Giano is the answer.