In conclusione, penso che gli studenti qui siano sfacciatamente fortunati (ok, forse non tutti. Quelli che si riempiono di debiti e si ammazzano di lavoro per pagare le rette universitarie no, ma la maggioranza che hanno tutto pagato da mamma e papa’, si). Non sono piu’ fortunati di me perche’ hanno una piscina a forma di bufalo, dei dormitori che sembrano degli alberghi, una mensa che fa la pizza meglio che la mia mamma, dei TA (cioe’ io) che li seguono in ogni minimo problema, dei club ricreativi che gli organizzano la vita sociale. Io non avevo una palestra ma mi sono fatta i muscoli delle gambe sui ponti di Venezia, dividevo una quadrupla in una casa con gli scorpioni ma era una casa bellissima e piena di gioia (ribattezzata Casa dell’Amore), i dottorandi e professori mi ignoravano ma io li veneravo lo stesso. Nonostante tutto cio’, non cambierei la mia esperienza con quella di nessuno studente del college americano. Un po’ perche’ io bevevo alcol legalmente sotto i 21 anni, e un po’ perche’ la gente che ho incontrato era gente speciale, quello che facevo mi entusiasmava e stavo nel posto piu’ bello del mondo. Non e’ da tutti studiare in una cartolina.

Gli studenti statunitensi sono piu’ fortunati di me perche’ hanno qualcuno che crede in loro. Io ero ad un passo dal rassegnarmi a fare la segretaria sottopagata poliglotta con due 110 e lode in tasca perche’ nessuno mi aveva mai fatto credere che potessi aspirare a fare piu’ di cosi’. E quando ho voluto provare con il dottorato, la professoressa che ci ha fatto il famoso discorso iniziale si e’ rifiutata di farmi la lettera di referenze. Io passo la vita a sentirmi constantemente inadeguata, a sentire di dovermi giustificare, di non essere all’altezza delle persone che mi circondano. Quando mi dicono che ho fatto qualcosa bene ho sempre il retropensiero che stiano mentendo. Invece vedo colleghi e amici americani che sono a loro agio nel pavoneggiarsi per le cose che sanno fare, nel ripetere quanto sono bravi, intelligenti. Come si dice qui, si sanno vendere bene. Un’amica mi diceva di essere volontaria in un programma Rotary che insegna agli adolescenti a diventare leader del futuro. E chi mai mi ha fatto pensare che sarei diventata una leader di qualcosa? Da adolescente avevo la percezione di essere una nullita’, avevo la massima aspirazione di diventare assistente di volo e sapevo che di Steve Jobs noi non ne avremo mai, quelli nascono solo in USA. Se un adolescente va in giro a dire che sara’ un leader, 9 su 10 il primo bullo che passa gli infila la testa nel gabinetto

http://giupyincolorado.blogspot.se/2014/09/nostalgia-imperante.html (via virginiamanda)

Non condivido il concetto secondo il quale qualcuno deve in credere in te, perche’ tu possa aspirare a qualcosa di piu’. E nemmeno il fatto che la nostra cultura soffoca sul nascere la crescita di leader.

Pero’ e’ una riflessione interessante, per cui rebloggo.