Ad ogni festa comandata, i figli, non importa di quale età, viaggiano lungo la penisola, prendendo aerei, imbarcando navi e famiglia tutta, per viaggiare a ritroso fino a “casa”. Nel linguaggio, allora, ci raccontiamo come per Pasqua o per Natale siamo tornati a “casa”. Casa allora non è più il posto dove viviamo ora. Casa è dove siamo nati e questo fa di noi un popolo principalmente di emigranti. Emigranti nell’anima.
Siamo disposti ad andare anche lontanissimo e non solo fisicamente, ma senza mai staccarci del tutto dal nostro luogo d’origine o dalle nostre tradizioni. Lottiamo per la nostra emancipazione e allo stesso tempo coltiviamo quel nocciolo duro di tradizioni perpetuate nei secoli. Nei gesti, nei rituali, rimaniamo, così, un popolo estremamente legato alla terra. E questo, forse, è il lato più romantico di un italiano. Il nostro essere stato un Paese contadino ce lo siamo portati dentro fino ad ora, lo abbiamo radicato nel nostro essere, nei nostri rituali, nei gesti più semplici, al punto che nella lontananza, non potendo tornare a “casa” per le feste, esorcizziamo questa assenza preparando i nostri piatti tipici, quelli che ci hanno accompagnati da sempre. Non è più l’evento religioso, allora, a fare santa la Pasqua o il Natale. È la “pastiera”, il “casatiello”, la “coratella” e via dicendo a santificare quel momento. A fare “casa”. La religione non è altro che il contorno all’abbacchio con le patate, il vero protagonista della festa.
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
Cesare Pavese, La luna e i falo’