Nel disegno i colori dei quadrati “A” e “B” danno l’illusione di essere diversi. Ma, come si vede nella gif animata, non è così.
In questo esperimento la mente si mostra molto pronta nell’interpretare la realtà secondo una logica sicura e comprovata. Non accetta una verità che non abbia quei requisiti che corrispondono a ciò che si conosce e che risulta utile per la vita quotidiana. In questo modo tutto è ordinato secondo il suo criterio; non secondo come stanno veramente le cose. Dunque la mente è elastica e addirittura ingegnosa nel tentare di conservare la sua stabilità e la sua sicurezza pregiudiziale, ma non lo è affatto nel conoscere quelle cose che non rientrano negli schemi ordinari che si è costruita nei primi apprendimenti da bambino, ragazzo e adolescente.
Si racconta che gli indiani d’America non riconobbero le navi di Colombo quando le videro arrivare dal mare. La loro mente rifiutò di “conoscere” quello che non rientrava nella loro usuale percezione. Infatti vennero percepite come una sorta di nuvole sul mare; cioè “riconobbero” quello che era nei normali parametri, utili alla loro sopravvivenza. Solo dopo che le navi buttarono l’àncora, si accorsero di quelle strane costruzioni che galleggiavano sulle acque e degli uomini che ne scendevano con le loro “piroghe”. Così vennero invasi.
A questo punto mi chiedo quante cose percepiamo ma non riconosciamo per quello che veramente sono? Quanti eventi straordinari vengono disconosciuti facendoli rientrare nei nostri parametri di normalità?
Difatti, come per le reti neurali che soffrono di obsolescenza, e quindi se gli si presenta un evento nuovo non sono capaci di riconoscelo, lo stesso vale per il nostro cervello. Dovremmo ri-allenare le sinapsi con stimoli diversi, aggiungendo esperienze nuove al nostro bagaglio, cosicchè la ‘novelty detection’ non sia ne un evento traumatico tantomeno irriconoscibile.
Vorrei specificare, che al di la’ delle seghe mentali sull’apprendimento e sul riconoscimento delle situazioni nuove, l’immagine in esempio non ha niente a che vedere ne’ con l’apprendimento, ne’ con situazioni nuove.
E’ un fenomeno di contrasto simultaneo, illustrato gia’ da Goethe alla fine del ‘700 come prova di incompletezza della teoria dell’ottica di Newton (insieme al contrasto successivo e ai colori non spettrali), ribadito dal chimico francese Chevreul a meta’ dell’800, e rimasto nel limbo dei fenomeni non spiegati anche con la teoria percettiva di Young-Helmoltz.
Solo nel 1957, con la teoria dei retinex di Edwin Land, si arrivo’ a un modello nel quale l’onere della generazione dell’immagine, era trasferito dall’occhio alla corteccia visiva: non piu’ quindi una semplice sintesi additiva dei tre colori primari, ma un confronto continuo di ogni parte del campo visivo con le aree circostanti.
Nello specifico, nella teoria dei retinex (retina + cortex), si ipotizzava un meccanismo biologico nel quale il segnale tristimolo proveniente dai tre tipi di fotorecettori dell’occhio (coni retinici), fosse prima interpretato dalla corteccia visiva, generando una specie di confronto tra la riflettanza delle superfici della scena inquadrata; successivamente, una correlazione tra tale mappa della luminosita’ e i tre diversi retinex delle tre diverse lunghezze d’onda della luce a cui erano sensibili i fotorecettori, GENERAVA la sensazione di colore.
Se la teoria dei retinex spiegava in modo elegante anche tutti i fenomeni ottici finora inspiegati, non riusciva pero’ a indicare con precisione la parte del cervello addetta a tale correlazione. Soltanto nel 1973, con gli esperimenti di Zeki, furono individuati nella cosiddetta area V4 della corteccia visiva, questi centri di correlazione del colore, confermando l’ipotesi di Land.
Se qualcuno vuole approfondire, qua ci sono una serie di articoli sulla percezione del colore, eventualmente da leggere in sequenza, come un unico articolo a puntate, per capirci qualcosa 🙂
L’immagine in oggetto e il suo fenomeno ottico possono essere spiegati scientificamente, ma rimane un esempio dei nostri limiti di interpretare la realtà. Come ho già scritto pochi giorni fa, sappiamo che secondo la nuova fisica non esiste un mondo esterno al soggetto che “sente”. Infatti la mente non percepisce la Realtà, ma quello che crede sia la Realtà. Noi vediamo perché la retina assorbe la luce e porta segnali al cervello ed è così per tutti gli altri sensi. Gli occhi non vedono i colori. Là fuori non ci sono né luce, né colore, solo onde elettromagnetiche; là fuori non c’è né suono né musica, solo variazioni di pressione. Dunque pare che l’ambiente che percepiamo sia una nostra invenzione. Tutti i colori e le forme che vediamo, sono il modo in cui i neuroni del cervello traducono gli impulsi elettrici nel mondo esterno, fuori dal corpo fisico. Essi producono ciò che avviene in impulsi che a noi appaiono come forme e colori. Forme e colori sono dunque stati dei nostri neuroni, quindi ciò che vediamo quando i nostri occhi sono aperti è quello che succede all’interno del nostro cervello e che viene tradotto dalla mente. Anche Pribram, grande neurofisiologo, afferma che il mondo è nelle nostre retine, non al di fuori.
Dunque, tutte queste ricerche e considerazioni, tra lo scientifico e il filosofico, portano alla stessa conclusione: non solo la Realtà è interna a ciascun individuo, ma è anche creata dalla sua mente grazie alle limitazioni in essa contenute.
A me veramente piu’ che un esempio dei nostri limiti pare l’esatto contrario: un esempio di come siamo in grado di superarli, e di spiegare anche cose non percepibili in modo diretto. E allo stesso modo, lo sono i concetti di onde elettromagnetiche e variazioni di pressione che citi: se l’uomo fosse limitato alla sola realta’ in grado di percepire coi sensi, non sarebbe stato in gradi nemmeno di concepirli tali concetti astratti.
Il fatto che tali concetti si evolvano col tempo, e’ dovuto al metodo scientifico, e NON a presunti limiti della mente umana. Newton non era piu’ stupido di Land. Ha soltanto estrapolato una teoria sulla base del contesto scientifico dell’epoca in cui viveva. La teoria di Land non ha soppiantato quella di Newton, 300 anni dopo, l’ha INTEGRATA.
La scienza, raramente si contraddice totalmente. Piu’ spesso introduce piccole correzioni, migliorie, aggiunte, che spiegano altri dettagli rispetto ai modelli precedenti. A riprova della capacita’ dell’uomo di spingersi sempre di piu’ oltre i propri limiti. Ci possono essere alcune cose che ANCORA non siamo in grado di spiegare, cosi’ come Newton non spiegava il contrasto simultaneo. Ma cio’ non invalida tutta la conoscenza scientifica acquisita finora.
Per quanto riguarda la realta’, NO, NON E’ creata dalla mente, NON E’ una nostra invenzione. Quella e’ LA PERCEZIONE della realta’, che puo’ variare da persona a persona, ma comunque solo entro certi limiti fisiologici, e quindi quantificabili. La realta’ in quanto tale, e’ oggettiva, esterna all’essere umano, e misurabile. Differenze di percezione, non implicano ne’ l’impossibilita’ di valutare la realta’ in modo oggettivo, ne’ la capacita’ di comprenderla al di la dei propri limiti fisici.
Comunque tutto questo discorso francamente mi sembra un po’ inutile e fine a se stesso. Il presupposto stesso che la mente umana e’ limitata, fa crollare tutto il castello di seghe mentali. La mente umana NON E’ limitata. Lo sono solo le singole persone. E’ arrogante pensare che se uno non sa o non e’ in grado di capire una cosa, allora nessun altro ci riuscira’.
Un vero mistero quello che l’Adnkronos ha scovato in un fascicolo,
custodito dagli uomini del Corpo Forestale dello Stato e aperto quasi 15
anni fa, che reca la dicitura «Gnomi e fate dei boschi».
Una cartellina verde del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali – Corpo Forestale dello Stato
che contiene informazioni, segnalazioni, materiale fotografico che
riguarda esattamente quello che il suo titolo evoca: decine di
testimonianze, foto e documenti su avvistamenti ritenuti ‘strani’.
Il fascicolo riporterebbe anche un verbale di avvistamento di uno “gnomo dei boschi” dell’altezza di circa 25 centimetri, mentre si trovava intento a bere ad una fonte.
Ma di cosa si fanno i forestali?
Hai presente quelli che piantano la cannabis in bosco lungo i fossi, dove scorre l’acqua, abbandonandola a se stessa, e sperando di ritrovarcela a ottobre, poi? Ecco, non ce la ritrovano mai.
Nel disegno i colori dei quadrati “A” e “B” danno l’illusione di essere diversi. Ma, come si vede nella gif animata, non è così.
In questo esperimento la mente si mostra molto pronta nell’interpretare la realtà secondo una logica sicura e comprovata. Non accetta una verità che non abbia quei requisiti che corrispondono a ciò che si conosce e che risulta utile per la vita quotidiana. In questo modo tutto è ordinato secondo il suo criterio; non secondo come stanno veramente le cose. Dunque la mente è elastica e addirittura ingegnosa nel tentare di conservare la sua stabilità e la sua sicurezza pregiudiziale, ma non lo è affatto nel conoscere quelle cose che non rientrano negli schemi ordinari che si è costruita nei primi apprendimenti da bambino, ragazzo e adolescente.
Si racconta che gli indiani d’America non riconobbero le navi di Colombo quando le videro arrivare dal mare. La loro mente rifiutò di “conoscere” quello che non rientrava nella loro usuale percezione. Infatti vennero percepite come una sorta di nuvole sul mare; cioè “riconobbero” quello che era nei normali parametri, utili alla loro sopravvivenza. Solo dopo che le navi buttarono l’àncora, si accorsero di quelle strane costruzioni che galleggiavano sulle acque e degli uomini che ne scendevano con le loro “piroghe”. Così vennero invasi.
A questo punto mi chiedo quante cose percepiamo ma non riconosciamo per quello che veramente sono? Quanti eventi straordinari vengono disconosciuti facendoli rientrare nei nostri parametri di normalità?
Difatti, come per le reti neurali che soffrono di obsolescenza, e quindi se gli si presenta un evento nuovo non sono capaci di riconoscelo, lo stesso vale per il nostro cervello. Dovremmo ri-allenare le sinapsi con stimoli diversi, aggiungendo esperienze nuove al nostro bagaglio, cosicchè la ‘novelty detection’ non sia ne un evento traumatico tantomeno irriconoscibile.
Vorrei specificare, che al di la’ delle seghe mentali sull’apprendimento e sul riconoscimento delle situazioni nuove, l’immagine in esempio non ha niente a che vedere ne’ con l’apprendimento, ne’ con situazioni nuove.
E’ un fenomeno di contrasto simultaneo, illustrato gia’ da Goethe alla fine del ‘700 come prova di incompletezza della teoria dell’ottica di Newton (insieme al contrasto successivo e ai colori non spettrali), ribadito dal chimico francese Chevreul a meta’ dell’800, e rimasto nel limbo dei fenomeni non spiegati anche con la teoria percettiva di Young-Helmoltz.
Solo nel 1957, con la teoria dei retinex di Edwin Land, si arrivo’ a un modello nel quale l’onere della generazione dell’immagine, era trasferito dall’occhio alla corteccia visiva: non piu’ quindi una semplice sintesi additiva dei tre colori primari, ma un confronto continuo di ogni parte del campo visivo con le aree circostanti.
Nello specifico, nella teoria dei retinex (retina + cortex), si ipotizzava un meccanismo biologico nel quale il segnale tristimolo proveniente dai tre tipi di fotorecettori dell’occhio (coni retinici), fosse prima interpretato dalla corteccia visiva, generando una specie di confronto tra la riflettanza delle superfici della scena inquadrata; successivamente, una correlazione tra tale mappa della luminosita’ e i tre diversi retinex delle tre diverse lunghezze d’onda della luce a cui erano sensibili i fotorecettori, GENERAVA la sensazione di colore.
Se la teoria dei retinex spiegava in modo elegante anche tutti i fenomeni ottici finora inspiegati, non riusciva pero’ a indicare con precisione la parte del cervello addetta a tale correlazione. Soltanto nel 1973, con gli esperimenti di Zeki, furono individuati nella cosiddetta area V4 della corteccia visiva, questi centri di correlazione del colore, confermando l’ipotesi di Land.
Se qualcuno vuole approfondire, qua ci sono una serie di articoli sulla percezione del colore, eventualmente da leggere in sequenza, come un unico articolo a puntate, per capirci qualcosa 🙂
Quella che porta all’isola di Bastøy è una barca piccola, bianca. Tra
l’interno e l’esterno si danno il cambio tre o quattro uomini con
addosso delle giacche gialle. Sorridono mentre intorno non c’è che vento
freddo e silenzio. Dopo pochi minuti, forse un quarto d’ora, la barca
attracca. Alcuni uomini del personale staccano, il loro turno è finito. È
arrivato il momento di tornare a casa. Solo che non stiamo parlando di
marinai, ma di detenuti, e la loro non è una semplice casa ma una delle
88 abitazioni, rigorosamente in legno, che costituiscono questo
singolare carcere norvegese, a 75 chilometri da Oslo.
A Bastøy non si arriva per caso. E questo
non ha niente a che vedere col fatto che si tratta di un’isola di appena
due chilometri quadrati, persa in un fiordo norvegese. Per arrivare
qui, sulla solita barca che porta i visitatori, c’è la lista d’attesa.
Tom Eberhardt, direttore del carcere, riceve circa 30 richieste al mese.
«Non possiamo accettarli tutti» spiega. Questa non è soltanto una
decisione dello staff. Per arrivare qui bisogna avere dei requisiti
particolari. Innanzitutto, aver già scontato la maggior parte
della pena perché sull’isola di Bastøy, come spiega Tom, si possono
passare al massimo cinque anni, ma soprattutto devono avere un forte
desiderio di migliorarsi e la volontà di lavorare su se stessi.
Un tasso di recidiva del 16% per chi esce, contro la media del 75-80% dei carceri tradizionali.