Operazione colombeschiacciatemeringhe roba di pasqua !
Quest’anno io e tsuki-nh ci siamo fatti un pochino prendere la mano: 20 schiacciate di pasqua, 10 colombe, due infornate da 11 teglie ciascuna di meringhe cioccolata e nocciole. E visto che il forno era ancora caldo (ci vogliono due giorni per prepararlo, tanto vale approfittarne) due torte salate, fagioli al forno, baci di dama salati, e stuzzichini di pasta sfoglia.
29 ore quasi no-stop di lavoro, con Cianci che puntava ogni cosa come se fosse stato un prosciutto. Ma adesso si mangia!
Buona pasqua a tutti !
Io ora mi siedo sul divano e non mi alzo più fino a Natale.
(Buona Pasqua!)
Sarei tipo super curiosa di sapere come fate le schiacciate… perché anche a casa mia si fanno, ma sono finissime! L
Facciamo con 5 impasti progressivi.
Adesso non ho la ricetta sottomano per vedere le dosi esatte, ma comunque, a grandi linee, si comincia con una fontana di farina e poco lievito, e si lascia crescere. Al secondo impasto si aggiungono le prime uova, e altra farina e lievito. Al terzo e al quarto altre uova, farina, lievito, e anche zucchero e burro. Al quinto si aggiunge anche tutto il resto: miele, rosolio di menta, liquore all’anice, maraschino, anice in semi, eccetera. Ad ogni impasto si sfa la pasta dell’impasto precedente rendendola di nuovo liquida, poi si aggiungono gli ingredienti, le cui dosi aumentano esponenzialmente ogni volta. Ecco perché partendo da una bacinella si arriva alla tinozza da bucato della foto.
Quando anche la tinozza ha lievitato abbastanza, si formano le pallette, impastando il meno possibile, e si lasciano lievitare negli stampi. Poi si inforna. Fondamentale durante tutta la procedura, é la temperatura della stanza: deve esserci molto molto caldo per favorire la lievitazione (noi teniamo la stufa a legna della cucina a palla, c’é cosí caldo che dopo un po’ tocca uscire).
Anche mettere una parte di farina di manitoba al posto della classica farina 00 aiuta a farle lievitare meglio, rendendo la maglia glutinica della pasta piú elastica, e quindi in grado di catturare meglio i gas sprigionati durante la lievitazione. É importante anche non esagerare: quando si vede che la tensione superficiale della pasta é al limite (si vede la pasta che “tentenna”, dando dei colpetti alla tinozza), é ora di passare all’impasto successivo. Se si aspetta troppo, la maglia glutinica si rompe, e la pasta si affloscia.
Poi anche il forno e’ importante: non solo deve essere alla temperatura giusta, ma anche stabile e senza sbalzi di temperatura, per farle crescere in modo omogeneo. Per cui si porta prima al bianco (sui 250-270 gradi i mattoni refrattari cominciano a diventare bianchi, “fanno la rosa“, come si dice qua), e poi si lascia scendere lentamente fino alla temperatura di cottura. In questo modo la pietra é "satura”, diciamo, non assorbe altro calore, e non provoca sbalzi termici durante la cottura.
È un ragazzo dalla carnagione color terra bruciata, è italiano. Tirato a lucido nel suo chiodo di pelle, nero, di pelle nera, con pochi inserti bianchi e rossi, aperto perché questo sole scalda già bene. Troppo magro per quel chiodo. Non per i jeans stretti stretti sotto al ginocchio e alle caviglie, dove sfiorano gli scarponi neri lucidi. È sorridente in divisa con i volantini in mano, davanti all’ingresso principale della COOP di quartiere. A Firenze.
La spilletta FN sulla camicia a quadri che indossa toglie ogni dubbio: è qui per fare volantinaggio, spedito dal comando. Appare molto ingenuo, sorridente, forse inviato per levarselo di torno, forse come test d’ingresso, orgoglioso nella sua divisa, con in mano il suo compito.
Un’anziana signora, seduta su un muretto, lo guarda di traverso, con un viso che lascia trasparire una miscela di emozioni tra le quali spiccano sorpresa ed amarezza.
Gli si fa incontro la guardia giurata di turno: “Senti forse non è mica caso che tu distribuisca volantini qui eh” “Ma io do solo questi, non disturbo” risponde lui. “Eh ma tu sei davanti a la ‘hoppe” di nuovo la guardia. Al ché, con sguardo imbarazzato, l’innocente aspirante fascio: “Ma che ci posso fare, mi hanno mandato qui… dove posso mettermi?” “Senti, mettiti laggiù” gli indica la guardia “di fianco a quel ragazzo di colore, che sta sempre solo a vendere le sue cosine, così vi fate compagnia”. “Ah ok” Silenzio. “No magari mi metto all’altro ingresso, su dalla strada che c’è più passaggio…”
E va via, ma la signora gli butta lì la sua: “È che voi non avete visto com’era, non vi garberebbe”. “Signora, si guarda solo al presente”.
In tutta questa scena, la cosa che trovo più spaventosa è l’ultima frase.
La storia di tre ragazzi del Cairo, che crescono insieme negli anni in cui l’Egitto è scosso dalla primavera araba e dal ritorno dei militari al potere.
I miei malanni si sono acquietati, e ho trovato un lavoro. Sono meno ansioso e più bello, e ho fortuna. È primavera ormai e passo il tempo libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.
Beppe Salvia
questa me la prendo e me la metto sotto al cuscino
Ad ogni festa comandata, i figli, non importa di quale età, viaggiano lungo la penisola, prendendo aerei, imbarcando navi e famiglia tutta, per viaggiare a ritroso fino a “casa”. Nel linguaggio, allora, ci raccontiamo come per Pasqua o per Natale siamo tornati a “casa”. Casa allora non è più il posto dove viviamo ora. Casa è dove siamo nati e questo fa di noi un popolo principalmente di emigranti. Emigranti nell’anima. Siamo disposti ad andare anche lontanissimo e non solo fisicamente, ma senza mai staccarci del tutto dal nostro luogo d’origine o dalle nostre tradizioni. Lottiamo per la nostra emancipazione e allo stesso tempo coltiviamo quel nocciolo duro di tradizioni perpetuate nei secoli. Nei gesti, nei rituali, rimaniamo, così, un popolo estremamente legato alla terra. E questo, forse, è il lato più romantico di un italiano. Il nostro essere stato un Paese contadino ce lo siamo portati dentro fino ad ora, lo abbiamo radicato nel nostro essere, nei nostri rituali, nei gesti più semplici, al punto che nella lontananza, non potendo tornare a “casa” per le feste, esorcizziamo questa assenza preparando i nostri piatti tipici, quelli che ci hanno accompagnati da sempre. Non è più l’evento religioso, allora, a fare santa la Pasqua o il Natale. È la “pastiera”, il “casatiello”, la “coratella” e via dicendo a santificare quel momento. A fare “casa”. La religione non è altro che il contorno all’abbacchio con le patate, il vero protagonista della festa.
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”