Si chiama Fire Challenge ed è l’ultima follia che viaggia via web. Se ci fosse una classifica delle cose più stupide del web è provabile che questa nuova pratica balzerebbe in vetta senza problemi. Il Fire Challenge consiste nel cospargersi il corpo di benzina e darsi fuoco, prima di lanciarsi in doccia, in piscina.
Un errore nell’algoritmo di limitazione dell’errore cordale sulle curve di bezier cubiche, che non gestisce correttamente il caso degenere nel quale il poligono di controllo forzato dai versori in ingresso e in uscita alla curva, e’ tale per cui il punto di massimo della curva generata risulta tangente alla linea che congiunge i due punti di controllo centrali.
Tirare le supercazzole tecniche al capo su skype, per nascondere il
fatto che hai cazzeggiato tutto il giorno senza combinare un cazzo.
Sono difficili da fotografare, anche col treppiede, perche’ al buio totale l’autofocus non ha punti di riferimento, e non riesce a mettere a fuoco. E in manuale, tocca andare per tentativi: nel mirino non si vede nulla, tutto nero. Inoltre con un tempo di esposizione di 25 secondi e iso 3200, anche il cielo notturno senza luna sembra illuminato a giorno, facendo risaltare meno le scie delle lucciole. Occorre inquadrare una zona buia, di sola vegetazione, senza cielo o quasi.
E poi ci vuole culo e pazienza, bisogna aspettare che ti passino proprio davanti 🙂
L’avevo raccontato prima a mia madre e poi al mio amico Daniele “Mi son messo a fare la pasta fatta in casa” e lui m’aveva risposto ridendo “tua nonna ne sarebbe fiera”. Già. La ricetta e la tecnica della nonna Nannina è stata tramandata ancora di una generazione.
Mi raccontava nonna che quando ero piccolo, intorno ai 5 anni, mi metteva in piedi sopra la sedia, vicino al tavolo e mentre lei sbatteva le uova con la farina per fare la pasta, cantava per tenermi occupato. Lo stesso che ho fatto io con il piccolo, tranne il fatto che anziché cantare, gli ho spiegato il procedimento passo passo! E lui, senza saperlo, ha preso appunti, come a suo tempo lo facevo io, guardando mia nonna. Così, quando un giorno anche lui vorrà farsi i ravioli fatti in casa, saprà bene cosa fare.
Fare la pasta, allora, diventerà una specie di procedimento innato, tipo il camminare o il parlare e gli basterà solamente iniziare il primo passo per rendersi conto di conoscere già il successivo.
Ecco, questo è l’imprinting, un processo d’apprendimento non innato, ma che non avviene neanche durante tutto l’arco della nostra vita. Il messaggio, visivo, viene veicolato fino alla zona della corteccia del cervello, dove si formano una serie di sinapsi. Queste nuove sinapsi “bruciano” e rimandano un segnale e così facendo, si stabilizzano. Diventano insomma “grandi” e si fissano.
In pratica, con il mio gesto di fare la pasta ha lanciato un sasso in mezzo al mare della mente di mio figlio; un sasso che resterà in quella posizione per sempre, così che quando un giorno deciderà di andarlo a cercare, tuffandosi in quel suo mare sconfinato, saprà già la direzione da prendere. In pratica, quel sasso lo guiderà e allo stesso tempo, gli rimanderà indietro tutti i ricordi legati a quel momento.
Come appunto, le mani di mia nonna che impastavano uova e farina davanti a me, in piedi sopra una sedia e che oggi mi permettono di fare lo stesso, come se l’avessi fatto da sempre.