A Milano, ad esempio, non si capisce mai che lavoro faccia una persona. È sempre tutto un “vado in ufficio” o “l’altro giorno in ufficio”. Io per primo faccio così, ma semplicemente per riservatezza. Non mi importa molto del lavoro: non mi è mai importato. Potrei fare il lavoro più eccitante del mondo, e in molte occasioni (come in quello attuale) ho avuto degli incarichi molto importanti, stimolanti ed emozionanti, ma non mi interessa. Certo, ovvio, cerco sempre di farlo al massimo delle mie capacità, anche perché mi soddisfa tantissimo raggiungere i risultati e fare le cose bene, e detesto essere criticato o ripreso. Noto però che questa cosa dell’essere criptici ha creato dei problemi alle persone con le quali mi relaziono e mi sono relazionato. È difficile avere a che fare con qualcuno difficile da leggere. Mi è stato fatto notare di recente al lavoro, e mi viene fatto notare ogni giorno nella vita privata. È stancante per me, così come per loro. Per loro perché a volte è come se fossi un corpo estraneo, per me invece perché non mi va di esternare: mi annoia. Anni fa era pausa di non essere compreso. Ma spesso è più il fatto che solamente pochissime persone sono realmente interessate a quello che hai da dire. Tutti ascoltano sempre l’inizio delle frasi, ma mai la fine. La noia è però sicuramente il problema più grande, ma questo non mi impedisce di emozionarmi sinceramente per tutte le cose belle che mi succedono. E sono tante. Un film che mi fa tornare la voglia di andare al cinema, comprare un nuovo libro e (finalmente) leggerlo, conoscere una nuova persona interessante e avere la voglia di interagire. Ma, appunto, e torniamo sempre lì, a Milano nessuno sa veramente quale sia il tuo lavoro.