kon-igi:

… e poi gli hobbit a Isengard.

In realta’ non e’ del tutto corretto.

Le vocali, in Tengwar, seguono regole ortografiche simili a quelle dell’arabo: si scrivono come segni fonetici sopra le consonanti SOLO quando seguono una consonante. Se seguono una vocale o se sono isolati, hanno una grafia diversa, data dall’unione con un trasportatore vocalico.

Per cui la versione corretta credo che sia:

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(In realta’ nell’arabo i simboli fonetici delle vocali sono opzionali e spesso omessi, mentre nel Tengwar si scrivono sempre).

sancane:

Tsutomu Yamaguchi

L’uomo piu’sfortunato del mondo

Viaggiò per affari alla volta di Hiroshima il 6 agosto 1945

Saltò in aria con la bomba atomica, patì ustioni di ogni tipo ma sopravvisse, passò una notte in ospedale e malgrado le ferite, decise sconvolto e scorticato di affrettarsi a tornare a casa

A NAGASAKI

Tsutomu di vivo cordoglio ricolmo

Sopravvissuto a due atomiche

L’ambiguo destino della catarsi

Don’t even think about stealing this bike

nypost:

Three young entrepreneurs dropped out of college to design the world’s first “unstealable” bike.

Unstealable in america, forse.

Qua appena ti giri ci ritrovi il telaio senza ruote e senza manubrio. E il palo del sellino senza sellino. Se ti va bene.

Se
ti va male svitano i 4 bulloni alla base del palo della luce, e la
sfilano via intera. E si portano via pure il palo della luce.

Don’t even think about stealing this bike

lartespiegataaitruzzi:

Gruppo di Niobe e niobidi

Copie romane di originali
ellenistici, I sec. a.C. – I sec. d.C., Firenze, Galleria degli Uffizi (copie
si trovano nel giardino di Villa Medici a Roma, in cui erano state collocate
dopo il ritrovamento cinquecentesco)

12 (secondo altri solo 9) statue
in marmo pentelico, altezze varie ma intorno ai 2 m

Nell’epoca der Rinascimento e
ortre, quanno ce staveno sti ricconi nobiliari che ciaveveno li villoni privati
co chilometri e chilometri quadrati de giardino, se usava un botto da piazzacce
qua e là dii gruppi de scurture a decorà n’aiuola, na fontana, un boschetto.
Tipo come oggi se useno i nani da giardino, ma un po’ mejo. E pe creà popo na
specie de teatrino serviveno storie co vari personaggi, così te passeggianno ner
parco te imbattevi – che ne so – in Diana che se stava a fà er bagno co ‘e
ninfe sua – no, no Diana ‘a principessa der Galles, Diana ‘a dea romana. Che a
volè fà un paragone è come si oggi vai a Disneyland e tò! incontri Topolino e
Paperino e Cenerentola che cammineno pee strade come si fossero veri e te ce
pòi fà er serfi. In passato però se preferiveno ‘e storie der mito antico, e
tra quelli de maggior successo grazie ar numero dii protagonisti e aa
drammaticità daa scena ce staveno Niobe e i niobidi.

Che è na storia greca, che
anfatti ste statue sò copie romane de greche antiche, che poi, ricicciate da sottotera ner
Cinquecento, se ‘e sò prese i Medici – aaaaa no, no quelli daa asl, quelli daa
famija che governava Firenze e provincia – e se ‘e sò messe naa villa loro a
Roma. E mò lì ce sò ‘e copie, che lassalle all’aperto nun era cosa, e
l’origginali stanno a Firenze ar museo.

Dunque, aa storia come te dicevo
è drammatica, in quanto sta Niobe era una che ciaveva un botto de fiji, tipo quelli
che mò perfino er papa j’ha detto aho dateve na carmata, vabbè insomma Niobe
ciaveva quattordici fiji, antro che bonus bebè. E scoattava a destra e a manca,
e tanto era fiera daa fertilità sua che se permise de pijà per culo a Latona,
‘a madre de Apollo e Diana, appunto, che de fiji, per quanto divini, ce n’aveva
solo due. Chiaro che Latona ce va in puzza e chiede ai fiji sua de vendicà
l’offesa. Ed ecco che Apollo e Diana, armati de arco e frecce, fanno na strage
dii fiji de Niobe (detti anche niobidi); e per cui ecco qua ‘e statue in posizioni
strappacore, gente morta, gente che sta a morì, gente che stramazza ar suolo,
gente che prova a scappà, ‘a madre che cerca de protegge na fija, veli che
volano, chiome che sciamano, facce che urleno, robba forte. E’ na scena piena
de pathos e de movimento, che quinni je viè bene a ‘o scurtore e a chi ‘a
piazza ner giardinetto suo, e in più cià aa solita morale che tocca esse umili
e nun sfidà gli dèi che sinnò finisce male. E pure ricordasse che li fiji, si
vòi, sò na gioia, un dono, un piezz ‘e core come dicheno l’amichi nostra de
Napoli, ma no na proprietà, na robba tua che te appartiene e te ne pòi vantà
come ‘e machine o i sordi o i villoni co er parco e i nanetti de Biancaneve.

La vera storia di Faccetta nera

Faccetta nera, non molti lo sanno, nasce in dialetto, in romanesco. La scrive Renato Micheli per poterla portare nel 1935 al festival della canzone romana. Il testo assorbe tutta la propaganda coloniale dell’epoca.

Di Africa si parla tanto nei giornali e nei cinegiornali. Gli italiani sono bombardati letteralmente di immagini africane dalla mattina alla sera. I bambini nelle loro tenute balilla conoscono a menadito le città che il fascismo vuole conquistare.
E così nomi come Makallè, Dire Daua, Addis Abeba diventano familiari a grandi e piccini. Il colonialismo italiano non nasce con il fascismo, ma con l’Italia liberale postunitaria, tuttavia negli anni trenta del secolo scorso si assiste a un’accelerazione del progetto di conquista.

Mussolini vuole l’Africa, il suo posto al sole, e per ottenerlo deve conquistare gli italiani alla causa dell’impero. Dai giornali satirici come Il travaso delle idee al Corriere della sera sono tutti mobilitati. Uno degli argomenti preferiti dalla propaganda era la schiavitù. I giornali erano pieni di immagini di donne e uomini etiopi schiavi: “È il loro governo a ridurli così”, spiegavano, “è il perfido negus, andiamo a liberarli”.

La guerra non viene quasi mai presentata agli italiani come una guerra di conquista, ma come una di liberazione.
Il meccanismo non è molto diverso da quello a cui abbiamo assistito nel ventesimo secolo e a cui assistiamo ancora oggi. Andiamo a liberare i vietnamiti! Andiamo a liberare gli iracheni! Andiamo a liberare gli afgani! Per poi in realtà, lo sappiamo bene, sfruttare le loro terre.

Faccetta nera nasce in quel contesto come una canzone di liberazione. Una canzone, nell’intenzione dell’autore, un po’ spiritosa che inneggiava a una sorta di “unione” tra italiani ed etiopi.
Però, dal testo, si nota subito che l’italiano non vuole andare a liberare i maschi etiopi, bensì le donne (un po’ come è successo di recente in Afghanistan, dove si è partiti in guerra per liberare le donne dal burqa). E l’unione vuole farla con l’africana e solo con lei. Un’unione sessuale e carnale.

D’altronde lo stereotipo circolava da un po’ nella penisola. Il mito della Venere nera è precedente al fascismo.
L’Africa è sempre stata vista dai colonizzatori (non solo dagli italiani) come una terra vergine da penetrare, letteralmente. O come diceva nel 1934 lo scrittore coloniale Mitrano Sani in Femina somala, riferendosi alla sua amante del Corno d’Africa: “Elo non è un essere, è una cosa […] che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Una terra disponibile, quindi. E questa disponibilità si traduceva spesso nel possesso fisico delle donne del posto, attraverso il concubinaggio, i matrimoni di comodo e spesso veri e propri stupri

La vera storia di Faccetta nera

Numero unico di emergenza 112, l’Italia si adegua dopo 24 anni. Costerà 58 milioni

Anche l’Italia, dunque, avrà il numero unico di emergenza 112, come prevede il disegno di legge
di riforma della Pubblica Amministrazione approvato in via definitiva
dal Senato. Per accorpare i servizi oggi forniti da 112, 113, 115 e 118
sono stati stanziati 58 milioni di euro fino al 2024.
Ne sarebbero stati necessari molti di meno se al numero unico di
emergenza si fosse arrivati per tempo, quando l’Unione Europea, nel 1991, ne decise l’istituzione in tutto il vecchio continente.

Nessuna riforma, dunque, bensì un obbligo al quale l’Italia – unico paese europeo – non ha mai ottemperato. Ci sono voluti solleciti e sanzioni perché finalmente ci fosse l’adeguamento.

Numero unico di emergenza 112, l’Italia si adegua dopo 24 anni. Costerà 58 milioni

Energia elettrica dal moto ondoso: il debutto di ‘Iswec’ a Pantelleria

masuoka:

gigiopix, come ti scrivevo ieri sera in fanmail, il dispositivo che verrà installato a Pantelleria è l’ISWEC.

Questo, invece, è il Geoportale Waves Energy dell’ENEA, creato per archiviare e gestire dati geografici relativi alle aree marine e costiere di interesse e fornire supporto nella stima della risorsa energia dal mare. Inoltre, sono disponibili per tutto il Mediterraneo (con risoluzione spaziale circa 3 km, 1/32 di grado), i dati di previsione a 5 giorni di energia , altezza, direzione e periodo delle onde. Ad esempio, selezionando un punto d’interesse sulla mappa è possibile ottenere l’andamento temporale delle variabili selezionate nel corso dei successivi cinque giorni, ad intervalli orari [more info].

[grazie a 3nding per avere lanciato la discussione]

Comunque a differenza di quello che traspariva dagli articoli di ieri sera, sembra che l’iswec abbia DUE gradi di liberta’, e non uno.

image

In particolare il pendolo oscilla nelle direzioni di rollio e beccheggio. L’imbardata, essendo pensato per essere montata su una nave, e’ relativamente irrilevante.

Comunque il WITT americano sembra fare di meglio: oltre a recuperare l’energia cinetica anche sull’asse rotativo di imbardata, recupera pure quella data dagli spostamenti nei tre assi lineari X, Y e Z, per un totale di SEI gradi di liberta’

(non ho ancora capito come facciano per questi, forse con delle masse libere di muoversi su un asse, ancorate a molle, come negli accelerometri… dall’immagine non e’ molto intuibile).

Su una nave ferma in mezzo al mare sarebbe ovviamente sprecato, una cosa come l’ISWEC basta e avanza. Ma il WITT e’ stato pensato per essere usato su dispositivi in movimento, anche caotico.

Energia elettrica dal moto ondoso: il debutto di ‘Iswec’ a Pantelleria