Alla fine, per quanto io mi sforzi, non riesco a trovare niente per cui valga la pena vivere una vita lunga. O una vita in genere.

kon-igi:

Il caffè.
Che gorgoglia al mattino in una cucina tagliata dalla luce pallida di novembre.

E il phon, che ti avvolge il viso in un bozzolo di calore e pace. La sciarpa, con un profumo altrui che non ricordavi, il fresco del tuo rifugio quando fuori il sole secca il mondo, i cuscinetti morbidi delle zampine di un gatto, la luna, ritagliata nel cielo scuro intravisto da un lucernario, un complimento immeritato ma fatto con il cuore, il pezzo che combacia perfettamente dopo un lavoro di mesi, uno scorcio di pelle da un vestito che avrebbe dovuto nascondere, il tiglio e l’acacia che scacciano l’inverno, quella canzone che ritorna quando più ne hai bisogno, il rimprovero di chi ci tiene veramente, il campanello che suona quando avevi rinunciato, un neonato che dorme ignaro del mondo, il tuo personaggio di fantasia che ti dice quello che hai bisogno di sentire e lo dice proprio a te,

il cuore e il cervello che non si contraddicono,

l’intento e lo sforzo comune di poche persone intravisto in mezzo al nulla della gente, la nostalgia di quello che potrebbe essere nuovamente.
Ogni singolo particolare e ogni singolo momento che ti sei scordato come rimirare e di cui non ricordi più come gioire. 
È lì, seppellito dalla quotidianità e da colori non più brillanti come un tempo, ma pronto a tagliarti in due dalla gioia di essere vivo.

P.S. 
Ora saluto te e tutti gli altri, ché fra poco arriva una task force dell’ASL a spulciare tutte le cartelle per vedere se siamo bravi come la gente dice.