Il malware per le auto si diffonde con il PC delle officine

Il ricercatore di sicurezza Craig Smith ha realizzato un attacco informatico che sfrutta i computer delle officine per infettare praticamente qualsiasi auto. Smith ha progettato un malware che passa da un’auto al computer del meccanico, e da quest’ultimo ai veicoli che vengono collegati successivamente.

Si tratta di un progetto atto a dimostrare la fattibilità, quindi non rappresenta una minaccia di per sé, ma è comunque un campanello d’allarme a cui fare molta attenzione. Un malintenzionato potrebbe portare la propria auto in officina come un cliente qualsiasi, e usarla per diffondere software pericoloso con una certa facilità.

Questi strumenti hanno il codice per leggere e scrivere il firmware e se compromessi da un’auto pericolosa possono modificare il firmware di altre auto”, ha spiegato Smith, “sarebbe la cosa peggiore che possa succedere”.

Smith ha fatto così emergere un altro fianco scoperto nella sicurezza informatica del mondo automobilistico, un’altra falla a cui i produttori di auto dovranno mettere riparo il prima possibile. Al momento, a quanto pare, qualcuno in vena di scherzi potrebbe fare danni gravissimi o anche mettere in pericolo la vita di qualcuno.

Il punto non è se sei paranoico, Lenny. Il punto è se sei abbastanza paranoico“ (cit.)

Il malware per le auto si diffonde con il PC delle officine

Salve doc, da quando la mia ragazza mi ha rivelato l’esistenza del botulino, ho una paura folle di contrarlo. Di fatto, faccio fatica a mangiare conserve ultimamente. Posso chiederle qualche consiglio per combattere questa mia fobia?

kon-igi:

Guardare quante persone sono morte di botulismo negli ultimi anni e accorgerti che ne muoiono molte di più fulminandosi con il phon o tirandosi addosso la libreria.

Comunque per il botulino sono molto più a rischio le semiconserve e le salamoie ché un ambiente acido ne blocca la replicazione e ricorda che quasi tutti i ceppi danno un odore sgradevole alla conserva.

Ma si puo’ avere un linkino di queste statistiche sull’esiguitá delle vittime di botulino? Perché anche @tsuki-nh ci s’é abbastanza fissata, e mi fa du’ palle come poponi, per usare un sottile eufemismo.

Anche se probabilmente,
conoscendola, sortirei solo l’effetto di far sparire tutti i phon e le librerie di casa.

Si sa da diversi anni che leggere stimola il cervello: attiva le aree di Broca e di Wernicke, che sono deputate alla comprensione del linguaggio. Nel 2006 i ricercatori si accorgono che, se uno legge parole come “cannella” o “gelsomino”, non si attivano solo le aree verbali, ma anche quelle dedicate al riconoscimento degli odori. Insomma, come se il profumo della cannella, o del gelsomino, si sprigionasse direttamente dalle pagine.

Studi più recenti svolti dalla Emory university mostrano che la corteccia sensoriale, connessa con la percezione tattile, si attiva non solo in presenza di “reali” sensazioni, ma anche in seguito a una metafora tattile come “voce vellutata” o “questione spinosa”. Qualcosa di analogo succede con la corteccia motoria leggendo sia frasi che indicano azioni, sia frasi che contengono metafore motorie (Ugo afferra un oggetto – Ugo afferra un’idea): dunque, quando leggiamo possiamo immedesimarci nei personaggi così intimamente da far nostri anche i loro movimenti, fisici e mentali.

Ma non solo. Psychology Today cita una ricerca italiana, la quale dimostra che i ragazzi lettori di narrativa sono più empatici, compassionevoli e tolleranti e meno esposti ai pregiudizi. E aggiunge che leggere storie ai bimbi di 3-5 anni ha un impatto significativo e misurabile sul loro sviluppo cerebrale e sulle competenze sociali (sembra invece che guardare “troppa” televisione sortisca l’effetto contrario). Ma aver letto tanto e continuare a leggere è anche, ormai lo dicono moltissimi studi, uno dei maggiori fattori protettivi per il cervello contro l’avanzare dell’età.

Dalla Sant’Anna arriva il tatto bionico con un polpastrello artificiale

Protesi bioniche, in grado di restituire il tatto in tempo reale a chi ha subito un’amputazione: la nuova tecnologia sviluppata dai ricercatori dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne, in Svizzera, ha permesso per la prima volta al mondo a una persona amputata di recuperare il senso del tatto.

Il danese Dennis Aabo Sørensen è riuscito a riconoscere le superfici ruvide rispetto a quelle lisce utilizzando un dito bionico,
connesso a elettrodi che gli sono stati impiantati sul braccio, sopra
il moncone, in maniera chirurgica. “Percepivo la stimolazione quasi come
quella che avrei potuto sentire con la mia mano – dichiara Dennis Aabo
Sørensen– e ancora sento la mia mano mancante, è come se avessi il pugno
chiuso. Con il dito artificiale ho sentito le sensazioni sulla punta
del dito indice della mia mano fantasma”.

I nervi nel braccio di Sørensen sono stati connessi a un dito artificiale dotato di sensori che
generano segnali elettrici: questi segnali vengono trasformati in una
sequenza di impulsi elettrici che imitano il linguaggio del sistema
nervoso e quindi inviati ai nervi.
Ma questa informazione sul tatto,
che proviene dal dito bionico, è davvero simile alla sensazione di
tatto in arrivo da un dito reale? Gli scienziati hanno verificato questa
ipotesi confrontando le attività delle onde cerebrali dei soggetti
non-amputati, generate sia dal dito artificiale sia dal dito naturale.
Le analisi effettuate tramite elettroencefalografia hanno rilevato che le regioni attivate nel cervello erano analoghe.

Dalla Sant’Anna arriva il tatto bionico con un polpastrello artificiale

aliceindustland:

quattroperquattro:

Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti (2015)

OKOKOK, questo è grosso. Incominciamo subito che non si sta nella pelle.

Tempi nostri. Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria),un’emarginato della società, sopravvive come può rubando e facendo lavori sporchi; durante uno di questi furti è costretto a nascondersi nel Tevere (bleah), immergendosi in alcuni fusti dalla dubbia provenienza. Tornato a casa, scopre di aver acquisito una forza e una resistenza sovraumana, e, naturalmente, usa subito i suoi nuovi poteri per derubare. Ripreso dalle telecamere di sorveglianza, diventa subito famoso e oggetto delle attenzioni dello Zingaro (Luca Marinelli), un criminale che vuole diventare temuto da tutti (e per questo inizierà cercando di lavorare con dei camorristi). In tutto questo, Enzo inizia a proteggere Alessia (Ilenia Pastorelli), la figlia non troppo sana di mente di uno degli sgherri dello Zingaro, sospettata da quest’ultimo di nascondere il carico di droga che doveva arrivare dai camorristi.

Allora, è una piccola premessa, striminzita striminzita, che dovrebbe darvi il sapore della storia; qui c’è tutto, c’è il supereroe che ancora non sa/non vuole esserlo (ricordate Spidey?), c’è il liaison dato dalla ragazza indifesa (e decisamente con problemi), e c’è un villain di altri tempi, ma con tutto un sapore moderno (non vuole diventare potente, lui vuole diventare FAMOSO!)… e quindi dovremmo fermarci qui, e dire che finalmente abbiamo anche noi abbiamo il supereroe italiano?

Eh no, cazzo! Questo film è molto di più! Mainetti va ben oltre la formula (e di questo Grant Morrison ne sarebbe fiero), proponendo un’ambientazione di borgata, tipico dei film romani; questo non è stato fatto per dire “ecco qua, il film romanaccio”, ma per dare verosimiglianza e identità a tutta questa vicenda; quante volte avete visto un film sui supereroi e avete identificato dove vivevano, com’era l’ambiente in cui sono cresciuti? Questi dettagli qui invece sono presenti E soprattutto importanti per poter dire: questo supereroe ha agito così e cosà perché è vissuto e cresciuto in questo tipo di ambiente, e così via.

La formula di borgata regala così spessore all’intera pellicola, ma non si ferma qui: questo film è coraggioso nel presentare i due “comprimari” che renderanno l’eroe quello che è, ovvero Alessia e lo Zingaro. La prima è rappresentata in maniera inaspettata da una ex Grande Fratello (all’inizio direte: sì vabbé è facile, quasi ridicola, poi voglio vedere quando arriverete alla scena del proiettore se penserete la stessa cosa), sbozzando in maniera perfetta il personaggio irsuto e misantropo di Enzo Ceccotti; mentre, per quanto riguarda Luca Marinelli (che vi consiglio, anzi, vi obbligo a rivedere nell’ultima pellicola di Caligari, “Non essere cattivo”), ovvero lo Zingaro, è quello che alla fine dà la scintilla vitale a questo supereroe delle periferie, grazie alle sue violenze sì insensate, ma sempre in scala con quello che lui rappresenta in pellicola.

Per completare il tutto, vogliamo metterci: il cavalcare nella maniera più saggia e misurata tutta una serie di riferimenti pop italiani, dal Jeeg Robot alle canzoni italiane anni 80 che tanto hanno definito quell’epoca, e “meme italiani” (fare il bagno nel Tevere per prendere i superpoteri is the new prendersi i raggi gamma); inquadrature azzeccate e scene che, nonostante il bassissimo budget per un film del genere, sono sempre state all’altezza del genere che volevano “omaggiare”; una colonna sonora presente solo nei momenti giusti, e mai onnipresente; e per finire quella pochissima post produzione che identifica molto i film italiani, ma che alla fine ho terribilmente apprezzato.

Qualcuno potrebbe dire che “Lo chiamavano Jeeg Robot” sia un omaggio ai film dei supereroi; io invece dico che questa pellicola sia cresciuta ben oltre l’omaggio, andando a costruirsi una sua identità ben definita: pulp, gretta, di periferia appunto; non ha paura di andare oltre gli stereotipi, e anzi se di stereotipi deve lavorare, ci cala pesante come un macigno, perché se questo è un film di fantasia, si deve avvicinare sempre più possibile alla brutta realtà a cui si riferisce.

Andate oltre al romanaccio e fatevi un favore, guardate il più bel trionfo del cinema italiano arrivato nel 2016. Ho già scordato la Marvel.

Io mi sono innamorata del film e ripeto, Luca Marinelli è dio.
Dello stesso regista è il corto Basette, era un cult a Roma anni fa, con Valerio Mastandrea e Giallini e altri, vedete anche quello, che Mainetti è bravo.

Io ci andrei anche al cinema, dio cane, se ce ne fosse uno, UNO, che proietti coi sottotitoli. L’ultima volta m’è toccato fare un’ora di treno per andare in un vecchio cinemino di Firenze che dava Star Wars in lingua originale coi sottotitoli.
Ma per un film giá in italiano, i sottotitoli son probabili quanto un gatto cèo che attraversa l’aurelia. Ed è un casino pure trovarli online, poi.