autolesionistra:

Correva l’anno 1999 (circa) quando il mio bassista di fiducia nell’invidia generale fu il primo dei coetanei ad entrare in possesso di un automezzo di proprietà (ovvero ad uso non condiviso con i genitori).
Trattavasi di una fascinosa 127 prima serie color vinaccia (una discreta treggia, come direbbe qualcuno) prontamente ribattezzata “il formicone” da un omonimo adesivo in bella vista sul parabrezza che pubblicizzava la indimenticata bicicletta in kit con telaio a geometria variabile.

L’automezzo era uscito direttamente da un cliché: monoproprietario anziano che la usava poco e la custodiva gelosamente in garage coperto, avrebbe forse meritato un museo al posto della serie di brutalizzazioni che caratterizzarono i suoi ultimi anni di vita (ma ci piace pensare che così si sia divertita di più).

Riporterò quindi tre istantanee significative del glorioso formicone, l’ultima delle quali per interposta persona (non ero presente) ma è una di quelle storie che ancora si raccontano davanti al focolare nelle fredde notti padane.

3) Il passatempo prediletto da giovani e neopatentati era tipicamente girare a caso in notturna mentre si parlava appassionatamente di cose talmente importanti che ora non ne ricordo manco una. Una notte eravamo particolarmente presi dalla discussione e in rapido spostamento su una viuzza secondaria. Dopo un incrocio semaforico con strada di un certo livello ci rendiamo conto più o meno contemporaneamente che il semaforo era rosso e che presi dalla discussione non ce n’eravamo accorti stracciandolo allegramente ai qualcosanta all’ora. Ecco, da raccontare è poca cosa però è stato un momentone.

2) Durante le stesse attività di cui sopra, ovvero girare a tarda notte e parlare di cose, parcheggiammo di fianco ad un parchetto con fontanella proseguendo il dibattito a motore e luci spente. Un tizio dall’aria guardinga (ma mica troppo, visto che non ci aveva notati) aprì lo sportello dietro alla fontana, ne tirò fuori una busta di plastica con dentro buddhasolosacosa per poi portarsela via zeussolosadove.
Le ipotesi sul contenuto della busta tengono banco fino ai giorni nostri, seguite dall’inevitabile quiz “cosa faresti con una busta piena di droca” (mi pare che all’epoca i risultati fossero drogadipendenti: hashish ci si diverte, coca si vende per comprare strumenti musicali, eroina si avvisa la polizia).
Inutile dire che per i mesi successivi tornammo agli orari più disparati alla stessa fontanella a cercare altre buste, senza successo.

1) In una drammatica prova pre-concertino, il nostro batterista in piena fase Dave “mano leggera” Abbruzzese sfondò la pelle del rullante, e fu prontamente accompagnato dal bassista sulla 127 a comprare una nuova pelle (sì, eravamo talmente sbarbi da provare di pomeriggio). Tornarono un’oretta dopo, e alla domanda “cos’hai fatto in faccia?” rivolta al bassista con guancia paonazza ci fu raccontato il seguente episodio:

in strada verso il negozio-di-pelli-di-rullante, l’amico bassista decise di applicare un po’ troppo alla lettera la definizione di genio di amici miei (”fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”) e dopo aver buttato lì al batterista un laconico “guarda questa” accelerò verso una pozza d’acqua di dimensioni generose strategicamente piazzata di fianco ad una volvo con quattro sportelli aperti e altrettanti cristiani che si accingevano a salirci.

Non ero presente, ma mi dicono che il trasferimento di acqua piovana all’interno dell’autovettura e addosso ai quattro povirazzi sia stato magistrale sia dal punto di vista dell’efficienza che dell’impatto artistico.

Forse grazie al vigore tonificante tipico delle docce fredde, i tempi di risalita in macchina e partenza all’inseguimento furono particolarmente rapidi (aiutati anche da una certa disparità di prestazioni fra i due mezzi) e in breve tempo il volvone riuscì a raggiungere e a tagliare la strada al formicone. Ne uscirono quattro energumeni zuppi e imbufaliti che iniziarono a tempestare di pugni il tettuccio della macchina. In un coraggioso tentativo di mediazione il bassista abbassò di poco il finestrino per scusarsi ma venne prontamente raggiunto da un severo ma giusto cazzottone alla guancia.
Approfittando degli istinti omicidi incentrati sul conducente, il batterista riuscì a sgaiattolare fuori e a coinvolgere una guardia giurata di una banca nelle vicinanze che intrattenne il quartetto fradicio e desideroso di giustizia permettendo la fuga in relativa incolumità dei nostri eroi (relativa per ammaccature a guancia e tettuccio del formicone e generiche considerazioni sull’inopportunità del comportamento del bassista che emergono al termine di ogni narrazione della storia).

Questo racconto vi è stato gentilmente offerto dalla notizia imparata l’altro giorno che forse gli arriverà un macchinone aziendale. Anche se ora sembra una persona seria quando lo vedrò arrivare su uno shuttle con cerchi da 32 pollici non potrò fare a meno di pensare alla mole d’acqua che potrebbe sollevare con quei ruotoni, volendo.
Da un grande battistrada derivano grandi responsabilità.