Il giornalismo secondo Gay Talese

Come stimolare il piacere di leggere articoli lunghi nell’epoca delle news compulsive? L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è creare un tipo di scrittura non-fiction che sia pari a quella dei migliori scrittori di narrativa, quelli che attirano un enorme numero di lettori finendo nelle classifiche dei libri più venduti della categoria fiction. La cosa triste è che al giorno d’oggi – diversamente da quando iniziai a scrivere saggistica negli anni Cinquanta, più di mezzo secolo fa – gli scrittori di non-fiction hanno smesso, in numero sempre maggiore, di essere scrittori ricercati.

Il giornalismo è in declino perché i giornalisti non si prendono il tempo di scrivere bene. Scrivere bene richiede tempo. Per scrivere bene servono pazienza, perseveranza, elevati standard di espressione, la scelta della parola giusta, del giusto paragrafo, della giusta scena iniziale che trascini il lettore nella storia. I miei lavori migliori come giornalista – come cronista per il New York Times, come giornalista per riviste come The New Yorker o Esquire, come scrittore per editori come Knopf o Harper Collins o Bloomsbury USA – si basano sullo storytelling e sull’uso di un linguaggio che seduca il lettore fin dalla prima frase, che catturi l’attenzione del lettore dal primo paragrafo al secondo capitolo, fino all’ultima riga del libro.

Al giorno d’oggi lo scrittore di non-fiction compete con i migliori scrittori di narrativa ma, diversamente da essi, esiste all’interno di quella mediocrità che domina i campi del giornalista di quotidiani e di riviste e di chi scrive storie basate sui fatti, ma in forma di libro. Ciò che al momento prevale nella scrittura non-fiction è “la storia orale”, che si riduce a trascrivere registrazioni scrivendo cose che non sono libri, per poi chiamarle libri. Il registratore è da parecchio tempo la rovina degli scrittori di non-fiction. Registrano conversazioni, utilizzando la tecnica di domanda-e-risposta in ambienti chiusi, piuttosto che quella delle interviste fatte all’aperto (“farmi un giro” è il termine che io invece uso per definire il mio lavoro), dopodiché questi “giornalisti” si affidano alla risposta registrata come se rappresentasse tutta la verità sulla domanda posta. Eppure la risposta registrata non è davvero una risposta “veritiera” a qualsiasi domanda. È invece la prima reazione dell’intervistato a una domanda, spesso si tratta di una frase a effetto, una risposta collaudata e auto-protettiva a una domanda che non viene mai pienamente sviscerata. Inoltre, con questa tecnologia lo scrittore diventa una non-persona. Alla fin fine si riduce a essere un mero stenografo. La forma di intervista domanda-e-risposta con l’aiuto delle registrazioni è solo un esempio di cosa il giornalismo sia diventato negli ultimi due decenni.

Quando il registratore divenne di uso comune negli anni Sessanta, segnò la fine dell’era dell’“ascolto”. I giornalisti, se così possono essere chiamati, si sono arresi al registratore, e allo stesso tempo hanno rinunciato al loro ruolo di partner dotato di pari importanza nel processo dell’intervista. I giornalisti hanno cessato di “ascoltare” pienamente, ponendo domande doppie o anche triple al soggetto intervistato. Le parole registrate su una macchina hanno iniziato a dominare, e alla fine a rimpiazzare, le parole dette…Che è come dire che l’intervistatore accetta ciò che c’è sul nastro senza insistere per (né pretendere) una risposta più completa alla domanda. La forma di intervista a domanda e risposta, in effetti, ha trasformato l’intero processo in una forma di reporting “al chiuso” rispetto a quello “all’aperto.” Il colloquio con un registratore per intervistare una star del cinema, un eroe dello sport, una figura politica o  un personaggio di qualche rilevanza collettiva si svolge nella suite di un hotel, o in un’altra location pubblica al chiuso, dopodiché grazie a quella piccola rotella di plastica che gira all’interno della macchina l’intervistatore abbandona l’incontro con la persona intervistata.

Ciò che la persona dice diventa la storia. Le parole sono state pronunciate (e registrate) dal soggetto stesso dell’intervista. L’intervistatore rimane fuori dalla scena, permettendo al registratore di diventare l’elemento che raccoglie la “notizia” o “l’opinione” – e quindi l’intero ruolo del giornalista (dello scrittore, dell’intervistatore) viene svilito dalla tecnologia. Lo scrittore non si è preso il tempo di descrivere la persona fisicamente, non ne ha descritto i gesti, non è uscito “a farsi un giro” (mentre io lo faccio) con i soggetti che intervista. Tutto è diventato angusto e superficiale – domanda e risposta – tutto molto, molto limitato in termini di orizzonte e ambizione.

Il giornalismo secondo Gay Talese

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