Uno dice è il tuo primo giorno, sei uscito dall’accademia l’altro ieri, stai zitto. E infatti sono stato zitto. Poi però quello che è successo lo sappiamo tutti.

Insomma esco per la mia prima missione sul campo, il pattugliamento di un astroporto. Insieme a me un superiore, con alle spalle già qualche anno d’esperienza. Non l’avevo mai visto prima; le assegnazioni sono casuali, non ho capito perché, secondo me è una stupidaggine.

Si trattava di un pattugliamento mirato: c’erano due droidi in fuga che bisognava assolutamente catturare. Vai a sapere i motivi. Così ci danno la descrizione dei droidi, e penso che due così, se sono scappati, sono state fatte delle belle cazzate, e qualcuno di certo ci aveva rimesso i gradi.

Così iniziamo il nostro giro in questo postaccio caldo (non ci avevano ancora dato le armature estive, oltretutto), polveroso e maleodorante, un covo di feccia come pochi se ne vedono nella galassia. Se ci fossimo messi a fermare tutti quelli che incrociavamo e a controllarli, avremmo arrestato mezza città. Droidi in giro non se ne vedevano molti, e comunque nessuno corrispondente alla descrizione che avevamo.

Insomma ci aggiriamo con le nostre belle armi ben in vista, con le nostre regole d’ingaggio piuttosto favorevoli, portatori del potere imperiale, e quindi temuti, in un certo senso, non dico rivestiti di un’aura di autorità, ma quasi, nel senso che molti, incrociandoci, abbassavano lo sguardo o si scansavano, quando a un certo punto passiamo davanti a questo bar piuttosto famoso, nel senso di malfamato. Da dentro veniva una musica indiavolata, tipica dei criminali e dei giovani scapestrati.

Proprio mentre siamo lì, arrivano questi due. Un vecchio mezzo imbacuccato in una pesante tunica (immagino si stesse sudando l’anima) e un ragazzino, vestito come se stesse andando a un raduno di deficienti, non so nemmeno se maggiorenne, che solo a vederli insieme su quel catorcio che li trasportava venivano subito delle idee un po’ raccapriccianti. Ma ok, siamo in uno spazioporto, ci può stare. C’è pure di peggio. Solo che insieme a loro, sul veicolo, e non ci sono due droidi perfettamente corrispondenti all’identikit?

Il mio superiore, sveglio, professionale, inquadra subito la situazione e si fa avanti verso ‘sti due. Io, come da protocollo, resto un passo indietro. Penso subito prima missione primo successo, wow, e mi vedo già la carriera spalancata. Il mio superiore ferma questi tizi e va per controllarli. Un lavoretto facile, pulito.

Sono lì che già immagino i complimenti dei colleghi, gli elogi dei superiori, quando il vecchio, senza scomporsi, fa un gesto leggero con la mano e dice al mio capo “Questi non sono i droidi che state cercando”. Sì, stocazzo, mi dico io, come no. E mi aspetto che il capo punti l’arma e riporti i due coi piedi per terra. Invece quello cosa fa? Dice “Questi non sono i droidi che stiamo cercando”, si volta verso di me e lo ripete, poi guarda i due, anzi i quattro, e gli dice di circolare, e quelli se ne vanno per i fatti loro.

Me ne sono rimasto zitto, perché oltretutto le regole d’insubordinazione sono abbastanza rigide. Gli ho solo chiesto “Non erano loro?”, per sicurezza, appena un attimo dopo, e lui “No no, non erano i droidi che stavamo cercando”. E vabbè, ho pensato, lui è il superiore, pace.

Invece, la storia la sapete, erano proprio loro, quei droidi che cercavamo.

E dopo tutto il casino che sappiamo, infatti, mi hanno spedito qui, su questa luna umida, a controllare non ho capito cosa, perché ci sono solo alberi enormi dappertutto e robe pelose che non si capisce niente quando parlano, oltre a una specie di antenna. E mi faccio due palle che non vi dico.

yomersapiens:

Lascio il posto agli anziani anche se non gli ho chiesto di invecchiare io ma lo faccio, sono carini.
Lascio il posto alle donne incinte anche se non le ho messe incinte io ma lo faccio, talvolta sono carine.
Lascio il posto ai bambini anche se non gli ho chiesto di nascere io ma lo faccio, hanno occhi grandi e alcuni poi smettono di fare rumore.
Lascio il posto un po’ a tutti e lo faccio in silenzio, senza chiedere. Mi alzo e me ne vado. Che è un po’ la tecnica che utilizzo nei rapporti umani. Quando sento di essere di troppo, mi alzo e me ne vado. Non serve dire nulla. Alzati e vattene.
Il mio lavoro negli ultimi tempi consiste nel mettere in ordine migliaia e migliaia tra lettere e francobolli. Non ha molto senso, dici. Non è stimolante. Non ha futuro. Ma per me è il contrario. Mettere in ordine mi aiuta a dare un senso al caos attorno. In quella stanza, tutto si sistema come dico io. Ogni album, scatola, cartone, si posiziona dove per me è logico che sia e non c’è niente di più eccitante per un maniaco dell’ordine. Vedere ogni cosa andare al proprio posto. Non mi interessa del futuro, mi interessa del presente e allo stato attuale tutto è in ordine dentro la mia stanza. Fuori può regnare chi vuole ma qua comando io.
Perché non posso controllare i miei occhi e fanno il cazzo che gli pare e peggiorano sempre.
Non posso controllare i miei capelli e fanno il cazzo che gli pare e mi abbandonano sempre.
Non posso controllare il tuo umore e fai pure il cazzo che ti pare, mi trovi nella stanza dove tutto è in perfetto ordine. Se vuoi entra, ti lascio il mio posto così capisci anche tu quanto è bella questa sensazione. Anche se è il mio posto speciale e non lo lascio volentieri. Non lo lascerei ad anziani o a donne incinte o a bambini, ma a te sì e forse mi sforzerei pure ad evitare di andarmene subito dopo.
Non tanto per te, ma perché non mi fido, metti che tocchi qualcosa e scombini il mio ordine?
Meglio restare, per sicurezza.

Lo stampo e lo appendo alla parete.

autolesionistra:

Correva l’anno 1999 (circa) quando il mio bassista di fiducia nell’invidia generale fu il primo dei coetanei ad entrare in possesso di un automezzo di proprietà (ovvero ad uso non condiviso con i genitori).
Trattavasi di una fascinosa 127 prima serie color vinaccia (una discreta treggia, come direbbe qualcuno) prontamente ribattezzata “il formicone” da un omonimo adesivo in bella vista sul parabrezza che pubblicizzava la indimenticata bicicletta in kit con telaio a geometria variabile.

L’automezzo era uscito direttamente da un cliché: monoproprietario anziano che la usava poco e la custodiva gelosamente in garage coperto, avrebbe forse meritato un museo al posto della serie di brutalizzazioni che caratterizzarono i suoi ultimi anni di vita (ma ci piace pensare che così si sia divertita di più).

Riporterò quindi tre istantanee significative del glorioso formicone, l’ultima delle quali per interposta persona (non ero presente) ma è una di quelle storie che ancora si raccontano davanti al focolare nelle fredde notti padane.

3) Il passatempo prediletto da giovani e neopatentati era tipicamente girare a caso in notturna mentre si parlava appassionatamente di cose talmente importanti che ora non ne ricordo manco una. Una notte eravamo particolarmente presi dalla discussione e in rapido spostamento su una viuzza secondaria. Dopo un incrocio semaforico con strada di un certo livello ci rendiamo conto più o meno contemporaneamente che il semaforo era rosso e che presi dalla discussione non ce n’eravamo accorti stracciandolo allegramente ai qualcosanta all’ora. Ecco, da raccontare è poca cosa però è stato un momentone.

2) Durante le stesse attività di cui sopra, ovvero girare a tarda notte e parlare di cose, parcheggiammo di fianco ad un parchetto con fontanella proseguendo il dibattito a motore e luci spente. Un tizio dall’aria guardinga (ma mica troppo, visto che non ci aveva notati) aprì lo sportello dietro alla fontana, ne tirò fuori una busta di plastica con dentro buddhasolosacosa per poi portarsela via zeussolosadove.
Le ipotesi sul contenuto della busta tengono banco fino ai giorni nostri, seguite dall’inevitabile quiz “cosa faresti con una busta piena di droca” (mi pare che all’epoca i risultati fossero drogadipendenti: hashish ci si diverte, coca si vende per comprare strumenti musicali, eroina si avvisa la polizia).
Inutile dire che per i mesi successivi tornammo agli orari più disparati alla stessa fontanella a cercare altre buste, senza successo.

1) In una drammatica prova pre-concertino, il nostro batterista in piena fase Dave “mano leggera” Abbruzzese sfondò la pelle del rullante, e fu prontamente accompagnato dal bassista sulla 127 a comprare una nuova pelle (sì, eravamo talmente sbarbi da provare di pomeriggio). Tornarono un’oretta dopo, e alla domanda “cos’hai fatto in faccia?” rivolta al bassista con guancia paonazza ci fu raccontato il seguente episodio:

in strada verso il negozio-di-pelli-di-rullante, l’amico bassista decise di applicare un po’ troppo alla lettera la definizione di genio di amici miei (”fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”) e dopo aver buttato lì al batterista un laconico “guarda questa” accelerò verso una pozza d’acqua di dimensioni generose strategicamente piazzata di fianco ad una volvo con quattro sportelli aperti e altrettanti cristiani che si accingevano a salirci.

Non ero presente, ma mi dicono che il trasferimento di acqua piovana all’interno dell’autovettura e addosso ai quattro povirazzi sia stato magistrale sia dal punto di vista dell’efficienza che dell’impatto artistico.

Forse grazie al vigore tonificante tipico delle docce fredde, i tempi di risalita in macchina e partenza all’inseguimento furono particolarmente rapidi (aiutati anche da una certa disparità di prestazioni fra i due mezzi) e in breve tempo il volvone riuscì a raggiungere e a tagliare la strada al formicone. Ne uscirono quattro energumeni zuppi e imbufaliti che iniziarono a tempestare di pugni il tettuccio della macchina. In un coraggioso tentativo di mediazione il bassista abbassò di poco il finestrino per scusarsi ma venne prontamente raggiunto da un severo ma giusto cazzottone alla guancia.
Approfittando degli istinti omicidi incentrati sul conducente, il batterista riuscì a sgaiattolare fuori e a coinvolgere una guardia giurata di una banca nelle vicinanze che intrattenne il quartetto fradicio e desideroso di giustizia permettendo la fuga in relativa incolumità dei nostri eroi (relativa per ammaccature a guancia e tettuccio del formicone e generiche considerazioni sull’inopportunità del comportamento del bassista che emergono al termine di ogni narrazione della storia).

Questo racconto vi è stato gentilmente offerto dalla notizia imparata l’altro giorno che forse gli arriverà un macchinone aziendale. Anche se ora sembra una persona seria quando lo vedrò arrivare su uno shuttle con cerchi da 32 pollici non potrò fare a meno di pensare alla mole d’acqua che potrebbe sollevare con quei ruotoni, volendo.
Da un grande battistrada derivano grandi responsabilità.

EPIFANIA

kon-igi:

tentochu:

brondybux:

kon-igi:

Oggi sono passato per la milionesima volta davanti a una riproduzione de La Colazione dei Canottieri di Renoir appesa nella sala d’aspetto del nostro ospedale

E invece di pensare come al solito ‘Che tamarri andare a pranzo in canott…’ i miei neuroni si sono finalmente collegati e ho compreso l’etimologia.

Ed ero tipo

Un po come quella volta che ho capito che con ‘Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo’ De Gregori non intendeva prendi un rasoio e sfregiati! ma i baci sulle lettere col rossetto. Una settimana fa.

“Essere nati con la camicia” è perchè il bebè nasce con le membrane amniotiche attorno al corpo, avvenimento molto raro e fortunato perchè preserva il bebè durante il parto!

(al via il momento etimologico)

“Sincero” deriva dai vasi in coccio che non si sono mai rotti, e quindi non hanno mai avuto bisogno della cera per essere ricomposti. 

(cmq la cosa delle labbra l’ho capita ADESSO. Grazie Kon!)

‘Bifolco’ non era affatto dispregiativo ma ‘bubulcus’ cioè il guardiano dei buoi.

Leggendo le note direi che non siamo i soli due ritard… distratti.

Considerare“ deriva dall’unione delle particelle “cum” e “sidera”, letteralmente “con le stelle“. Nella sua accezione di “valutare con attenzione“, risale alla pratica degli antichi greci, romani e fenici, di osservare il cielo per interpretarne gli auspici.