Al prossimo che mi parla convinto di democrazia diretta e menate varie gli rido così sguaiatamente in faccia da pisciarmi addosso. Il popolo sarà pure sovrano, ma resterà sempre quello che è sempre stato: somaro.
E adesso restiamo in equilibrio tra un’ansia per un futuro incerto che avrà ricadute sull’intero continente (già di per sé debole soprattutto dal punto di vista politico) e la voglia di fare incetta di patatine e pop-corn per vedere la fine che fa la perfida Albione (sono le 8 e mezza e mi pare che solo dal Galles non abbiano ancora annunciato la voglia di mandare a fanculo l’Inghilterra pur di restare in UE).
Ricordo ancora le prime sensazioni di euforia quando l’erasmus in Spagna cominciava ad ingranare, e io cominciavo a conoscere gente di tutta l’europa. Quella sensazione di sentirsi parte di un mondo molto piu grande di quello che avevi pensato finora. Ricordo anche quanto mi sembrasse strano, mesi dopo, lo stupore iniziale al frequentare gruppi di persone cosi’ eterogenei. Che c’era di strano? Perché mai all’inizio me ne ero stupito?
Ricordo come prendevamo per il culo a inglesi e tedeschi che non capivano le coniugazioni dei verbi in spagnolo, e ricordo come loro prendessero per il culo noi per “Italiani? Ahahaha, Berlusconi!”. Ricordo le serate coi francesi e i polacchi al Mescafé a vedere i Mondiali. Avversari durante la partita, ma all’uscita eravamo di nuovo in spiaggia a bere insieme e a giocare a volley alcolico.
Ricordo quanto mi sembrasse piccolo il paesello, quando tornavo per natale, e quando mi sembrasse ristretta la visione dei miei amici, ancora al bar a chiaccherare di donne e di calcio come se niente fosse cambiato. Per loro NON ERA cambiato niente, effettivamente. Ma io mi sentivo come se mi avessero tolto le fette di prosciutto dagli occhi.
Ricordo quella festa dell’ultimo dell’anno a Nantes, dove tutti parlavano francese, e io non capivo un cazzo, mi ricordavo solo quel poco di francese che avevo studiato alle medie, ma non bastava per seguire la conversazione. Cosi’ affiancai una tizia che mi piaceva, e cominciai a parlare in un misto di spagnolo e inglese, a caso. Si mise a ridere, mi rispose in spagnolo, e quasi tutti gli altri cambiarono lingua, per farmi capire. Piccole cose, ma ti davano la sensazione di essere parte di qualcosa di piu grande.
E le mattinate in Svezia a discutere di quanto facesse schifo il porridge con un mio amico peruviano, che ci aveva ospitato a casa sua. Con le inquiline svedesi che parlavano spagnolo, perché anche loro avevano fatto l’erasmus in spagna. Ricordo la sensazione strana, all’inizio, del trovarsi a parlare in spagnolo a Goteborg, e farsi pure capire senza problemi. Ma poi sticazzi, una lingua vale l’altra. Siamo in europa, no? In qualche modo ci si capisce, dai.
Ricordo i giorni in Portogallo, con quel poco di portoghese che avevo imparato a Santiago de Compostela, in una serata a cazzeggiare al bancone del bar con due pellegrini del Camino, una ragazza spagnola e uno studente brasiliano. Ricordo i moccoli quando non riuscivo a pronunciare le ã e le õ senza tapparmi il naso. E ricordo le tavolate a a mangiare insieme, a Porto, insieme a gente del posto mai vista prima, che mi faceva sentire a casa piu di tanti cosiddetti amici di sempre. Qualcuno aveva fatto l’erasmus in Italia e parlava un po’ di italiano. Qualcuno capiva lo spagnolo. La maggior parte parlicchiava inglese. Io facevo un po’ un mescolone di tutte queste lingue, e in piu’ cercavo pure di fare il mimo 😀 Pero’ ci si capiva.
Ricordo la sensazione di disorientamento quando cominciai a sentire parlare un’amica del Marocco, di permesso di soggiorno e di visto di lavoro. Avevamo fatto la stessa universitá, parlavamo la stessa lingua, vivevamo nello stesso quartiere, frequentavamo gli stessi amici, ma qualcuno aveva deciso che lei era diversa, perché era nata in un paese diverso. E non aveva la cittadinanza europea. Mi ero talmente abituato all’idea di una europa libera, senza frontiere, dove avrei potuto andare ovunque, che all’inizio non capivo cosa mi stava dicendo. Visto? Permesso? In che senso permesso scusa? Ci vuole un permesso? Permesso di chi? Fu un brutto ritorno alla realtá.
Siamo stati fortunati a vivere in questa epoca storica, ad aver conosciuto una vera europa dei popoli, e non solo delle banche o dei governi.
Ma é stata solo una breve parentesi.
L’inghilterra é solo l’inizio, di un processo di sgretolazione ormai inarrestabile. I nostri figli non andranno in erasmus. Noi ci dimenticheremo di tutto questo, e torneremo alla vita del paesello. E probabilmente, vedremo anche una guerra, nel corso della nostra vita.