La mia idea di vacanze (Parte 1): libri e Settimana Enigmistica in veranda.
Sento sussurrarmi intorno che ci sono altri mestieri; bene! A voi! Scolpite marmi, combattete il beri-beri, allevate ostriche a Chioggia filugelli in Cadenabbia, fabbricate parapioggia, io fo buchi nella sabbia. O cogliete la cicoria o gli allori, e a voi Dio v’abbia tutti sempre in pace e gloria: io fo buchi nella sabbia
A otto anni decisi di dimostrare ai miei genitori che non ero mammone, come mio padre aveva paura che restassi quando dicevo che il calcio non mi piaceva. Anche le maestre se ne erano accorte, e i miei compagni di scuola mi tormentavano perché ero quello più educato e silenzioso, non facevo a botte con nessuno e non ero incline alla guerra. Non ero ancora molto timido, ma lo sarei diventato presto. L’Azione Cattolica organizzò una gita di cinque giorni in montagna, in una baita nel bosco, e io accettai di andarci da solo. Giunto lì, però, un gruppo di ragazzi più grandi cominciò a chiamarmi finocchio e finocchietto, ridendo di me ogni volta che tentavo di avvicinarmi ai gruppi, che giocavano alla caccia al tesoro o a nascondino. Mi schernivano per le scarpe, per il Nesquik che mamma aveva infilato nel borsone, per un bruco che avevo raccolto. Mi ritrassi, mi sentii braccato e mi misi a piangere nella cabina telefonica. Mi mancò subito mia madre, la mia cameretta lontana dagli stronzi e da chi gioisce della sofferenza di un debole, e pregai di sparire di lì. Fu la prima volta che mi rivolsi a Dio, al dio che l’Azione Cattolica diceva essere buono e misericordioso. Pregai tutta la notte, incapace di dormire, finché non svenni ammirando l’alba e i suoi colori turchesi. A colazione avvenne il miracolo: nonostante fosse solo il primo giorno, ce ne saremmo andati entro un’ora. Quando finalmente riabbracciai la donna che mi aveva messo al mondo senza avvertirmi di quanto sarebbe stata dura, ci rivelarono che il prete era morto nella notte. Allora mi dissi che era stato il mio peccato, l’incapacità di cavarmela. Avevo fatto il guaio, non dovevo più provarci, a fare l’ometto.
Chi non ha conosciuto il bullismo lo ritiene una ragazzata del passato, un comportamento naturale degli adolescenti, o una di quelle rare malattie che capitano sempre a qualcuno di imprecisato, nel mondo. Chi non l’ha conosciuto, comunque, fatica a comprendere i devastanti effetti che può infliggere a una persona, come le conseguenze di una pistola caricata a parole, anziché a proiettili. Lascia cicatrici interne e traumi che costringono la vittima a sprecare un’intera vita per superarli, sorvolando le sue bellezze, la spensieratezza, le gioie che offre e che si lasciano svanire. Chi è stato colpito dal bullismo impara presto l’inadeguatezza, il motivo per cui crede di essere stato scelto in mezzo a tanti. Accoglie in sé la certezza di essere e soprattutto di apparire diverso, manchevole delle caratteristiche e delle virtù che gli permettano di fare coalizione con gli amici. Sbagliato e dunque meritevole dell’isolamento. Nella colpa di essere la vittima e di essere solo, escluso dai più forti e anche da chi non corre in aiuto, chi è colpito dal bullismo preferisce subire l’angheria perché, in cuor suo, suppone di essersela procurata. La debolezza d’animo o fisica si trasformano in uno stemma, in un connotato, che gli modifica l’indole e il carattere, e lo conduce poi a subire in tutte le occasioni future e sociali. A evitare di ribellarsi, di opporsi, di far notare ciò che non va e di cui non è soddisfatto. Da adulto, chi è stato colpito dal bullismo ha il terrore di essere giudicato ancora, additato o preso di mira, e rifugge lo sguardo e l’opinione della gente. Non tollera i riflettori, essere al centro di una discussione, parlare in pubblico, dover dare prova delle sue conoscenze. Abituato a inibirsi, finisce col rimanere muto, proprietario di un pensiero a cui non sa più dare voce e forma. Coltiva il silenzio, lo rende la sua ancora solida, e col tempo si convince che la propria opinione in merito a tutto non valga nulla o sia inferiore a quella altrui. Chi è stato colpito dal bullismo suda, ha le guance rosse, le dita che tremano, il cuore che batte nelle orecchie, le fitte che attraversano il petto, il mal di pancia, l’insonnia, l’acido in gola, la stitichezza, il malumore. Chi è stato colpito dal bullismo lascia partire tanti treni, pur sapendo che potrebbero condurre a mete preziose, a carriere sperate, alla celebrazione dei propri sogni. Congela l’età degli eventi e del mettersi alla prova, ma continua a invecchiare e a pentirsene. Chi è stato colpito dal bullismo si guarda allo specchio e si vede grasso o troppo magro, inaugurando una lotta eterna ed estenuante con se stesso e una ricerca oculata dei propri difetti, che lo autorizzano a posticipare la felicità e la libertà di esprimersi. Detesta i suoi vestiti, i lineamenti del suo volto, il suo sorriso, il suo apparecchio per i denti, i suoi fianchi larghi, i suoi occhiali buttati a terra tante volte. Copre la fronte con il ciuffo, ritocca le foto con filtri che alterano o addirittura offuscano la sua immagine, che non tollera, oppure esalta le proprie bizzarrie con tatuaggi, piercing, dettagli estrosi o cupi, al fine di intimidire chi gli sta intorno e allontanarlo. Chi è stato colpito dal bullismo spesso non ha amici e sente di non essere destinato all’amore, all’essere amato, all’essere accettato. Il bullismo è una faccenda seria. Chi è stato trafitto dalle sue parole non ha forse cicatrici visibili, ma conserva i suoi traumi. Anche se può risultarci poco grave, risultarci un guaio scampato nella giovinezza che ormai non ci riguarda, ricordiamoci di chi ogni giorno cammina tra l’inferno che questa società non si impegna a estinguere. Ricordiamoci dei nostri figli, di chi si nasconde, di chi non sembra sereno. Dei più piccoli, che vivono in un mondo di adulti che troppe volte, senza volerlo, insegnano rabbia, rancore e godimento per chi perde. E ricordiamoci dei più grandi, di chi non l’ha superata. Che siano i genitori o la scuola, diciamo ai nostri figli di essere gentili con il futuro che dovranno costruire.
Between the time when the oceans drank Atlantis, and the rise of Silicon Valley, there was an age undreamed of…
Movies were sold on big reels of tape, wound up inside little plastic boxes.
And played on machines called VCRs.
And if you wanted to create a copy of a movie, you could hook two of these machines together and do it with no problem. In fact, it was ruled in a court of law that it was a fair use of someone elses copyrighted movie to make yourself an archival copy, so that if your tape broke, or the machine ‘ate it’ you wouldn’t have to buy another one.
Hollywood didn’t care for this.
So, when the digital age dawned, someone came up with the bright idea of selling movies on DVDs. And one of the big selling points, so far as Hollywood was concerned, was that you could encrypt the data of the movie on the disc, and put hardware to decrypt it in the DVD player, in such a way that it wouldn’t play if two DVD players were hooked together, and so that someone who put a DVD into a computer couldn’t copy it.
Techies and hackers didn’t care for this.
So, they started trying to figure out how to cryptanalyze the DVDs, which were encrypted with a tech called CSS, for Content Scrambling System. And they didn’t have much luck, because crypto is hard, and breaking it is harder. And then one day they caught a lucky break.
Some manufacturers of DVD players, from Taiwan iirc, put out a new product, one of which was bought by a hacker somewhere, who tinkered with it and realized that the makers had made a mistake. They hadn’t properly protected the chips that contained the CSS decryption key, which allowed this guy to get access to it and copy it. He then created a program called DeCSS, which would allow you to put a DVD in a computer and then ‘rip’ the data to your hard drive, then write it to another DVD. He posted it online, and within hours the news, and copies of the key and code, had spread all over the world.
Hollywood flipped their shit over this.
They brought the legal hammer down on this guy, and it ended up in court. He said he had a right, as per the previous Fair Use ruling, regarding VHS tapes, to copy DVDs as well. When people had previously complained that encryption was stripping them of their rights, Hollywood had argued that there was nothing in the law that said they had to make copying easy, and basically challenged them to figure out how to break it. In the court case, Hollywood argued that under a new law that had passed, the Digital Millenium Copyright Act, it was illegal to circumvent an DRM, or Digital Rights Management system. The plaintiffs counter-argued that they hadn’t really reversed engineered anything, that the dumb machines had been built wrong, that they had a right to tinker with it and see how it worked.
So, sitting between these parties was a judge who… to put it kindly, was probably in over his head. Probably some old guy, the kind of guy who still owned a VCR with the clocking blinking 12:00 PM because he didn’t know how to adjust the time. An old grandpa sorta guy. Maybe not a bad guy, just clueless about how tech works. So, when Hollywood argued that there should be some sort of injunction against the spread of the DeCSS software online, that it should be illegal for people to host it, or for others to download it, or to tell people how it worked, or even to link to it, gramps said, “Sure, why not? Here you go, here’s an order that says it’s illegal to possess this software.”
Well, the tech people freaked out about this, because it contradicted a number of already established precedents. Like Phil Zimmermann publishing the source code of PGP and shipping the books containing it to Europe, despite the fact that the encryption tech it contained had been ruled a munition that couldn’t be sold overseas. The precedent, that code was speech, and therefore subject to first amendment protections, seemed to be being thwarted in the DeCSS case. And the tech/hacker community wanted to make it clear that they weren’t going to stand for that.
So, some bright person somewhere, went out and got himself a shirt made, that had the source code of DeCSS printed on it, along with some quote from the order basically saying that it was illegal to buy or own this shirt, then started selling them on his website. This clever idea opened a floodgate of people coming up with unique ways to spread the source code of DeCSS, in a way that was tempting the court to try to stop them, on the grounds that the ruling would then go to a higher court and be turned over on first amendment grounds.
“Take t5’s low byte (AND t5 with two hundred fifty five) to put it
in the ith byte of the vector called k. Now shift t5 right eight bits;
store the result in t5 again. Now that’s the last step in the loop.
No sooner have we finished that loop than we’ll start another; no rest
for the wicked nor those innocents whom lawyers serve with paperwork.”
One of these people, Phil Carmody, raised an interesting argument. He said that software is just numbers. In fact, every piece of software is a single number, that is also a infinite number of numbers (or practically so) as there are nearly an infinite number of mathematical conversions or encodings you can perform on a number. So he wrote a little script version of DeCSS, then converted it to a number, then started to look to see if this number was the same as another somewhere. Was it hidden somewhere in pi? Or the Golden Ratio? What if you doubled it? or added 1 to it?
And after some searching, he found a list of the largest known prime numbers, wherein the 19th largest prime that had been found by that time, was the same as his code for DeCSS. So he posted this info online, and said, “If you go to this website, take this prime number, and save it in a file, then compile it, the output is this piece of software that is illegal to possess, transmit, or share information about.” Here it is, by the way:
Carmody argued, if the ruling that it’s illegal to do these things with the DeCSS software
holds up, then it’s also illegal to possess, transmit, or share
information about this prime number. It will become an illegal number. It would have to be redacted from websites, and whatever books it might appear in. People searching for new primes, or any other number, will have to worry about sharing them online, that they are on some list of illegal numbers somewhere. The lists will grow exponentially, as the precedent that this software is forbidden to possess or share, will lead others to demand that software, and numbers, they don’t care for be made illegal as well.
And then… I forget the rest. Whether it was finally ruled in the favor of common sense, or if the case simply petered out and nothing more was ever heard about it. I do know that no one was ever brought up on charges for possessing a number, and DeCSS has been widely available ever since the day it was first posted online (if you’ve ever used a movie ripping software like ffmpeg, you’ve used DeCSS or it’s descendents.)
More info. Also, this is now a crypto history blog, deal with it
Che storia bellissima 🙂
La gif l’ho trovata su fb, ma mi sa che la fonte e’ @booksofadam
Un uomo dai mille volti: ufficiale, agente segreto, ambasciatore,
stalliere, acquaiolo, scaricatore di porto ma, innanzitutto,
guerrigliero. Un uomo camaleontico, imprevedibile e temerario che cambia
identità, patria e lingua.
La sua epopea comincia in Africa
orientale prima della seconda guerra mondiale quando, giovane tenente,
cattura una pericolosissima banda di guerriglieri fedeli al Negus. Da
Roma riceve l’ordine di giustiziarli, ma quando vede i volti fieri di
quei nemici non solo decide di non ucciderli ma propone loro di
arruolarsi nei suoi reparti.
Il duca d’Aosta copre questa sua
decisione e propone inoltre di creare un’intera cavalleria indigena,
agile e di impatto, al seguito di Amedeo Guillet. Questi nel giro di due
mesi organizza e costituisce la nuova formazione armata formata da
combattenti diversissimi per etnia e religione e che soltanto un grande
conoscitore di uomini come lui può tenere uniti. Ma mentre sta
completando l’addestramento il 10 giugno del ‘40 l’Italia entra in
guerra e in Africa la situazione si fa subito difficile: gli Inglesi
penetrano velocemente in Libia.
All’inizio del ’41 l’avanzata
dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Libia
orientale. Guillet per difendere il fronte italiano è pronto a tutto:
gli viene chiesto di usare i suoi reparti per rallentare l’avanzata
bbritannica e dare tempo agli Italiani di organizzarsi. Fa dunque
un’azione inaspettata, geniale ma spericolata: decide di attaccare il
nemico a cavallo nel bel mezzo dello schieramento, contando sul fatto
che mitragliatrici e artiglieria nemica non avrebbero potuto sparare per
non colpire la loro stessa fanteria.
Dopo ore di confusione
10mila soldati italiani si erano ormai salvati sulle montagne grazie ad
un’azione ricordata ancora oggi come una delle pagine più valorose della
storia militare italiana. Guillet viene ricordato come il comandante
che ha guidato una cavalleria contro i carri armati, e ha vinto.
Coraggioso, sprezzante del pericolo, fedele agli alleati e rispettoso
del nemico. Nell’immaginario collettivo diventa il “Comandante Diavolo” e
dal quel momento inizia la sua leggenda.
Dopo la firma della
resa, secondo il diritto internazionale, non si può continuare a
combattere ma Guillet ha in mente una strategia precisa: sfiancare il
nemico e fargli credere che gli Italiani sono ancora vivi ed in grado di
impegnarli. Entra in clandestinità, è’ costretto a nascondersi, a
camuffare la sua identità. Smessa l’uniforme indossa il turbante e il
tipico abbigliamento indigeno , diventa Ahmed Abdallah al Redai aiutato
anche dai suoi tratti mediterranei e dalla conoscenza perfetta della
lingua araba.
La sua trasformazione non è solo esteriore: inizia
a pregare 5 volte al giorno, a vivere nella comunità musulmana in modo
completamente mimetico. Non è più un Italiano, non è più un ufficiale,
non è più un cattolico. È un indigeno tra gli indigeni e la sua figura
ricorda molto quella di Lawrence d’Arabia. Nascosto dietro la nuova
identità inizia, con i suoi indigeni, una lotta senza quartiere contro
gli Inglesi, sabotando ferrovie, tagliando linee telegrafiche, facendo
saltare ponti e saccheggiando depositi militari. Le azioni della banda
inizialmente vengono considerate opera di fuorilegge locali, di banditi
del deserto.
Ma con il tempo si intuisce che dietro a tutto ciò
c’è Amedeo Guillet e subito sulle sue gesta cala il velo della censura.
Diventa oggetto di un rapporto top secret dell’ intelligence inglese che
inoltre fissa sulla sua testa una cospicua taglia. Ma non serve. E
talmente abile che, per meglio spiare il nemico, riesce a servire a
tavola degli ufficiali inglesi camuffato da domestico indigeno.
Nella primavera del ’41, dopo la disfatta italiana il Negus Haile
Selassie torna in Etiopia e con l’aiuto degli Inglesi cerca di annettere
anche l’Eritrea. Dall’altra parte però Guillet cerca di attrarre alla
sua causa proprio gli Eritrei facendo leva sui loro sentimenti
anti-etiopici e mettendoli in luce circa il pericolo che possono
rappresentare gli Inglesi.
Alla fine del ’41 arriva nel porto di
Hodeida nello Yemen ma per i suoi modi raffinati e la lingua gli
Yemeniti lo scambiano per una spia britannica e lo incarcerano. Gli
Inglesi chiedono la sua estradizione cosa che però insospettisce molto
gli Yemeniti. Il sovrano quindi gli concede udienza e ascolta tutta la
sua storia. Ne rimane talmente affascinato che gli propone di rimanere,
prendendolo sotto la sua protezione. Lo fa curare, gli dà una casa e uno
stipendio da colonnello. Nel ’42 gli Inglesi mettono a disposizione una
nave della Croce Rossa per tutti quegli Italiani desiderosi di tornare
in patria. Guillet, aiutato dai suoi vecchi amici del porto, riesce a
imbarcarsi furtivamente e per tutto il viaggio se ne sta quasi nascosto
fingendosi pazzo.
Il 2 settembre del ’43 viene promosso generale.
Le sue conoscenze linguistiche lo rendono perfetto per il lavoro di
intelligence. Nel Dopoguerra, Guillet inizia a la carriera diplomatica,
che prosegue per quasi trent’anni e che lo vede diventare ambasciatore
d’Italia in vari Paesi. A seguirli sono sua moglie e la sua fortuna:
sopravvive a due incidenti aerei nello stesso giorno e a due colpi di
Stato di cui è testimone in Yemen e in Marocco. In quest’ultimo paese
durante il ricevimento ufficiale teatro del tentativo di colpo di Stato
riuscì a salvare la vita all’ambasciatore tedesco, cosa che gli valse la
più alta onorificenza della Repubblica Federale Tedesca.
Nel
1975 è in pensione per raggiunti limiti di età e va a vivere in Irlanda.
Se in Italia in pochi conoscevano la sua storia, in Irlanda viene
accolto con grande entusiasmo e ritrova anche il suoi vecchi
nemici-ammiratori Max Harari e Vittorio Dan Segre, che diventa il suo
biografo. Nel novembre del 2000 il Capo dello Stato italiano Carlo
Azeglio Ciampi ha conferito al generale Amedeo Guillet la massima
onorificenza di ‘Cavaliere di Gran Croce’.
Muore a Roma il 16 giugno 2010, all’età di 101 anni.