gertrud-e:

Mio papà é un altro papà da dieci anni.
É una malattia romantica quanto crudele e stremante, l’Alzheimer. Alcuni estremi di assurdità che é in grado di conferire sono incredibilmente esilaranti. E questo lo può capire solo chi ci convive ogni giorno.

Giovedì lo operano alla gamba e oggi l’hanno ricoverato in ospedale.
Mi hai accompagnata a trovarlo dopo il lavoro ed era un po’ arrabbiato, un po’ musone, un po’ bambino che fa una nuova esperienza. É così, davvero.

Gli dico, andando via.

– ciao papi, fai il bravo e dormi, ci vediamo domani

*si volta verso mia madre e incredulo come se avessi detto una pazzia*

– come domani? Rosi, chesta chi l’è na rebambida. (Questa qui é rimbambita)

Gira che ti rigira mi fa sentire come se davvero avessi detto un’assurdità e mi strappa una risata questo suo alienarsi dalle cose, dai luoghi, dal tempo, dalle persone. Vorrei passare un giorno nella sua testa e vedere il mondo dalla prospettiva di un malato di Alzheimer.

Mi dico ogni giorno che la vita é stata ingiusta e spietata con mio padre, piango ancora la sera, a distanza di anni.
Dimmi, cosa c’è di più prezioso dei ricordi di un uomo? Cosa lo rendi privandolo?

Quando saliamo in macchina vedi la mia tristezza malcelata, mi dai un bacio sulla fronte e mi citi quel film giapponese di Gosho che ami: let’s have the dignity to laugh at our happiness.

Non lo tratti mai con accondiscendenza. Ed io per questo non smetterò mai di amarti e ringraziarti.

Di amarvi e ringraziarvi.

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