Stavo per fare un post con il quale chiedevo umilmente…

kon-igi:

… che tutto l’intertumblr si muovesse per @figlianumerouno e @grobelfestart affinché venisse loro trovato un appartamento a Milano in Zona Parco Sempione dove lei e moroso potranno coronare il sogno di studiare per diventare truccatrice cinematografica per film sbanca-botteghino una e un famoso disegnatore di fumetti l’altro…

Poi dalla mia baita emiliana su una sperduta collina emiliana mi sono detto che forse, e dico forse, mi accontenterei di informazioni su dove possano trovare un buco in periferia da condividere con 17 altri studenti che sia vicino una stazione della metropolitana decente per arrivare in Zona Parco Sempione, che è meglio.

Un reblog ricco di info farebbe felice il dottore e dico grazie-sai.

P.S.
Ma Milano è in Emilia-Romagna, vero?

Reblog di servizio, e in bocca al lupo a figlia numero uno e moroso !

kon-igi:

quartodisecolo:

(via Dario De Lucia on Twitter: “Reggio Emilia: dichiarato lo stato di crisi, una città in ginocchio. http://t.co/8h1UwaKTER”)

This is madness.

Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia la razza umana era sopravvissuta. Ma adesso non più.

(Mia nonna, che preparava il brodino di pollo anche il 15 di Agosto perché ‘qualcosa di caldo ci vuole’, si sta rivoltando nella tomba)

Mai, mai,
scorderai
l’attimo,
la terra che tremò

(I colleghi a lavoro che nella pausa fanno la fila al microonde per SCALDARE IL PRANZO il 3 agosto)

L’INSURREZIONE DI VARSAVIA

Tra l’agosto e il settembre del 1944 la capitale polacca cercò di scacciare i nazisti.

L’esercito tedesco era in rotta ovunque; mentre gli Alleati erano
sbarcati in giugno in Normandia e procedevano la loro marcia in Francia,
i sovietici erano arrivati alle porte della città e moltissimi
cittadini erano sicuri che l’esercito tedesco fosse prossimo al ritiro.
Radio Mosca annunciò così alla popolazione di Varsavia: “l’ora dell’azione è arrivata”

Il primo agosto del 1944, 42.000 polacchi insorsero conquistando 2/3
della città. I tedeschi però erano di diversa idea. Himmler diede un
ordine chiarissimo al generale Geibel: “distruggetene decine di
migliaia”. L’ordine fu eseguito con straordinaria brutalità. In un
ospedale i tedeschi, dopo aver ucciso il primario, fucilarono tutti i
pazienti. Gli episodi di violenza si moltiplicarono nei giorni
successivi quando l’esercito tedesco cercò di riconquistare la città.

Già il 5 agosto risultavano uccisi 15.000 civili polacchi; alle 17:30
dello stesso giorno il generale Von Dem Bach Zelewski diede l’ordine di
interrompere l’esecuzione di donne e bambini, tuttavia la sua richiesta
rimase parzialmente inascoltata.

Le brigate Dilrewanger
(composta da ex criminali tedeschi a cui era stata data la libertà in
cambio dell’arruolamento) e Kaminski (cosacchi) procedettero tra i
sobborghi di Wola e Ochota, compiendo stupri e torture ai danni di molti
innocenti, uccidendo in tutto oltre 30.000 persone.  Il 6 agosto gli
ultimi 70.000 ebrei rimasti in città furono deportati ad Auschwitz e la
metà di loro subito messa nelle camere a gas.

Mentre Hitler nel
frattempo si vendicava per il fallito attentato ai suoi danni, gli
aiuti sovietici non arrivavano affatto. Churchill scrisse a Stalin
chiedendogli di sostenere la ribellione. Brutale e gelida fu la risposta
del dittatore georgiano: “ritengo che le informazioni che le sono state
comunicate dai polacco siano di gran lunga esagerate e non ispirino
fiducia”. L’Unione Sovietica sarebbe rimasta in disparte. Solamente
Churchill si adoperò per portare rifornimenti ai polacchi con risultati
scarsi; di fronte al rifiuto sovietico per gli aerei statunitensi di
poter raggiungere il fronte orientale la situazione si fece ancora più
grave.

La resistenza polacca, ormai divenuta fonte di
disaccordo tra gli Alleati, era però decisa a continuare. Ai primi di
settembre gli insorti si trovarono a doversi nascondere nelle fogne.
Finalmente il 9 settembre Stalin si decise ad aiutare gli insorti,
permettendo il passaggio degli aerei Alleati, tuttavia era troppo tardi.
L’area in mano ai ribelli era tanto piccola che dei 1284 contenitori
lanciati agli insorti il 18 settembre, quasi 1000 caddero in mani
tedesche.

Il 27 settembre gli ultimi insorti polacchi si
arresero; il 2 ottobre 1944  fu siglata una pace tra le due fazioni e
venne ordinata la deportazione della popolazione. Le stime parlano oggi
di 15.000 combattenti polacchi morti a fronte di 10.000 soldati
tedeschi. In tutto però nelle feroci repressioni compiute dall’esercito
nazista si calcola che il numero di vittime si aggiri intorno ai 200.000
polacchi, più delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe insieme.

Così aveva commentato in effetti Himmler qualche tempo prima:
“Ogni abitante deve essere ucciso, senza fare prigionieri. Che la città
sia rasa al suolo e resti come terribile esempio per l’intera Europa”

tra l’agosto e il settembre del 1944 la capitale polacca cercò di scacciare i nazisti.

L’esercito tedesco era in rotta ovunque; mentre gli Alleati erano
sbarcati in giugno in Normandia e procedevano la loro marcia in Francia,
i sovietici erano arrivati alle porte della città e moltissimi
cittadini erano sicuri che l’esercito tedesco fosse prossimo al ritiro.
Radio Mosca annunciò così alla popolazione di Varsavia: “l’ora dell’azione è arrivata”

Il primo agosto del 1944, 42.000 polacchi insorsero conquistando 2/3
della città. I tedeschi però erano di diversa idea. Himmler diede un
ordine chiarissimo al generale Geibel: “distruggetene decine di
migliaia”. L’ordine fu eseguito con straordinaria brutalità. In un
ospedale i tedeschi, dopo aver ucciso il primario, fucilarono tutti i
pazienti. Gli episodi di violenza si moltiplicarono nei giorni
successivi quando l’esercito tedesco cercò di riconquistare la città.

Già il 5 agosto risultavano uccisi 15.000 civili polacchi; alle 17:30
dello stesso giorno il generale Von Dem Bach Zelewski diede l’ordine di
interrompere l’esecuzione di donne e bambini, tuttavia la sua richiesta
rimase parzialmente inascoltata.

Le brigate Dilrewanger
(composta da ex criminali tedeschi a cui era stata data la libertà in
cambio dell’arruolamento) e Kaminski (cosacchi) procedettero tra i
sobborghi di Wola e Ochota, compiendo stupri e torture ai danni di molti
innocenti, uccidendo in tutto oltre 30.000 persone.  Il 6 agosto gli
ultimi 70.000 ebrei rimasti in città furono deportati ad Auschwitz e la
metà di loro subito messa nelle camere a gas.

Mentre Hitler nel
frattempo si vendicava per il fallito attentato ai suoi danni, gli
aiuti sovietici non arrivavano affatto. Churchill scrisse a Stalin
chiedendogli di sostenere la ribellione. Brutale e gelida fu la risposta
del dittatore georgiano: “ritengo che le informazioni che le sono state
comunicate dai polacco siano di gran lunga esagerate e non ispirino
fiducia”. L’Unione Sovietica sarebbe rimasta in disparte. Solamente
Churchill si adoperò per portare rifornimenti ai polacchi con risultati
scarsi; di fronte al rifiuto sovietico per gli aerei statunitensi di
poter raggiungere il fronte orientale la situazione si fece ancora più
grave.

La resistenza polacca, ormai divenuta fonte di
disaccordo tra gli Alleati, era però decisa a continuare. Ai primi di
settembre gli insorti si trovarono a doversi nascondere nelle fogne.
Finalmente il 9 settembre Stalin si decise ad aiutare gli insorti,
permettendo il passaggio degli aerei Alleati, tuttavia era troppo tardi.
L’area in mano ai ribelli era tanto piccola che dei 1284 contenitori
lanciati agli insorti il 18 settembre, quasi 1000 caddero in mani
tedesche.

Il 27 settembre gli ultimi insorti polacchi si
arresero; il 2 ottobre 1944  fu siglata una pace tra le due fazioni e
venne ordinata la deportazione della popolazione. Le stime parlano oggi
di 15.000 combattenti polacchi morti a fronte di 10.000 soldati
tedeschi. In tutto però nelle feroci repressioni compiute dall’esercito
nazista si calcola che il numero di vittime si aggiri intorno ai 200.000
polacchi, più delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe insieme.

Così aveva commentato in effetti Himmler qualche tempo prima:
“Ogni abitante deve essere ucciso, senza fare prigionieri. Che la città
sia rasa al suolo e resti come terribile esempio per l’intera Europa”

Stefano B.

Bibliografia: Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Oscar Mondadori

L’INSURREZIONE DI VARSAVIA

LA STORIA DI JOHANN “RUKELIE” TROLLMANN.

Johann
Trollmann era un pugile straordinario. Un pugile tedesco nato da una
famiglia sinti. Lo avevano soprannominato Rukelie, “albero" per la
bellezza del suo fisico atletico. Per lui stare sul ring era come essere
su un palcoscenico, i suoi movimenti veloci e tecnicamente impeccabili
lo avevano eletto a campione della “noble art”. Uno stile nuovo, particolare,
tutto suo, come una danza che molti anni dopo avrebbe caratterizzato
anche il campione olimpico e poi del mondo Cassius Clay, alias Muhammad
Alì.

La vita di Rukelie e il nazionalsocialismo si incrociarono
la notte del 9 giugno 1933 nel match per la corona tedesca dei pesi
medi. A contendergli il titolo c’era Adolf Witt. In sei round lo zingaro
stende l’ariano. Per Rukelie è la vittoria più bella, la più importante
e prestigiosa. Ma dal pubblico si leva la voce di Georg Radamm, gerarca
nazista e presidente dell’associazione dei pugili tedeschi.

Ordina agli arbitri di far terminare la contesa in parità: la
superiorità fisica della razza ariana non poteva essere presa a pugni da
uno zingaro. Ma il pubblico rumoreggia, protesta, sa che Trollmann è il
vincitore e poco dopo diventa il nuovo campione tedesco dei pesi medi a
furor di popolo. Gli gettano al collo la corona e lui piange di
felicità.

Qualche giorno dopo la vittoria, in una lettera
della federazione, Trollmann legge che non è più il detentore del titolo
perché le lacrime “non sono degne di un vero pugile”. La corona dei
medi è nuovamente libera. Prossimo incontro fissato per il 21 luglio.
Sul ring Trollmann si trova di fronte Gustave Eder, un altro colosso
ariano. Ma lo zingaro è il più forte, non dovrebbe avere problemi.

Hitler teneva particolarmente alla boxe. In Mein Kampf scriveva:
“Nessun altro sport desta un così grande spirito d’assalto, esige così
fulminea decisione, rende forte e flessibile il corpo”. Il ring diventa
un manifesto di propaganda razziale. È tollerabile che uno zingaro batta
un puro ariano? I movimenti sul ring di Trollmann sono definiti
“scimmieschi”, “animaleschi”, e il suo stile “effeminato”.

Quindi le restrizioni delle SS arrivano ancor prima dell’inizio del
match. Rukelie è costretto a non danzare, a non esprimere la sua boxe,
deve rimanere al centro del ring e “combattere” come un ariano
altrimenti può dire addio alla licenza di pugile. Lui, ciuffo moro,
occhi scuri e pelle ambrata capisce tutto e si presenta con capelli
tinti di biondo e il corpo cosparso di farina, una perfetta caricatura
dell’ariano. In cinque round Rukelie calpesta un’ideologia vuota e
malata con il coraggio di chi è in grado di ironizzare anche nella
tragedia, ma subisce la sconfitta definitiva.

“Me l’hanno fatto
capire in mille modi: un sinti non può diventare campione di Germania.
E’ stata una progressione ad hoc. Quando ero il migliore dei dilettanti
mi tagliarono fuori dalle Olimpiadi, da professionista mi impediscono di
fare carriera. Ormai mi hanno incastrato.” Va a vivere a Berlino,
conosce e sposa Olga nel 1935. Hanno una figlia, Rita. Ormai Trollmann
combatte solo per pochi spiccioli nelle fiere di paese, nei circhi

La vita per gli zingari si fa sempre più difficile e, per evitare guai
alla sua famiglia, Trollman divorzia nel settembre 1938.  Accetta di
essere sterilizzato per evitare l’internamento. Nel novembre ‘39 viene
richiamato dalla Wermacht e inviato sul fronte russo. Ferito, ritorna in
Germania per una licenza, nel ’42. Ma la Wermacht ormai non voleva più
zingari tra le proprie fila, così fu prelevato dalla Gestapo e
incarcerato ad Hannover ed in ottobre smistato al campo di
concentramento di Neuengamme, vicino ad Amburgo, triangolo marrone e
numero 9841.

Il 9 febbraio 1943 si trova all’esterno del campo,
è il suo turno di lavoro e non si accorge che il rumore dei passi di
Emil Cornelius diventa sempre più vicino. Quel kapò sta meditando la
vendetta perché due giorni prima è stato messo al tappeto proprio da
Trollmann in un combattimento organizzato davanti a tutti i prigionieri e
alle SS del lager. Uno sgarbo troppo grande. Da uno zingaro poi. Una
pallottola lo condanna a essere un dimenticato dalla storia. Trollmann
muore quel 9 febbraio 1943. Quattro mesi dopo, ad Auschwitz, morirà suo
fratello Heinrich, anche lui pugile.

La sua morte viene
spacciata per un incidente ma sarà un altro prigioniero, Robert
Landsberger, testimone oculare dell’omicidio, a raccontare la verità, a
guerra finita. Nel 2003 la federazione tedesca, a seguito di un forte
movimento d’opinione, consegna a Rita, la figlia di Trollmann, la
cintura da campione tedesco dei mediomassimi. Ad Hannover una piccola
strada è a lui intitolata, una targa lo ricorda ad Amburgo e in un parco
del quartiere di Kreuzberg, a Berlino, dal 2010 c’è anche un ring
vuoto, un monumento dedicato a “Rukelie” Trollmann.

Antonio A. – Fonte: Repubblica / Corriere della Sera

LA STORIA DI JOHANN “RUKELIE” TROLLMANN.