theuserformerlyknownasscas:

Quando succede qualcosa di così terribile a meno di due ore da casa, in una città dove vai a passare un weekend sì e uno magari anche, se le ferie permettono, lo shock arriva in fasi successive. 

Poi prendi fiato. 

Rispondi a tutti i messaggi di amici e parenti che si chiedono se, per puro caso, avevi qualche giorno di vacanza inatteso e sei andata a passarlo in zona (no, sono al sicuro e al lavoro oltre confine. tranquilli). 

Controlli che tutti gli amici in città siano al sicuro, tranquilli nelle loro case. (e stando al malefico – ma per una volta benedetto – facebook, così è). 

Segui il live del guardian, per cercare di capire come stia succedendo. 

Poi.

Poi Italians do it better ti scrive un messaggio, e, en passant, ti ricorda che una settimana fa eravate proprio lì, in mezzo alla bolgia infernale dei mercatini. Che vi facevate strada tra i turisti tentando di prendere al volo un bus che fermava due isolati più avanti. E ti dice che fa un po’ impressione, a pensarci. 

Ma tu, che ti sei trovata in giro per l’Europa dove una bomba era esplosa da una manciata di mesi e in Russia quando gli attentati ceceni non erano un ricordo così lontano, tenti di minimizzare. Perché in fondo hai sempre pensato a queste cose con una certa razionalità. E un sottile fondo di “frega un cazzo se ci lascio le penne”. 

Tenti di minimizzare. 

Poi ti assale, improvviso, il pensiero che stavolta te ne sarebbe fregato immensamente di più. Che forse il frega cazzo se ci lascio le penne varrebbe ancora per la tua miserabile pellaccia, ma che il pensiero che qualcosa di terribile accada a Italians do it better ti paralizza molto più di quanto non vorresti ammettere.

E allora tenti di minimizzare. Per la sanità mentale. Perché il panico non può vincere, e guai se così fosse. 

Però conti le ore e i minuti che mancano a domani. Per abbracciarlo per dieci minuti di fila, no questions asked. Per esorcizzare la paura e perché il caos e l’entropia fa molta più paura, quando la posta in gioco non è la tua miserabile pellaccia. 

kon-igi:

scarligamerluss:

Ma dove cavolo va?

A occhio e croce l’aveva rubata.

Io invece lo capisco.

Quando ho fatto io un incidente con la mia prima macchina (una vecchia fiestina del ‘91, che una signora americana con la patente internazionale da 3 giorni, non abituata al cambio manuale e alla segnaletica italiana, ha spinto di sotto a un precipizio facendomi inversione a U davanti), e mi sono trovato a testa in giù appeso alla cintura, il primo istinto non e’ stato il panico, ma una razionalità lucidissima.

Ho pensato subito alle priorità, in modo totalmente automatico:

  1. spegnere il quadro, in caso ci fossero perdite di benzina e/o fili scoperti.
  2. sganciare la cintura, e liberarsi dal sedile
  3. sfondare un finestrino con un calcio (all’epoca non sapevo che i finestrini laterali posteriori non sono come parabrezza che NON si sbriciolano prendendoli a calci ma si staccano di netto, e ho rischiato di tagliarmi la gamba coi frammenti)
  4. uscire dalla macchina e allontanarsi velocemente, arrampicandosi su per la scarpata.

Paradossalmente quando sono risalito sulla strada, ero l’unico tranquillo. La signora americana piangeva in preda al panico, e gli altri si sbracciavano chiamando ambulanze e pompieri. Non hanno nemmeno capito subito che ero io quello che era cascato di sotto, vedendomi arrivare cosi’ tranquillo. Non so esattamente cosa e’ successo, ma la consapevolezza del rischio corso e’ arrivata solo dopo, a mente fredda.

Probabilmente quel tizio ha avuto lo stesso meccanismo automatico: la prima reazione e’ stata di mettersi al sicuro, ma senza bisogno di correre, perché le auto lo hanno visto, si sono fermate, e non rappresentano un pericolo in quel momento.