il disco quello che all’inizio cade l’aereo

uds:

e, insomma, c’è sta canzone che a un certo punto dice questo è il primo giorno della mia vita, sono lieto di non essere morto prima di averti conosciuto, e poi va avanti ancora un altro po’, ma non importa. cioè importa perché così la canzone finisce ed è una bella canzone, ma non è importante nel senso che

cioè

mh

ecco, mettiamola così: su quella frase là ci son momenti che ti rendi conto che, davvero, è tutto lì.

tutto lì.

spuntiny:

Ogni giorno, in veste del mio ruolo di cameriera, subisco questo genere di battute:
Entra quello che dice “ciao, siamo in ventisette!”
Io faccio una faccia stupita e lui subito mi rassicura “ma nooo scherzavo!”
Eppoi entra quello a cui dico “buongiorno” e lui mi risponde “bonanotteee”
E fingo di ridere
E se ne susseguono tanti altri, tutti con le solite battute, giorno dopo giorno, che mi chiedo come ancora possano pensare che io rida per davvero!
Oggi uno ha battuto tutti.
Appoggio sul suo tavolo una bottiglia di acqua Lilia, e lui mi fa:
“E il lilio?”
Lo guardo interdetta per un paio di secondi.
“Prego?”
“Il lilio! Mi hai portato l’acqua Lilia ed ora mi devi portare il lilio dai! Sarebbe il vino!! HAHAHAHAH heheheheh”

No cioè

Il Lilio

Io non ci riesco più a fare questo mestiere

La lettera di Marta al ministro Poletti

soldan56:

Caro Ministro Poletti,

le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.

Siamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio
cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i
botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole
sono importanti, e lei non parla bene.

Non da oggi.

A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri
sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i
lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.

Continuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo
allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le
imprese”, era il 18 aprile del 2016.

Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in
realtà molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più
fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi
si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e
vinci.

Parlo dei voucher, Ministro.

E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno
fortunato esiste. Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori.
L’hanno ammazzato in Egitto perché studiava la repressione contro i
sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui
il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso
governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul
tavolo, perché Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti
miliardari?  

Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016
sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è
ministro, ne sono stati venduti 265.255.222:
duecentosessantacinquemilioniduecentocinquantacinquemiladuecentoventidue.
Non erano pistole, è sfruttamento.

Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa.

È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente,
perché faceva il saldatore a voucher. Oggi, senza quattro dita, lei gli
offrirà un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di
lavoro privata. Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perché
tanto dobbiamo essere competitivi.

Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del
suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da
generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.

Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.

Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame.

Quelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio
fratelli morire ammazzati sotto un tir perché chiedevano diritti contro
lo sfruttamento. Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato,
quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va
tutto bene perché almeno le sigarette posso comprarle”.  

Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o
sempre più spesso ci ritornano, perché il suo governo come altri che lo
hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e
redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un
bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere
le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il
piano casa.

È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.

È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità di un reddito che garantisca a tutti dignità.

Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17
milioni di italiani a rischio povertà, quattro milioni in condizione di
povertà assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per
l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di
civiltà.

Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.

E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se
stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a
dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci. I
colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi
dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio- tanto
ci sono i voucher- e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle
tasse sui profitti. Così potrete sempre venirci a dire che c’è il
deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e
dobbiamo anche smetterla di lamentarci perché, mal che vada, avremo un
tirocinio con Garanzia Giovani.

I colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella
cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università, che avete
approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a
lavorare da McDonald e Zara.

Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o
Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai
incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici.
Le risponderanno che questa vita fa schifo. Però ecco: a differenza di
quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono
pagati.

Ma il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.

Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state
decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future
siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli
che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate
lavorare gratis.

A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto
piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui
lei dichiara che dovreste “offrire loro l’opportunità di esprimere qui
capacità, competenza, saper fare”.

La cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità, competenze e saper fare.

Perché io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si
mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere
capacità, competenze, saper fare. Molti altri fanno la stessa cosa ma
esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati. Fin qui però
io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità di
essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro
che magari l’anno prossimo dovranno restituire perché troppo poveri.

Non è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità se
non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno
di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza
rappresentanza. Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che
l’opportunità va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.

Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che
innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al
lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perché questo succede quando si
mette davanti il merito che è un concetto classista e si denigra la
giustizia sociale.

Perché forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i
rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha
genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione
sempre più cara. E sono sempre di più, Ministro Poletti.

Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri
genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno
pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato
l’affitto all’università finché hanno potuto.

Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e
finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata
meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o
all’estero. Chieda scusa a loro perché noi delle sue scuse non abbiamo
bisogno.

Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo
restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione,
la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e
abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe
normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a
discapito di noi molti.

Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il
piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione
di qualsiasi spazio di partecipazione.

E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum
abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia
è la stessa.
Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.

E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche
operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci
presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.

Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il
mondo del lavoro, ci chiami pure. Se vi interessasse, chissà mai, ascoltare.

La lettera di Marta al ministro Poletti

unassassinofischiettava:

Sapete cosa hanno in comune queste due foto?
Sono state entrambe scattate da due fotografi che erano lì per caso, due persone a cui nessuno aveva mai detto di mettere a rischio la loro vita e di esporsi per fare delle foto. Loro, tuttavia, in quel momento hanno posto i loro ideali al di sopra delle loro vite. Ai loro sogni, progetti e speranze, all’affetto dei loro cari e al proprio futuro hanno anteposto quelle foto, quelle immagini che avrebbero permesso alle persone di calarsi nella situazione e di sentire quelle parole scritte sui giornali più reali. 

Bill Biggart

Era una bella giornata a New York. La calma del mattino fu interrotta dalle urla di un tassista: un aereo aveva colpito il World Trade Center. Bill corse a casa, afferrò tre macchine fotografiche e si diresse verso il WTC. Camminando e fotografando si mosse velocemente verso il fumo e le fiamme.
Come le sue immagini ci mostrano, Bill stava fotografando gli edifici in fiamme. Era poco distante dalla prima torre quando questa cadde. Appena la nube di polvere si abbassò, iniziò a fotografare la devastazione che gli stava attorno. Wendy, sua moglie, lo raggiunse al telefono poco dopo la caduta della prima torre. Le disse di non preoccuparsi, le disse che l’avrebbe incontrata 20 minuti più tardi al suo studio. “Sono al sicuro”, la rassicurò, “sono coi vigili del fuoco”. Quella fu l’ultima volta in cui si parlarono. 20 minuti più tardi, Bill venne travolto dal crollo della seconda torre. Il corpo di Bill fu ritrovato tra le macerie solo quattro giorni più tardi.
Le 10e 28 e 24 secondi dell’11 settembre 2001, questo è stato il secondo preciso dell’ultimo scatto di Bill Biggart. Pochi secondi più tardi la Torre Nord del WTC è crollata su di lui. Quattro giorni più tardi vennero trovate le sue tre fotocamera, sei rullini di pellicola e una piccola compact flash con 150 immagini digitali. Questo è quello è tutto ciò che rimaneva di una giornata orribile e una vita straordinaria.  

Burhan Ozbilici
Di Burhan Ozbilici fotografo dell’Associated Press, invece, abbiamo il suo racconto diretto. Lui è sopravvissuto ma in quel momento non poteva saperlo.
I colpi di pistola, almeno otto, sono rimbombati nella galleria d’arte prima silenziosa. È scoppiato il caos. La gente urlava, si nascondeva dietro le colonne e sotto i tavoli, e si stendeva a terra. Ero spaventato e confuso, ma ho trovato un riparo dietro un muro e mi sono messo a fare il mio lavoro: scattare foto.[L’ambasciatore] Parlava con calma e – per quel che mi sembrava – con amore per il suo paese, fermandosi di tanto in tanto per lasciare parlare il traduttore. Ricordo di aver pensato quanto sembrasse calmo e umile. Poi sono arrivati i colpi di proiettile rapidamente uno dopo l’altro, e si è diffuso il panico tra le persone in sala. Il corpo dell’ambasciatore era a terra, a pochi metri da me. Non c’era sangue attorno, ho pensato che forse era stato colpito di schiena. Mi ci sono voluti un po’ di secondi per capire cos’era successo: un uomo era morto davanti a me.Ovviamente avevo paura ed ero consapevole del pericolo che l’attentatore si girasse verso di me. Ma mi sono avvicinato un pochino e l’ho fotografato mentre terrorizzava tutti. Pensavo: “Sono qui. Anche se vengo ferito o ucciso, sono un giornalista. Devo fare il mio lavoro. Potrei correre via senza fare nessuna foto, ma che cosa potrei rispondere alle persone che poi mi chiederebbero: “perché non hai fatto nessuna foto”?Mi sono anche venuti in mente gli amici e i colleghi che sono morti mentre facevano foto nelle zone di guerra, in questi anniHo scaricato le foto e sono rimasto scioccato nel vedere che l’aggressore era esattamente dietro l’ambasciatore mentre parlava. Come un amico o una guardia del corpo

Fonti:
Bill Biggart: Traduzione personale da www.billbiggart.com
Burhan Ozbilici: Traduzione ripresa da www.ilpost.it/2016/12/20/attentato-ankara-fotografie

scarligamerluss:

«Ovviamente avevo paura ed ero consapevole del pericolo che l’attentatore si girasse verso di me. Ma mi sono avvicinato un pochino e l’ho fotografato mentre terrorizzava tutti. Pensavo: “Sono qui. Anche se vengo ferito o ucciso, sono un giornalista. Devo fare il mio lavoro. Potrei correre via senza fare nessuna foto, ma che cosa potrei rispondere alle persone che poi mi chiederebbero: ‘perché non hai fatto nessuna foto’?»

La storia delle foto dell’attentato ad Ankara