Dal Giappone la prima “ape robot” in grado di imitare l’impollinazione

Da diversi anni ormai, si stanno portando avanti studi e investimenti per salvare le api dal grave fenomeno che sta letteralmente decimando questa preziosa specie di insetti, un vero e proprio mezzo produttivo per l’agricoltura, necessario per l’impollinazione e la biodiversità, messa in pericolo da pesticidi e agenti inquinanti, con conseguenze disastrose anche per l’economia mondiale.

Tra i possibili esperimenti per una futura salvaguardia della specie, un team di ricercatori del National Institute of Advanced Industrial Science di Tsukuba, in Giappone, ha trasformato un piccolo drone da 100 dollari, in qualcosa di simile ad un’ape, cercando di imitare l’impollinazione stessa.

Per riuscire ad entrare in contatto con il fiore e catturare il polline, sulla parte posteriore del drone è stato incollato un sottile strato di crine, fibra animale spesso ricavata dal pelo della coda dei cavalli, in grado di reagire istantaneamente alle sollecitazioni senza subire alcun effetto, permeabile e con grandi proprietà di assorbimento dell’umidità, insieme ad un gel ionico liquido.

Nei test, il drone è riuscito a volare su una pianta di giglio giapponese, afferrare, e immediatamente rilasciare il polline dalla parte maschile a quella femminile contenuta nel cono o nel fiore, imitando per la prima volta il comportamento di un’ape durante l’impollinazione in maniera artificiale. Eijiro Miyako si è dichiarata entusiasta del risultato del suo esperimento, tuttavia, una soluzione di questo tipo è ben lontana dall’essere applicata in natura, in quanto ci vorrebbero telecamere ad alta risoluzione, GPS ed intelligenza artificiale per riuscire ad eliminare i comandi da remoto durante il volo di un drone così piccolo.

Un esperimento che per il momento rimarrà tale, ma che in futuro potrebbe riservare ulteriori studi, su metodi alternativi per la produzione di polline attraverso nuove tecnologie.

Qualcuno ha detto Black Mirror ?

Dal Giappone la prima “ape robot” in grado di imitare l’impollinazione

16 mesi all’esterno della ISS: particolari alghe sopravvivono alle condizioni estreme dello spazio

Lo spazio è un po’ meno inospitale del previsto, almeno questo è quanto emerso in seguito ad un esperimento a lungo termine svolto su alcune alghe e portato avanti da Fraunhofer-Gesellschaft, una delle più grandi organizzazioni di ricerca applicata in Europa, grazie alla collaborazione del governo tedesco e altri partner internazionali, tra cui la Stazione Spaziale Internazionale ISS.

Il progetto, capitanato dal Dr. Thomas Leya, a capo del team Extremophile Research & Biobank CCCryo appartenente alla sezione Bioanalytics and Bioprocesses IZI-BB di Fraunhofer a Postdam, rientra all’interno di un programma più ampio del Centro Aerospaziale Tedesco, chiamato Biology and Mars Experiment (BIOMEX). (Nota: CCCryo è l’acronimo di Culture Collection of Cryophilic Algae).

Lo scopo del progetto è stato quello di valutare la resistenza alle condizioni estreme offerte dallo spazio da parte di alcune alghe. Infatti, non potendo ricreare le medesime condizioni in laboratorio, il team di ricerca di Leya ha inviato sulla ISS alcuni campioni di alga attraverso l’utilizzo di un modulo Progress russo in data 13 luglio 2014, mentre le operazioni di rientro sono state affidate recentemente ad una capsula Soyuz.

Come lecito attendersi, le alghe prese in considerazione presentano delle specifiche peculiarità, tra cui particolari geni in grado di renderle naturalmente resistenti alle condizioni climatiche più rigide presenti sul globo. I campioni sono stati quindi scelti in base alla presenza dei geni Sphaerocystis sp. e il cianobatterio Nostoc sp., rispettivamente caratteristici delle alghe verdi norvegesi e delle alghe blu-verdi delle regioni antartiche, veri e propri esempi viventi di alghe in grado di sviluppare strategie di adattamento in grado di contrastare il freddo e l’essicazione.

I campioni ottenuti sono stati quindi trasportati sulla ISS per poter verificare la loro capacità di resistere, per un periodo di tempo prolungato, a condizioni che includono forti sbalzi termici, intense radiazioni UV e assenza di acqua prolungata. Le alghe in questione avevano già dimostrato di essere completamente resistenti a questi fattori durante la sperimentazione in laboratorio, tuttavia l’esperimento sulla ISS ha portato a risultati ancor più sorprendenti, dal momento che i campioni sono rimasti esposti alle condizioni estreme dello spazio nella parte esterna della ISS per ben 16 mesi, con solo un semplice filtro a densità neutra ad occuparsi di attenuare l’effetto delle radiazioni UV.

Tutti i cambiamenti di temperatura e di intensità delle radiazioni cosmiche sono stati monitorati e registrati attraverso una strumentazione dedicata; l’analisi del loro log sarà utile al fine di analizzare le esatte condizioni a cui sono stati sottoposti i campioni in questi 16 mesi, tornati intatti sulla Terra e in grado di dare il via a nuove colonie di alghe.

Ora che le alghe sono state recuperate non si può certo dire che l’esperimento sia concluso. Al momento i campioni sono in fase di analisi presso la Technische Universität di Berlino, la quale accerterà se il periodo trascorso nello spazio ha provocato danni nel DNA delle alghe e, nel caso in cui fossero presenti, quali sono le conseguenze di ciò. Le radiazioni UV a cui sono state esposte, infatti, sono estremamente pericolose per il DNA degli esseri umani, tuttavia ogni forma di vita reagisce in maniera diversa a queste condizioni avverse.

I risultati che produrrà questa ricerca saranno particolarmente interessanti, in quanto il loro campo di applicazione è molto vasto; si va dalla cosmetica, grazie alla realizzazione di protezioni solari che possano sfruttare le proprietà di queste alghe, sino alla possibilità di utilizzarle come aspetto fondamentale in una prossima spedizione su Marte. Ed è proprio questo lo scopo finale di questo esperimento; aiutare l’uomo a trovare soluzioni in grado di adattarsi a condizioni climatiche molto diverse da quelle naturalmente disponibili sulla Terra.

L’utilizzo di queste alghe, infatti, potrebbe rappresentare una base importante da cui partire per avviare la produzione indipendente di ossigeno sul pianeta rosso, uno degli aspetti principali per permettere ai moduli abitativi e alle prime colonie di potersi sostenere autonomamente. Ma non solo ossigeno, dal momento che le alghe sono anche un’importante fonte di proteine e potranno aiutare i primi coloni nella realizzazione dei pasti, sia durante la fase di viaggio che di insediamento. Abbiamo visto come Marte rappresenti una frontiera sempre più ambita da enti pubblici e privati, i quali si stanno preparando a quella che sembra essere la prossima grande corsa allo spazio. Tra tutti troviamo in testa Elon Musk, pronto a lanciarsi alla conquista del pianeta rosso con un progetto dettagliato e ambizioso; chissà che anche lui non abbia trovato particolarmente stimolante l’esperimento di Fraunhofer.

16 mesi all’esterno della ISS: particolari alghe sopravvivono alle condizioni estreme dello spazio