uds:
da adolescente, ogni volta che mi capitava di passare attraverso dei piccoli paesini sul calar della sera -che fosse in auto o in treno, al ritorno da una gita scolastica o in quel microcosmo perfetto che sono i sedili posteriori della macchina dei tuoi genitori durante un ritorno a casa- non potevo fare a meno di fissarmi sulle vite che mi passavano davanti a cento chilometri all’ora, raccogliendo quei pochi attimi in cui io e loro avremmo condiviso lo stesso ambiente. il ragazzo pensieroso che guardava fuori dalla finestra coi gomiti puntati sul davanzale, la cameriera stanca del bar di paese che preparava un altro giro di bianchi, una scuola di danza in mezzo alle colline con il controno di tutù, chignon e maestra impettita, due innamorati annoiati che si tenevano la mano senza guardarsi.
vedevo snodarsi questa anime e pensavo a cosa avrebbero potuto raccontarmi, quali fossero le loro storie, che senso avesse vivere lo stesso contesto per tre secondi e mezzo e non avere mai più nulla a che fare l’uno con gli altri. tutte le occasioni perse. le vite diverse. un menu che ti svolazza davanti di un ristorante che ha chiuso ieri.
sospiravo. per la malinconia, per una sorta di ingiustizia cosmica, se vogliamo.
anche ora che sono cresciuto, non sto più sul sedile posteriore e non vado più in gita scolastica, di fronte a quei paesini, a quei momenti, a quelle vite, non posso comunque evitare di pensare a tutte le migliaia di esseri umani che mi passano davanti e con i quali, probabilmente, non avrò mai niente a che fare. nessuna parola, nessun contatto.
e sospiro.
di sollievo.