tentochu:

aliceindustland:

Mi hanno detto che il porridge la mattina è buono, fa bene e riempie.
Ho provato a farlo un tre/quattro volte e credetemi io mangio anche le frattaglie e so bone, lingua, trippa, cuore, ste cose, il porridge ha un sapore di merda, ma merda merda proprio, non so come altro definirlo.
L’ho preparato di nuovo stasera, per domani mattina e ho preso i fiocchi d’avena, li ho coperti di latte, una tazzina di latte avanzata da quello con cui faccio lo yogurt, una banana molto matura, cacao amaro in polvere e frutti rossi secchi.
Rega, dovete sentì quanto è bono.
Forse così è venuto meno il principio di utilità del porridge, ma è decisamente un’altra storia.

Spiega bene che @brondybux in una fitta di salutismo ha comprato dell’avena che adesso sta nello scaffale a guardarmi quando lo apro.
Com’è che si fa e dovrebbe fare sta roba?

Ricordo una interessante conversazione da colazione avuta a Göteborg, tra me, un amico peruviano vissuto per anni in Spagna, e due tizie svedesi del posto. E niente, che sia latte e biscotti, cornetto e cappuccino, farto’ con horchata, o chocolate con churros, e’ sempre millemila volte meglio del porridge.

Il porridge fa proprio oggettivamente schifo. Al massimo si può riuscire a mascherarlo con cioccolata o frutta fino a non sentirlo più, ma se si sente, fa schifo.

Poi dicono che hanno un alto tasso di suicidio, nei paesi nordici. Se cominciano ogni giornata così, deh.

uds:

una settimana fa, a sanremo, hanno invitato un dipendente comunale di catania in pensione. questo signore, molto distinto, ha detto con orgoglio che ha chiuso la sua carriera con ancora 239 giorni di ferie non goduti, che non ha mai preso giorni di malattia (quando stava male o ha dovuto operarsi ha preso ferie) e che considerava un privilegio (testuale; non ‘diritto’, non ‘la normalità’, non ‘parte di un contratto’, ma un privilegio) l’aver ricevuto mensilmente uno stipendio a fronte di una prestazione lavorativa.

è stato invitato e ampiamente applaudito come esempio positivo, a fronte dei furbetti del cartellino.

il giorno dopo, in una trasmissione su raiuno che parlava di sanremo, una signora dalla curiosa pettinatura parlava del signore come uno dei momenti di eccellenza del festival, assieme all’esilarante (testuale) maurizio crozza (che vuoi per le limitazioni del festival, vuoi per doversi adattare al pubblico più generalista che ci possa essere, a me nell’occasione in realtà è sembrato più meh-urizio crozza, ma sono opinioni; io guardando sanremo mi sbaccanavo indegnamente con trenta secondi di rocco tanica, l’umorismo è del tutto soggettivo).

ora, posto che dopo tutto ciò mi ha telefonato lo stato sociale in lacrime, che aveva già sentito keynes per farsi consolare ma lui gli aveva detto soltanto di crearsi altre domande, a me il brivido dietro la schiena di offrire come esempio positivo qualcuno che rifiuta con orgoglio diritti per cui gente meno pigra di noi s’è fatta ammazzare non è ancora passato. è un attacco al settore pubblico che mi fa un po’ schifo, come se le uniche due realtà possibili fossero o il menefreghismo di chi timbra e va a farsi la spesa o uno stakanovismo autolesionista, come se non esistesse chi in qualunque ramo del settore pubblico lavora, bene, e si fa forza dei propri diritti senza distorcerli.

un  esempio. un punto di eccellenza. lo stipendio mensile un privilegio, le ferie qualcosa da non utilizzare, la malattia (reale, un’operazione) un disturbo da non voler dare.

e ho pensato, riparato dal (e grato del) mio contratto a tempo indeterminato, all’amica ricercatrice, che lavora ben più ore e ben più giorni alla settimana di quelli previsti, con tre settimane di ferie all’anno se va bene, con l’ansia di cosa fare quando finirà la borsa, il progetto, l’orizzonte minimo. ho pensato al collega di un amico, che lavora al supermercato, che va avanti da un pezzo a rinnovi di qualche mese, che ha chiesto per favore di fargli un contratto almeno da sei mesi per poter fare un mutuo, e si è ritrovato con un rinnovo da tre mesi e il mutuo rifiutato.

non è questione di destra o di sinistra, non facciamola semplice e soprattutto non è quello il punto. il punto è che prima di mettere sul palco una persona (che ha tutto il diritto di avere le sue opinioni e agire come crede, e ci mancherebbe pure altro, e che non si può pretendere in due minuti di riflettori sappia dire con precisione tutto quello che ha in testa, magari molto più ragionevole e motivato di quanto apparso) davanti al più ampio pubblico possibile in italia senza che ci sia qualche coppa in palio, e indicarla ripetutamente come fulgido esempio di virtù, sarebbe bene pensare a quello che si sta facendo.

a meno che non fosse tutta una simpatica  gag degli autori, che culminerà l’anno prossimo quando a metà prima serata del festival ci si collegherà con un inviato che picchierà un sindacalista che sta cagando, che ne so.

Ci sono stati dei momenti nella tua vita in cui hai pensato “Sono davvero felice”? Se sì quali?

uds:

carissimo anon, mi poni una bella domanda, per cui resisterò alla tentazione di risponderti con una battuta di grana grossa (che in questi casi si scrivono da sole, tipo “sì, ieri sera. con tua *inserire parente a caso*. due volte”) e sarò invece serio.

sì, ci sono stati, ce ne sono stati parecchi grazie a dio, se consideriamo che siamo qua per accumulare ricordi felici con cui scaldarci in vecchiaia.

essendo una persona piuttosto ordinaria, definisco i momenti felici come quelli in cui puoi perderti nella situazione, senza che esista altro, non vi sia ombra di pensiero o preoccupazione a disturbare l’attimo che stai vivendo e ti senti parte di un tutto confortevole come un divano interamente composto di coccoléssi.

il primo che mi viene in mente è quando, a natale 1987, i miei mi hanno regalato voltron, l’ultimo qualche sera fa, lei addormentata sul divano addosso a me già alle nove e mezza, un bel sottofondo, a leggere e godermi il tempo che passava pigro. in mezzo un sacco di istanti, manciate di secondi, minuti, ore dovuti a me stesso, agli amici, alla persona che mi sopporta, alla musica. da quella canzone vista dal vivo in quel momento, che chiude un cerchio iniziato quindici anni prima, a quel bacio, a quella risata, a quel momento in due sotto la luna o in compagnia sotto il sole, prima di pensare a domani o augurandomi tutti i domani del mondo.

niente di clamoroso, mi trovo bene con le cose piccole, non credo sia un difetto.

per quanto mi riguarda non è difficile individuare i momenti felici. sono quelli di cui provo nostalgia già mentre succedono.

tutto molto banale, lo so, ma sei tu che hai chiesto.

ohnonotmeagain:

haidaspicciare:

Matthew McConaughey & Mackenzie Foy,
“Interstellar” (Christopher Nolan, 2014).

Tra meno di una settimana sarò a Londra a cercar fortuna. O almeno di non morir di fame o peggio ancora di nulla.

Lo scorso giugno ho deciso dopo 6 anni di nervoso che anche basta vivere col mantra spartano O con questo o su questo e ho dato le mie sofferte dimissioni. Sono seguiti mesi di altrettanto ennui e inedia psicologica dovuta al deserto lasciatomi dentro. A Novembre, ho visitato alcuni amici in Inghilterra che mi hanno spinto a provare a spedire un curriculum alla National Gallery, dove cercavano un grafico pubblicitario: non ho superato la selezione, ma ho apprezzato il fatto che almeno mi avessero avvertito.

Nel periodo di attesa tra l’invio della domanda e questa mail di risposta ho cominciato a pensare a tutti i what if? del caso, decidendo alla fine che sì, avrei voluto provarci sul serio, che per una volta potrei anche farcela: sei anni di sacrifici (di cui svariati in analisi) ho finalmente messo da parte denaro a sufficienza per sopravvivere in tempi di magra, oppure per decidere di investirli in qualcosa che spero sia costruttivo, come questa cosa.

L’inglese ce l’ho, lo studio dai tempi delle elementari e di fatto con i clienti stranieri le specifiche di molti lavori che ho svolto (una cosa positiva del mio ultimo impiego?) li comunicavo io di mio pugno o di mia voce, se presenti.

E se così non va, almeno avrò fatto qualcosa di nuovo per me.

Non ho significant others in cui malriporre fiducia, non ho figli né mutui da pagare, i miei genitori non sono giovanissimi ma seppur con acciacchi se la cavano anche grazie a un invidiabile metabolismo che li fa sembrare ben più giovani della loro reale età. A mia volta non sono giovanissima ma non ritengo neppure di essere troppo vecchia.

Tutti quelli con cui ne ho parlato approvano, la nonna che praticamente mi ha cresciuto mentre i miei lavoravano ha quasi novant’anni lo capisce e per una volta non mi giudica, mia madre è ovviamente un po’ triste ma accetta, sa che alla fine siamo solo a due ore di aereo di distanza, manco fossi a Pisa.

Io e mio padre litighiamo da giorni e DIOSANTO NON METTETEMI NELLA CONDIZIONE DI INTERPRETARE MATTHEW MCCONAUGHEY CHE MI STA SULLE PALLE E INTERSTELLAR M’HA FATTO CAHA’.

Tanta stima per il coraggio di fare questo passo. In bocca al lupo 🙂

Il 3 ottobre 1918 il maggiore Charles Whittlesey e altri 500 soldati rimasero intrappolati in una piccola depressione su un lato della collina dietro le linee nemiche senza cibo, munizioni e sotto il fuoco amico delle truppe alleate le quali non conoscevano la loro posizione. Circondati dalle forze tedesche, molti membri della divisione vennero uccisi e feriti durante i primi due giorni della battaglia, solo 194 di loro sopravvissero. Vedendosi completamente isolato dalle truppe amiche, Whittlesey cercò di comunicare utilizzando dei messaggi spediti attraverso piccioni viaggiatori; il primo volatile riportava il messaggio “Many wounded. We cannot evacuate” (“Molti feriti. Non possiamo ritirarci”) ma fu immediatamente abbattuto. Venne quindi spedito un secondo uccello con il messaggio “Men are suffering. Can support be sent?” (“Gli uomini stanno soffrendo. Potete darci supporto?”) ma anche quest’ultimo venne ucciso prima di giungere a destinazione.

Rimase solo un ultimo piccione: Cher Ami, che venne inviata con una nota nell’astuccio agganciato alla zampa sinistra:

« We are along the road parallel to 276.4. Our own artillery is dropping a barrage directly on us. For heaven’s sake, stop it »

« Ci troviamo lungo la strada parallela alle coordinate 276,4. La nostra stessa artiglieria sta effettuando uno sbarramento proprio sopra di noi. Per l’amor di Dio, fermatevi »

Quando Cher Ami spiccò il volo i tedeschi la videro sbucare dai cespugli e aprirono il fuoco; per alcuni istanti Cher Ami volò schivando le pallottole a lei dirette, ma venne colpita. Nonostante fosse ferita, la volatile riuscì ugualmente a recapitare il messaggio al quartier generale della divisione percorrendo 25 miglia in soli 65 minuti; grazie al suo aiuto alcuni membri della 77ª riuscirono a salvarsi. Cher Ami effettuò con successo la consegna nonostante le ferite riportate al petto e all’occhio, giungendo a destinazione completamente ricoperta di sangue e con una zampa quasi del tutto staccata dal corpo.

Cher Ami divenne l’eroina della divisione. I medici dell’esercito riuscirono a salvarle la vita ma furono costretti ad amputarle la zampa ferita, così le costruirono una protesi utilizzando dei piccoli pezzi di legno. Quando terminò la convalescenza e fu di nuovo in forze per volare, Cher Ami venne caricata su una nave diretta verso gli Stati Uniti d’America alla presenza del generale John Pershing in persona.

Cher Ami – Wikipedia
(via 3nding)

tsuki-nh:

Guardate come hanno “aggiustato” un pc al centro assistenza Dell, non si
sono limitati a non fare nulla, lo hanno perfino rotto di più! Sul sito
sbandierano due anni di garanzia, ma le cose sono ben diverse.
Diffidate gente, non comprate questa marca, spendete meno e quando sarà
rotto potrete cambiarlo senza patemi! w le cinesate lowcost, mai più prodotti di marca!

Dio quanto sono incazzata!!!

La cosa ridicola e’ che e’ una riparazione da 10 minuti. Bastava cambiare la cerniera spezzata. L’avrei fatto io stesso, se avessi potuto aprirlo senza invalidare la garanzia.

Se avessi conosciuto la poca serietà del loro servizio di assistenza, non mi sarei fatto problemi e non avrei perso 2 settimane.