una settimana fa, a sanremo, hanno invitato un dipendente comunale di catania in pensione. questo signore, molto distinto, ha detto con orgoglio che ha chiuso la sua carriera con ancora 239 giorni di ferie non goduti, che non ha mai preso giorni di malattia (quando stava male o ha dovuto operarsi ha preso ferie) e che considerava un privilegio (testuale; non ‘diritto’, non ‘la normalità’, non ‘parte di un contratto’, ma un privilegio) l’aver ricevuto mensilmente uno stipendio a fronte di una prestazione lavorativa.
è stato invitato e ampiamente applaudito come esempio positivo, a fronte dei furbetti del cartellino.
il giorno dopo, in una trasmissione su raiuno che parlava di sanremo, una signora dalla curiosa pettinatura parlava del signore come uno dei momenti di eccellenza del festival, assieme all’esilarante (testuale) maurizio crozza (che vuoi per le limitazioni del festival, vuoi per doversi adattare al pubblico più generalista che ci possa essere, a me nell’occasione in realtà è sembrato più meh-urizio crozza, ma sono opinioni; io guardando sanremo mi sbaccanavo indegnamente con trenta secondi di rocco tanica, l’umorismo è del tutto soggettivo).
ora, posto che dopo tutto ciò mi ha telefonato lo stato sociale in lacrime, che aveva già sentito keynes per farsi consolare ma lui gli aveva detto soltanto di crearsi altre domande, a me il brivido dietro la schiena di offrire come esempio positivo qualcuno che rifiuta con orgoglio diritti per cui gente meno pigra di noi s’è fatta ammazzare non è ancora passato. è un attacco al settore pubblico che mi fa un po’ schifo, come se le uniche due realtà possibili fossero o il menefreghismo di chi timbra e va a farsi la spesa o uno stakanovismo autolesionista, come se non esistesse chi in qualunque ramo del settore pubblico lavora, bene, e si fa forza dei propri diritti senza distorcerli.
un esempio. un punto di eccellenza. lo stipendio mensile un privilegio, le ferie qualcosa da non utilizzare, la malattia (reale, un’operazione) un disturbo da non voler dare.
e ho pensato, riparato dal (e grato del) mio contratto a tempo indeterminato, all’amica ricercatrice, che lavora ben più ore e ben più giorni alla settimana di quelli previsti, con tre settimane di ferie all’anno se va bene, con l’ansia di cosa fare quando finirà la borsa, il progetto, l’orizzonte minimo. ho pensato al collega di un amico, che lavora al supermercato, che va avanti da un pezzo a rinnovi di qualche mese, che ha chiesto per favore di fargli un contratto almeno da sei mesi per poter fare un mutuo, e si è ritrovato con un rinnovo da tre mesi e il mutuo rifiutato.
non è questione di destra o di sinistra, non facciamola semplice e soprattutto non è quello il punto. il punto è che prima di mettere sul palco una persona (che ha tutto il diritto di avere le sue opinioni e agire come crede, e ci mancherebbe pure altro, e che non si può pretendere in due minuti di riflettori sappia dire con precisione tutto quello che ha in testa, magari molto più ragionevole e motivato di quanto apparso) davanti al più ampio pubblico possibile in italia senza che ci sia qualche coppa in palio, e indicarla ripetutamente come fulgido esempio di virtù, sarebbe bene pensare a quello che si sta facendo.
a meno che non fosse tutta una simpatica gag degli autori, che culminerà l’anno prossimo quando a metà prima serata del festival ci si collegherà con un inviato che picchierà un sindacalista che sta cagando, che ne so.