BBC news racconta le storie di tre donne che occupano posizioni importanti nell’agenzia spaziale indiana ISRO e hanno contribuito all’avventura spaziale del loro Paese. Le due più giovani, Ritu Karidhal e Nandini Harinath sono Deputy Operations Director della missione indiana a Marte, ufficialmente si chiama Mars Orbiter Mission, ma è conosciuta come MOM. La terza è Anuradha TK, più matura e più alta in grado dal momento che è Direttore del programma dei satelliti geostazionari per telecomunicazioni, un settore strategico per l’India, come per tutte le nazioni.
Le due “marziane” raccontano del loro orgoglio di avere contribuito al successo di questa missione che si è inserita in orbita intorno al pianeta rosso il 24 settembre 2014. Quel giorno ai bambini indiani era stato richiesto di essere a scuola entro le 6.45, decisamente prima del solito, per vivere un momento importante nella storia della ricerca spaziale indiana. In effetti non c’era niente da vedere, i bambini dovevano capire che l’India stava tentando qualcosa di difficile per dimostrare al mondo di essere capace di farlo.
Marte, un pianeta difficile da raggiungere
Andare su Marte non è una passeggiata. Il tasso di mortalità delle sonde è molto elevato: meno della metà delle missioni di Stati Uniti, Russia ed Europa hanno avuto esito positivo.
I pericoli sono ovunque: il viaggio è lungo e la navigazione è difficile con pochissimi margini d’errore che tendono a zero nel momento dell’inserimento in orbita.
E’ in questo passaggio che sono state perse la maggior parte delle missioni: la sonda deve frenare la sua corsa per farsi catturare dalla gravità di Marte e lo deve fare nel posto giusto, al momento giusto per acquisire la velocità giusta. E deve fare tutto da sola secondo uno schema predefinito perché i tempi di transito del segnale tra la Terra a Marte precludono ogni intervento diretto dei controllori della missione.
MOM ce l’ha fatta
MOM ce l’ha fatta e, tra il tripudio generale, l’India è diventata il primo paese asiatico ad avere una sonda in orbita marziana, battendo la concorrenza giapponese e cinese che hanno tentato, e fallito, rispettivamente, nel 1999 e nel 2012.
Il primo ministro Indiano Narendra Modi aveva usato parole di stile kennedyano per descrivere il momento dicendo che MOM è l’esempio luminoso di quanto l’India sappia fare come nazione. Aveva zittito i critici, che insinuavano che l’India avesse problema più pressanti della conquista di Marte, per sottolineare che il progresso tecnologico migliora la qualità della vita di tutta la popolazione.
Aveva anche precisato che si trattava di una missione low cost con un budget totale di 74 milioni di dollari, meno di quanto sia stato speso per girare famosi film ambientati nello spazio (Gravity è costato circa 100 milioni di dollari e non è stato nemmeno il più caro).
In quell’occasione, aveva fatto il giro del mondo una foto scattata nel centro di controllo dello ISRO, pubblicata sul NYT. Si vede un gruppo di signore non giovanissime in sari sgargianti che si stanno abbracciando. La didascalia dice scienziati ed ingegneri dell’ISRO festeggiano. In effetti, anche io avevo visto diverse signore in azione dietro ai monitor del centro di controllo al momento del lancio del satellite italiano Agile, partito dalla stessa base di lancio di MOM nell’aprile 2007. Poi l’ISRO aveva specificato che si trattava di signore dell’amministrazione e non di scienziate, ma oggi le intervistate dicono di non essere eccezioni perché tra i 16.000 impiegati all’ISRO oltre il 20-25% sono donne.
“Non siamo speciali”
Le nostre tre signore dicono di non sentirsi speciali e ringraziano la famiglia che le ha supportate nella gestione dei figli, un problema comune a tutte le donne che lavorano in qualsiasi paese del mondo. Il messaggio è forte e chiaro, l’India, che pure deve affrontare problemi difficilissimi di violenza sessuale e di aborti selettivi, vuole riconoscere il ruolo delle sue donne scienziate ed ingegneri.
Arco scuola ricurvo da almeno 26-28 libbre, riser corto e flettenti lunghi, sui 64-66 pollici per un allungo piu’ morbido. Freccia in legno con asta da 28-29 e punta da almeno 350 grani. Non e’ proprio la sua. O il ragazzo tirava con frecce sbagliate, tanto per far pratica, oppure non e’ stata scoccata da quell’arco. Dall’angolo di entrata, se il tizio era in piedi, probabilmente era lontano, almeno 25-30 metri. Probabilmente e’ passato davanti al bersaglio senza accorgersene. E a vedere da quanto poco si e’ piantata, gli e’ andata di lusso.
In 2011, the Canadian Conservative government rammed through Bill C-11, Canada’s answer to the US Digital Millennium Copyright Act, in which the property rights of Canadians were gutted in order to ensure that corporations could use DRM to control how they used their property – like its US cousin, the Canadian law banned breaking DRM, even for legitimate purposes, like effecting repairs or using third party parts.
So it’s no surprise that all the bad stuff that Americans are having to deal with is also turning up in Canada.
In Canada, farmers are doing the same, with the same furtive shame, because Canada’s idiotic DRM law says that they must not break John Deere’s DRM, even at the cost of letting their crops rot in their fields.
Tutti i libri che parlano di psicologia, Anon. Se cerchi su internet ne trovi centinaia su cui indirizzare il tuo interesse specifico e scegliere quello che pensi lo possa soddisfare.
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Sacks
io proverei questo
Ma anche Musicologia sempre di Sacks
A me e’ piaciuto anche Un antropologo su Marte, di Sacks
Elon Musk non è mai soddisfatto dei traguardi raggiunti e guarda sempre oltre. Così il miliardario dopo aver sviluppato la prima automobile a guida (semi) autonoma, la Tesla, e aver dato un impulso decisivo all’esplorazione spaziale con la sua azienda Space X, sta ora per intraprendere un nuovo e se possibile ancora più estremo progetto: lo sviluppo di una tecnologia atta a connettere il cervello ai computer, attraverso la fondazione di una nuova startup, Neuralink.
Secondo quanto riportato dall’autorevole Wall Street Journal, Neuralink sarà finanziata interamente da Musk o dal suo fondo. Il progetto comunque è già in fase avanzata di sviluppo e anzi sarebbero già state assunte le prime tre figure di spicco, Vanessa Tolosa, ingegnere presso il Lawrence Livermore National Laboratory ed esperta di elettrodi flessibili; Philip Sabes, professore presso l’Università della California a San Francisco, che studia come il cervello controlla il movimento, e Timothy Gardner, professore all’Università di Boston noto per impiantare piccoli elettrodi nei cervelli dei fringuelli al fine di comprendere il modo in cui gli uccelli cantano.
Ovviamente questo tipo di studi non rappresenta una novità in sé: da almeno un decennio infatti sono in molti ad aver sviluppato interfacce tra cervello e computer. BrainGate ad esempio consente alle persone paralizzate di interagire con l’ambiente esterno, mentre più recentemente non sono infrequenti tecnologie che consentono dicontrollare da remoto il movimento di insetti o piccoli animali.
L’intenzione di Musk tuttavia è come sempre diversa e più avanzata: riuscire a curare malattie come il Parkinson o la depressione, regolando tramite degli elettrodi l’attività elettrica del cervello. L’ispirazione di Musk però proviene dai libri di Iain M. Banks, uno dei più importanti scrittori di fantascienza degli ultimi decenni. Nel suo ciclo della Cultura Banks immagina un cosiddetto “cavo neurale”, in grado di connettere cervello e computer al fine di effettuare il backup delle nostre strutture di pensiero, rendendoci di fatto immortali.
Come poi ricorderete questa idea non è nuova e attraversa un po’ tutto l’immaginario fantascientifico, da Ghost In The Shell, in cui i cervelli cyborg sono connessi alla rete e hackerabili, a eXsistenZ di David Cronenberg, in cui interfacce organiche sintetiche sono utilizzate per collegarsi a un videogioco, fino ad Avalon, misconosciuto film live action di Mamoru Oshii, in cui le persone vivono connesse all’interno di una realtà alternativa attraverso una soluzione simile.
Non sappiamo se Musk immagini prima o poi di raggiungere qualcosa di simile, né al momento è possibile dire se i benefici supererebbero i rischi o viceversa. Il patron di Tesla e Space X comunque ha dichiarato recentemente a Vanity Fair che secondo lui un’interfaccia parziale tra computer e cervello in grado di ottenere risultati significativi non dista da noi più di tre o quattro anni. Siete pronti per il futuro?
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications prospetta un significativo passo in avanti nella produzione di massa di sangue artificiale adatto per le donazioni. È da premettere che esistono già tecnologie che consentono la produzione di globuli rossi in laboratorio, ma attualmente le tecniche hanno un limite: sfruttando determinati tipi di cellule staminali si riesce a produrre globuli rossi in laboratorio, ma ciascuna cellula non è in grado di produrre più di 50.000 globuli rossi.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Bristol e della NHS Blood and Transplant ha invece sviluppato un metodo per produrre una quantità illimitata di globuli rossi. Senza entrare troppo nei tecnicismi, il gruppo di ricerca è riuscito a intrappolare le cellule staminali in una fase precoce, in cui crescono di numero a tempo indeterminato.
Una volta ottenuto questo gruppo di cellule, si può fare in modo che diventino globuli rossi. Jan Frayne – uno dei ricercatori coinvolti nello studio – ha spiegato alla BBC di avere dimostrato “un modo fattibile per produrre globuli rossi per l’uso clinico in modo sostenibile”.
Se state per cantare vittoria sappiate tuttavia che il lavoro è tutt’altro che finito. Adesso che i ricercatori hanno la risorsa biologica per la produzione di globuli rossi, necessitano della tecnologia per la produzione di massa. Volendo riprendere il paragone proposto dalla BBC, è come la differenza tra la birra fatta in casa e quella prodotta in una grande fabbrica: la produzione su scala. Tenete presente infatti che un sacchetto di sangue contiene circa un trilione di globuli rossi (nel mondo anglosassone il trilione equivale a 1000 miliardi; in genere in italiano equivale a un miliardo di miliardi. Non sappiamo con certezza a quale standard si riferisca lo studio, N.d.R.).
Il ricercatore David Anstee ha spiegato che quella che si è innescata è “una sfida di bioingegneria [e] la prossima fase del nostro lavoro è proprio quella di vagliare i metodi per aumentare il rendimento della procedura”.
Se i ricercatori riusciranno nell’intento non serviranno più le donazioni? La risposta è no, perché come sottolineano dall’NHS Blood and Transplant non c’è l’intenzione di usare il sangue artificiale per tutti, anche perché sarà molto costoso. ci sono tuttavia situazioni in cui può essere determinante, come quello delle trasfusioni a persone con gruppi sanguigni molto rari per i quali è molto difficile trovare donatori.
Per maggiori dettagli potete scaricare il PDF completo dello studio a questo indirizzo.