In queste cifre è racchiuso l’essere genitore di una quindicenne.
Le ho mandato via whatsapp il GTFO code 15 minuti fa e lei non è ancora uscita dal cazzo di discoteca.
Manderei questo post ai miei genitori facendogli notare la fortuna di aver avuto tre figli che non gli hanno mai fatto subire niente di simile.
Nel senso, avremmo potuto fare le 2 in discoteca a 15 anni, ma poi saremmo dovuti tornare a casa a piedi.
Hai fatto irruzione nel locale?
Niente uscite per un mese
idem @quartodisecolo ma sarei comunque potuta tornare a casa accompagnata, solo che mi avrebbero aspettata con le doc scholls pronte all’uso improprio.
Io a 15 anni dovevo essere a casa alle 22.30 😐
A 14 anni comprai un Ciao usato con i proventi della raccolta delle lattine in spiaggia durante l’estate (sì, fa molto Stephen King) e da quel momento quello fu l’unico modo per tornare a casa il sabato sera, compresa quella volta che lo usai pedalando da Forte dei Marmi a Viareggio perché avevo finito la miscela.
Il fatto che sia qua a raccontarvela consapevole di quante volte abbia fatto il tiro dodge sui colpi di falce di nostra Sora Morte corporale è il motivo per cui preferisco andarla a prendere che farle usare di notte uno scooter da Reggio Emilia fino a casa (più di 30 km).
I più critici di voi (ma non voi) considerino che oggi sono cominciate le vacanze di Pasqua e le scuole sono chiuse. E a sua discolpa posso dire che quei 15 minuti le sono serviti per fendere la bolgia di regazzini dentro e genitori all’uscita.
Io non mi ricordo quello che facevo a 15 anni per colpa dei 18
Una volta, ai 16 anni, coi miei cugini tornammo la mattina alle 8:30. Stavamo al paesello dai nonni e andammo a ballare al paese accanto, in autostop. Al ritorno, ovviamente, non trovando un passaggio ci avviammmo a piedi. 20km la distanza, ma sulla via trovammo una vecchia Ape car apparentemente abbandonata. Eravamo in 4 e decidemmo di “prenderla in prestito”. Due davanti, uno guidava e due seduti sul cassone dietro. Appena partiti, tempo di fare 1 km e ci ritroviamo un vecchio 127 Fiat dietro con alla guida, apparentemente, il padrone dell’ape car che in perfetto dialetto reatino – zona dei miei nonni – finestrino abbassato e pugno in aria c’invitò gentilmente ad accostare (se ve pijo ve spacco le ganasse). Ovviamente noi non accostammo, nel senso che saltammo proprio dall’Ape in corsa (viaggiavamo ai 15 km/h) e via per campi a correre come matti. Morale della favola, ce la siamo fatta interamente a piedi fino a casa. Lì trovammo mia nonna, in piedi, in mezzo all’orto di casa. Le spiegammo solo la vicenda dell’essere andati a ballare, omettendo il furto dell’Ape car. Da brava nonna ci preparò la colazione e poi ci mise a letto, come fossimo dei neonati.
A pranzo, davanti a tutti, la nonna fece la seguente battuta “certo che fassela a piedi. Tu zio, piuttosto, se sarebbe rubato ‘na machina!” al che mio cugino la guardò e mestamente rispose “Eh, noi c’avemo provato ma c’è annata male”. Da allora, la storia dell’Ape car, a giro, la dobbiamo raccontare ai nipoti almeno una volta l’anno.
A nove/dieci anni abitavo in una città di 130.000 abitanti, che da lì a poco avrebbe avuto la popolazione dimezzata. Un pomeriggio di scuola (facevo il secondo turno) venni sbalzato dalla sedia per terra insieme ai miei compagni di classe, dall’onda d’urto di una cisterna benzina o non so cosa, che saltava in aria a diversi chilometri di distanza. A seguire urla varie (compagna maestra, bidelli, compagni di classe..), in lontananza raffiche di varie armi da fuoco che avrei imparato a riconoscere come qualcuno fa con il canto degli uccelli, fumo nero da nord-est che si innalzava denso… Le compagne maestre, o chi per loro, decisero che la cosa da fare fosse aprire le porte della scuola e farci rientrare a casa, come si faceva tutti i giorni: da soli. “Mi raccomando, subito a casa!” – “Sì compagna!”. In una mezza dozzina ci inoltrammo in direzione del fumo, invece che verso casa. Ogni cinque minuti uno del gruppo desisteva e deviava, man mano che ci avvicinavamo e gli spari si facevano più forti e frequenti. Alla fine, ultimo di due disgraziati, feci una manovra a U tra i viali vuoti, in mezzo ai palazzi e rientrai a casa, in via dei Minatori 77A, blocco di 14 piani. nell’appartamento trovai mio nonno che guardava dal balcone, inquieto. Poco dopo arrivò mia madre, incazzata come una iena con la scuola, ma sollevata nell’avermi ritrovato. Poco dopo arrivò anche mio padre, dal quale mammà aveva già divorziato e che abitava dall’altra parte del fiume, anche lui tra l’incazzato e il sollevato. Erano tutti impauriti, tesi e insicuri, anche se cercavano di non darlo a vedere. Io ero molto allegro, quasi euforico. Era tutto così eccitante. Da lì a qualche mese avrei iniziato a giocare fuori casa con la raccomandazione di rifugiarmi nell’androne più vicino non appena iniziavano i bombardamenti (come si fa con la pioggia); avrei raccolto e scambiato proiettili, come si fa con le figurine; avrei fatto a gara a indovinare i calibri dal rumore e individuare l’origine del fuoco dal sibilo delle granate.
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A quindici anni, quando mi ero già trasferito da qualche tempo in Sardegna, il coprifuoco scattava alle 22:00 (22:30, d’estate).