Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia.

Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria.

Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.

Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso? Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello.

È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. Per una metà della nostra generazione, quella dei passaporti rossi e blu, è già realtà. Per l’altra metà, quella dei passaporti verdi e neri, è soltanto un miraggio.

Le cose belle di essere genitore

spaam:

1. quando sei in sala d’attesa, in volo, in treno, in qualche posto affollato e senti strillare fortissimo un bimbo e resti immobile, gli occhi chiusi, il sorriso sulle labbra e dentro di te pensi “e sti cazzi, non è il mio”.

2. quando la sera ti vedi con gli amici e tutti i bimbi giocano insieme fino a raggiungere la massa critica, il meltdown collettivo e tutti insieme sbroccano, comportandosi come se fossero sotto effetto di droghe: chi parla da solo, chi si dondola sul posto, chi salta sul divano urlando, quello che cammina in tondo piangendo, il mocciolo che cola da entrambe le narici e via così in questo enorme e decadente rave party mentre tu continui a sorseggiare vino e pensi “altri 10 minuti ce la fanno ancora”. E ti versi da bere altro vino.

3. quando mangiano il gelato e inizia a colargli fin dentro le scarpe e tu non dici niente. La faccia degli altri che li guardano e lentamente inorridiscono. Ma ancora meglio quando per la stanchezza si pisciano sotto e iniziano a piangere sbattendo i piedi sopra quella pozza d’urina e tu pensi “tra 20 anni sarà lo stesso, ma con il tuo vomito”.

4. quando vai a mangiare un hamburger con patatine e il grande di 4 anni ti fa “passi il ketchup?” e tu lo fai e poi gli chiede se ci vuole pure un po’ di mostarda e lui “no, va bene solo il ketchup”.

5. quando dopo 50 “perché” in fila inizi a dirgli qualsiasi cosa ti passi per la mente, tanto non se lo ricorderanno mai e poi, dopo 4 mesi, scopri che in uno di questi momenti gli hai fatto credere che la sorellina l’ha portata Amazon e che no, non si può restituire perché dal prossimo anno potrà lavorare alla Apple ad assemblare iPhone e papà è disoccupato e gli servono i soldi per l’alcol.

6. quando ti costringe a corrergli dietro per tutta casa reggendo in mano un aereo Lego e tu pensi “ancora qualche anno e poi finalmente potrà correre a chiudersi in camera sua urlandomi “TI ODIO” e io avrò di nuovo del tempo per me”.