cose che non mi mancavano dell’estero #1

lalumacavevatrecorna:

chiedersi ogni cazzo di volta cosa intendano per “peperoni” e qual è la loro interpretazione della parola

sono i nostri peperoni? ma quelli qua li chiamano “paprika”, quindi no. saranno i “pepperoni” inglesi quindi il salame piccante? nah, è scritto con una “p” sola quindi dubito.

dopo una lunga ricerca ho scoperto che intendono i peperoncini piccanti verdi.

Tipo il “pimiento” spagnolo che a seconda dell’occasione e’ peperone, peperoncino, o tremila vie di mezzo piu’ o meno piccanti e dai sapori diversi.

Poi c’e’ la “pimienta” che non c’entra un cazzo, ed e’ il pepe. Ma spesso anche loro fanno casino, e usano i due termini come se fossero interscambiabili.

Onde per cui non ci si capisce mai un cazzo.

intotheclash:

– Buongiorno, Anto’, che stai leggendo?
– Guardo come so’ andate le primarie di quei democristiani del PD.
– E come so’ andate?
– Te lo ricordi il nuovo che avanza? Ecco, è avanzato un’altra volta.
– Bei tempi quando quello che avanzava si dava da mangiare ai maiali.

(al bar)

Bullismo? Esiste ed è decisamente peggio di quello che la maggioranza credono.

ellofolle:

Gli arrivederci possono durare molto o poco, quindi eccomi già qui, contro ogni mia previsione.

Ho deciso di scrivere questo post perché recentemente ho iniziato a guardare la serie di Netflix “Le 13 ragioni” e già da un po’ sento parlare di questi argomenti in giro per il web, su tumblr e altrove.

Si fa un gran parlare di bullismo, è diventato probabilimente un altro argomento-scandalo per guadagnare di più, non preoccupatevi, non c’è nessuno secondo me realmente interessato alla cosa. Basterebbe da parte degli insegnanti un po’ più di attenzione e da parte dei compagni un po’ più di buonsenso. Forse l’intento di quella serie è proprio quello di infondere tutto ciò, staremo a vedere se ci saranno effetti positivi in futuro.
Ad ogni modo anche il sottoscritto è stato vittima di quello che ora chiamate “bullismo”. Io li chiamavo semplicemente pezzi di merda. E vi voglio raccontare, per sommi capi, la mia storia.

Le superiori per me finirono un po’ di anni fa, nel 2008, dopo 2 anni e qualche mese all’ITIS e altri 4 in uno squallido professionale. Sono senza dubbio il periodo più brutto della mia vita. Ne sono entrato solare, semplice, ingenuo e molto vivace; ne sono uscito buio, triste, imbottito di psicofarmaci, scontroso, pieno di psicosi e sfiducioso col mondo.

All’inizio della prima superiore avevo tante aspettative, volevo divertirmi e arrivare il prima possibile al diploma. Non mi piaceva studiare ma ero contento perché avevo praticamente tutta la mia compagnia in classe con me. Formavamo una squadra e ci saremmo sorretti e divertiti fino al diploma. Almeno lo credevo.

Il mio migliore amico scelse la strada del liceo, quella strada che tutti gli insegnanti delle medie mi avevano consigliato di intraprendere, ma io non volli seguirlo (purtroppo) perché avrebbe implicato la necessita di proseguire con l’università, cosa che non volevo assolutamente fare.

Dopo i primi mesi di scuola, l’animo per certi versi candido che mi portavo dietro dalle medie e che mi permetteva di affrontare le giornate con un sorriso, fu scoperto come tremendamente fragile e vulnerabile da quelli che credevo fossero i miei amici più stretti e fidati.

Iniziarono quindi graduatamente a prendermi in giro; a scaricare la colpa su di me agli occhi degli insegnanti quando non c’entravo; a coalizzarsi prendendomi di mira, assieme ad altri della classe, come bersaglio facile per molestie verbali e fisiche (fortunatamente non sessuali). Se arrivavo a fine giornata con solo qualche quaderno strappato e una nuova scritta “***** merda” o “****** coglione” ecc sul libro di testo mi ritenevo fortunato. A volte quegli asterischi significavano il mio nome altre volte era il nome di un’insegnante.

In altri giorni quando uscivo dalla classe per qualche motivo, potevo trovare al mio ritorno il mio zaino nei corridoi con tutta la mia roba (penne, pennarelli, matite, compasso, libri e qualsiasi altra cosa al suo interno) sparsa per terra un po’ ovunque per la scuola o nei cestini o nelle scale antincendio. O magari con l’astuccio con la zip incollata dalla superattack, impossibile da riaprire se non rompendolo.
Vallo a spiegare ai professori come mai ero sempre irritato e magari tardavo a rientrare quando andavo in bagno.

Oh ma i professori lo sapevano, non c’era niente da spiegare, lo sapevano eccome, come sapevano benissimo quando quei soliti mi presero una fototessera e composero un foglio, a mo di avviso, con la mia foto, il mio numero di telefono, il mio indirizzo e un avviso di stare attenti perché ero un pericoloso omosessuale pedofilo. Quel foglio fu fotocopiato in centinaia di copie, appeso in tutta la scuola, in giro per il paese, sugli autobus e perfino ai fianchi della lavagna mentre i professori continuavano a spiegare, ignorando deliberatamente il tutto, nonostante le mie ripetute richieste di aiuto.

Questo e tanti altri episodi, avrebbero potuto essere evitati se qualcuno mi avesse degnato di un supporto. Ma era più facile giudicarmi come lo “scalmanato” che andava punito, piuttosto che vedere la realtà. Non che non fossi vivace e un po’ testa di cazzo. Ma a 15 anni chi non lo è?
I miei genitori stavano per denunciare la scuola e il preside, quando furono frenati da un professore che promise di aiutarmi se non avessero sporto denuncia.

Il secondo anno, grazie alla mia non voglia di studiare, ai bullismi che aumentavano sempre di più e mi rendevano OGNI GIORNO un inferno, ma anche a questo professore, fui bocciato.
Inevitabile visto che gli ultimi mesi manco andavo più a scuola. Non ci riuscivo, era diventato troppo difficile affrontare queste persone e iniziare a bigiare ogni giorno la scuola. Quando tentai di tornare fui accolto da un coro di “non ti vogliamo, cazzo sei venuto a fare, vattene”. I primi a urlare erano quelli che all’inizio consideravo i miei migliori amici.

Così l’anno successivo ripetei, ma partii finalmente con una persona al mio fianco, almeno fuori dalla scuola, la mia ragazza dell’epoca (che poi si rivelò per certi versi ancora un peso immenso, visti tutti i suoi problemi, ma questa è un’altra storia). Mentre avevo appena iniziato l’anno, quel caro professore di cui sopra che mi avrebbe dovuto aiutare, pensò bene di telefonare ai miei dicendo che la mia ragazza era venuta a riferirgli che mi facevo di coca e lei era disperata e non riusciva a farmi smettere. L’ennesima calunnia e, per certi versi, bullismo, stavolta ad opera del prof. Nulla di più lontano dalla realtà.
Ovviamente lui espose tutto molto serio e grave, distruggendo l’animo già pieno di problemi in quel periodo di mio padre.
Quel grandissimo figlio di buona donna non poteva sapere cosa stava accadendo nel frattempo in casa mia, ma se avesse saputo non gli sarebbe fregato un cazzo a lui, dall’alto della sua posizione rispettata e temuta da tutti nel consiglio scolastico.
Facendo quella telefonata fu come sparare sulla croce rossa. Mio padre era in pieno esaurimento nervoso, completamente distrutto, praticamente non parlava e stava male ogni giorno. I miei anni dell’adolescenza li ho passati praticamente senza mio padre. Ovviamente quella telefonata fu un’altra pugnalata al cuore già infranto di mio padre.

Non durai ancora molto in quella scuola, al massimo un mese o due, quando decisi su consiglio di un conoscente, di trasferirmi in un professionale elettrico in un paese qui vicino, sperando finalmente di stare meglio. Vana speranza.
Io cambiai radicalmente atteggiamento, non ero più vivace e casinista, ma piuttosto chiuso e introspettivo, dovuto anche al fatto che non conoscevo nessuno nella mia nuova classe e non avevo tanta voglia di farmi nuove amicizie in un ambiente così diverso da me.
Tuttavia i bullismi e incubi vari non tardarono ad arrivare dai miei nuovi compagni di classe. Che fare?
La buttai sulla follia. Feci credere, tramite alcuni episodi estremamente impulsivi e esagerati, di essere completamente folle, rinnovando di tanto in tanto le loro convinzioni facendo qualche piccola follia. In questa maniera avevano una sorta di timore di me e, pur prendendomi in giro, non si attentavano a fare più di tanto nei miei confronti. “Quello è matto, lascia perdere”. Preferivo così che l’esperienza che avevo appena passato.
Così riuscii ad arrivare in quinta con ottimi voti e un ottimo voto di condotta. Non fu comunque facile (non la scuola in se che fu elementare, ma il rapporto con gli altri), ero totalmente diverso dagli altri nella mia classe. Ero un metallaro in un classe composta totalmente di truzzi pieni di soldi. Molti di voi dovrebbero capire. Fuori dalla scuola avevo mio padre ridotto male e la mia ragazza con un sacco di problemi.
Ma arrivai in quinta e me ne andai, finalmente, dal sistema scolastico delle superiori italiane.

Caso vuole che un anno e più dopo decisi di intraprendere la strada dell’università, contro ogni previsione, strada che capii da subito essere molto più adatta a me e molto più gratificante. (Fa ridere perché se l’avessi pensato prima, non avrei mai fatto l’ITIS e forse molti problemi sopra citati e altri non sarebbero mai avvenuti)

Una sera io, la mia ragazza e una mia amica mentre eravamo in giro a piedi, decidemmo di dirigerci davanti a quello che per due anni fu il mio ITIS.
Quando arrivai davanti a quel luogo che conoscevo benissimo iniziai a girare per il giardino a guardare quei luoghi, quei punti, dove conservavo tanti ricordi, alcuni per fortuna anche piacevoli, tanti altri orribili.
D’un tratto l’angoscia di quel periodo salì, e guardandomi attorno come in trance sono scoppiato a piangere copiosamente all’improvviso.
Distrutto, disperato e esasperato.
Liberatorio.
Non piango spesso io.
Ma forse quel giorno servì a chiudere del tutto quella porta degli orrori che ancora era parte di me, nonostante fossero anni che non frequentavo più quel luogo.

Se mai avrò un figlio o una figlia sarà veramente dura aiutarlo in questo così delicato e lungo periodo della vita che coincide con l’adolescenza. Vorrei pensare che le cose nel frattempo saranno cambiate, ma non ci credo più di tanto.

Nasciamo, cresciamo, viviamo e moriamo soli. Non esiste nessuno CON noi,
possono esserci molte persone al nostro fianco, ma mai nessuno in
definitiva è CON noi. Le nostre sensazioni, le nostre paure, i nostri
incubi, le nostre gioie e i nostri dolori sono solo nostri, di nessun
altro. Ed è nella nostra solitudine che dobbiamo affrontare le nostre
battaglie, ogni giorno da quando si nasce a quando si muore.
Si
comincia da piccolini, all’asilo probabilmente, sicuramente alle
elementari. E’ a questo che serve la scuola no? A formare ed educare?
Sì.
E’ assolutamente vero, ma non nel senso che molti pensano. La scuola
serve a formare l’individuo per prepararsi ad affrontare un mondo di
stronzi, di persone invidiose, di persone che cercheranno di demolirti e
distruggere tutte le tue speranze, di persone che non essendo in grado
di far niente, cercano di sminuire il tuo operato, di raccomandati e di
presi di mira, di “sfigati” e di “fighi”, di persone che cercheranno
quando possibile di scavalcarti e usarti come trampolino per i loro
scopi. Come dice un mio amico (quello che ha fatto il liceo per intendersi), la scuola insegna semplicemente a chi devi leccare il culo e chi lo devi mettere nel culo.
Ed è in questo modo che la scuola prepara alla vita. Distrugge,
demolisce, accompagna. Alcuni non ce l’hanno fatta, altri ne sono usciti
quasi illesi, altri permanentemente segnati come il sottoscritto.
Ma come si diceva nel ‘68: scuola/fabbrica/caserma. Ora almeno la terza non è più obbligatoria, per ora.

Ma l’obbligo a dover crescere in un inferno fatto di coetanei, per molti, è un obbligo non dispensabile.

tsuki-nh:

3 giorni a fare i contadini e siamo già messi così… E non siamo nemmeno a metà! 😥

Notare la padronanza della tecnica infermieristica: regge la bustina di oki aperta con la stessa mano con cui tiene la bottiglia, e se la rovescia tutta sui pantaloni mentre versa l’acqua nel bicchiere.

Dopodiche’ migliora ancora, sparpagliandola dappertutto nel tentativo di recuperarla.