Ho fatto l’asilo e le elementari con le suore. Ovviamente, con le suore la religione è una cosa scontata. A leggere certe testimonianze online, direi anche che sono stato fortunato, per quanto riguarda il metodo educativo: niente percosse o in generale punizioni corporali tipiche di molti racconti sulle suore. Però ovviamente c’era il racconto di Dio quotidiano. Ricordo una canzone che cantavamo ogni tanto e il cui testo era “Dio è amore” ripetuto quattro volte.
Allora mi dissero che Dio è Dio, è Gesù ed è pure lo Spirito Santo. E io non capivo se dovessi adorare Dio o Gesù (non ho mai pensato di adorare lo Spirito Santo) o perché tutti quelli che conoscevo dicessero Dio, mentre Gesù lo dicevano solo a Natale e magari lo chiamavano Bambino Gesù, visto che era la stessa cosa che Dio. Comunque, accettavo Dio o chi per lui come un bambino accetta i cartoni animati, senza farsi troppe domande.
Alle medie e alle superiori andai dai preti. Anche qui, per mia fortuna, nessuna poche punizioni corporali. Alle elementari feci catechismo per la comunione, alle medie catechismo per la cresima. In questa seconda occasione chiesi alla catechista la domanda che tutti i bambini/ragazzi si fanno a un certo punto: come so che la mia è la religione giusta? La chatechista risposte “perché la nostra è l’unica religione ri ve la ta”. Lo disse proprio così: staccando le sillabe e in corsivo. Dentro di me pensavo “sì, ma sono sicuro che pure Maometto ha detto di avere avuto la rivelazione”, ma non dissi niente. Feci la cresima. Né dopo la comunione, né dopo la cresima, mi sentii particolarmente pio. Ero contento dei regali, direi.
Alle medie cominciai a suonare la chitarra con lezioni individuali e non smisi fino al primo anno di università. Il mio maestro suonava in parrocchia nella mia scuola e spesso andavo a cantare e a suonare con lui.
Essendo una scuola di preti, il mercoledì delle ceneri si entrava un’ora dopo, per poter fare messa. E il giorno di nascita del santo che dava il nome alla mia scuola, era festa. Io ero contento, perché è anche il compleanno di mio padre. E ogni tanto il prof di religione ci portava in cappella a parlare un po’ di Dio senza che noi ci tirassimo i banchi (sì, anche per noi l’ora di religione era un’ora di buco. A tal proposito ci sarebbe un aneddoto da raccontare, ma è materiale per un altro – breve – racconto).
Un giorno, andammo in cappella con la classe superiore alla nostra (non ricordo l’anno, ma insomma, se io ero in terza liceo, loro erano la quarta). Fu la prima volta che sentii qualcuno dichiararsi ateo. Una ragazza, Giulia, disse in cappella e al prof di religione che era anche padre provinciale dell’ordine a cui apparteneva la mia scuola “Io ci ho pensato e sono giunta alla conclusione che Dio non esiste. Io sono atea”. Rimasi colpito da questa affermazione. Avevo molti dubbi e molte domande anche io, ma non mi ero mai spinto tanto in là da poter dire di definirmi ateo. Anzi, mi definivo credente, anche se non ero attento a tutti i dettami: andavo a messa ogni tanto, ogni anno avevo dei periodi in cui non andavo a messa e altri in cui ci andavo, cercavo di “non peccare”, anche se ancora al liceo non avevo ben chiaro cosa fosse un peccato e, soprattutto, perché fare qualcosa di bello dovrebbe essere negativo. Capivo roba tipo “non rubare” o “non uccidere”, che comunque sono cose non solo contro Dio ma anche contro la legge e contro il comune senso di giustizia e morale, ma quella cosa del “non far sesso” non la capivo.
All’università ho abbandonato il fatato mondo della scuola privata e sono andato in un’università pubblica. Ho conosciuto persone di un tipo molto diverso rispetto a quelle che ero abituato a vedere e la cosa mi è piaciuta moltissimo. Ho scelto una materia scientifica, scienze biologiche, perché era la materia in cui andavo meglio al liceo e ho pensato che farne un lavoro non sarebbe stato male (e in effetti non è stato male). A Scienze Biologiche (mi piace di più con le maiuscole) si studia la vita in tutti i suoi ambiti. Ho studiato come interagiscono le molecole di una cellula, come interagiscono le cellule dei tessuti, come interagiscono i tessuti tra loro in un unico organismo, come interagiscono i vari organismo tra loro e come in integrano nell’ecosistema. Ho studiato la teoria dell’evoluzione di Darwin, ho studiato chimica, ho studiato fisiologia, e tutto, piano piano, mi sembrava sempre più chiaro.
La nascita, la morte, l’evoluzione della vita sulla Terra, erano tutti concetti ormai concatenati da una logica inappuntabile. Non c’era niente da aggiungere: nessun meccanismo di quelli studiati in nessuna materia aveva bisogno di Dio per potersi giustificare. All’università mi definivo ancora credente, ma ormai Dio era per me solo colui che ha messo in moto tutto, fregandonese del risultato. Se mi avessero chiesto “credi in Dio?” avrei risposto “sì, è lui che non crede in noi”.
Ho finito l’università e mi sono trasferito. Decisi di leggere qualcosa di Richard Dawkins, che conoscevo di fama. Lessi “Il gene egoista”. Meraviglioso. Magari un po’ datato, ma di una chiarezza e di una logicità unici. Il terzo libro di Dawkins che ho letto fu “Il Più Grande Spettacolo della Terra”, uscito nel 2010 in Italia. Le prove che la teoria dell’evoluzione è corretta. Semplicemente fantastico.
Sì, lo so, ho saltato il secondo. Il secondo fu “L’illusione di Dio”. Dovevo metterlo alla fine, perché fu un libro chiarificatore. Ovviamente, parlando di Dio e non di scienza, la trattazione era tutt’altro che priva di possibili contestazioni, ma anche qui il discorso filava. Era logico, concreto, per ogni argomento affrontato c’era una trattazione dettagliata e un tassello in più. Alla fine di quel libro, ho detto “Ho sbagliato, Dio non si è dimenticato di noi, Dio non ha mai avuto alcun ruolo perché, semplicemente, non esiste”.
In quel libro Dawkins parla di una scala Likert da 1 a 7 per misurare il proprio livello di religiosità. Da wikipedia:
- Teista forte: 100% di probabilità [dell’esistenza, NdG] di Dio, come nelle parole di Carl Jung (“io non credo, io so”).
- Probabilità molto alta ma non 100%: un teista di fatto (“Non posso saperlo per certo, ma credo fermamente in Dio e vivo la mia vita nell’assunzione che lui esista”).
- Più del 50% ma non molto alta: tecnicamente agnostico ma propende verso il teismo (“sono molto incerto, ma tendo a credere in Dio”).
- Esattamente 50%. Completamente agnostico ed imparziale (“L’esistenza e l’inesistenza di Dio sono esattamente equiprobabili”).
- Meno del 50% ma non molto bassa: tecnicamente agnostico ma incline all’ateismo (“non so se Dio esista ma tendo ad essere scettico”), come nel cosiddetto ateismo debole, l’ateo che ha difficoltà a dimostrarlo.
- Probabilità molto bassa, vicina allo zero: un ateo di fatto (“non posso saperlo per certo ma credo che Dio sia molto improbabile, e vivo la mia vita nell’assunzione che lui non esista)”, come nell’ateismo agnostico, ossia l’ateo che è convinto di ciò, ma non può dimostrarlo e si astiene dal giudizio (come Bertrand Russell, che si definiva “filosoficamente agnostico e praticamente ateo”).
- Ateo forte (“So che non esiste nessun Dio, con la stessa convinzione con cui Jung sa che ce n’è uno”).
Ora, essendo un biologo, presi questa scala e decisi di collocarmi a 6. Non posso dire 7 perché non c’è modo di dimostrare che Dio non esiste. Nemmeno Dawkins si colloca a 7 (anche se lui dice 6.9), proprio perché non avendo prove, non è possibile dimostrare scientificamente questa assunzione e, di fatto, diventa una posizione fideistica, non basata sui fatti.
Da allora mi definisco ateo per praticità (e per non spiegare la rava e la fava della scala di Dawkins), e mi rendo conto che tutti i dubbi che avevo da ragazzo già tendevano a questa posizione. Li sento risolti, ed è una bella sensazione. E ricordo Giulia, la ragazza dell’anno superiore al mio, come un bell’esempio, non più come qualcosa di sconvolgente.
Dio non c’è, e va bene così.