Il momento è tipo quando la tua ragazza ti viene a prendere in stazione, prendete una multa da 500.000 lire con l’autovelox e collateralmente la metti pure incinta per sbaglio.
Aspetta, forse le mie esperienze personali non sono applicabili a tutti.
Vediamo… intanto non si tratta di riuscire arimanere innamorati, piuttosto di una serie di prese di coscienza che procedono di pari passo con la crescita interiore che operiamo insieme all’altro.
Non regole da seguire a dispetto della propria inclinazione, pena la perdita dell’amore, ma conseguenza naturale dell’essere se stessi insieme all’altro.
Chi ti sta accanto non è te, ma la persona che ti è stata affidata da [ente inidentificabile] perché ti sia da cordone ombelicale con il resto del mondo: il tuo partner ti insegna ogni giorno a guardare le cose che ti accadono con altri occhi, con un’altra sensibilità e con altri bisogni, ti permette di essere sufficientemente sicuro e sereno da farti porre la domanda se anche chi ti sta accanto lo sia, ti fa mettere in dubbio la tua centralità nel disegno dell’universo e ti costringe continuamente a voltarti indietro e poi di nuovo avanti per compatire quello che eri ieri e a fremere di aspettativa per quello che sarai domani.
La persona giusta è quella che si alza prima di te e per cui allunghi la mano dalla sua parte del letto per sentirne ancora il calore, il cui pensiero non ti lascia mai nemmeno quando ti stai spaccando la schiena per un lavoro che odi o in mezzo alla folla amorfa di gente insensibile.
È il risultato di una somma che diventa più grande delle sue parti
E sai di avere trovato la persona giusta quando arrivi a renderti conto, quasi per caso, che in fondo il mondo non è poi un posto così brutto e sì, che alla fine sbagliavi nell’ostinarti a credere che non valesse la pena viverci.
Ecco, tipo così.
P.S. Empatizzo più con quelli che hanno sentito il desiderio di iniettarsi 50cc di insulina che con gli altri ma questo proprio in virtù di quanto vi ho spiegato della mia personale visione dell’amore, un sentimento che per me va oltre provare affetto per la mia compagna o le mie figlie.
Il Castello di Sammezzano a Reggello, in provincia di Firenze, che recentemente è stato proclamato vincitore dell’edizione 2016 di Luoghi del Cuore FAI, da oggi è di proprietà di una società degli Emirati Arabi. Il Castello e tutta la sua tenuta erano infatti tornati all’asta per la terza volta, dopo che le due aste del 2015 erano andate deserte. La base d’asta, questa volta, era fissata a 15 milioni di euro, e la Heliotrope Limited, società con sede a Dubai, si è aggiudicata l’acquisto presentando un’offerta di 15 milioni e 400 mila euro. A quanto pare, il primo assegno è già stato depositato, e ora la società avrà 120 giorni di tempo per il saldo: solo a quel punto diventerà effettivamente proprietaria di tutto il complesso.
Si tratta di una grande svolta per la vicenda del Castello di Sammezzano, da anni in un vero e proprio limbo. Da 15 anni era di proprietà di una società italo-inglese, la Sammezzano Castle Srl, che a sua volta lo aveva acquistato all’asta ma senza mai riuscire a mettere in atto un progetto di rilancio. Il comitato FPXA 1813-2013 negli ultimi anni è riuscito ad organizzare qualche visita guidata (tutte prese d’assalto e con liste d’attesa lunghissime) al Castello, ormai in stato di abbandono e generalmente chiuso al pubblico, ma le condizioni di sicurezza dell’immobile erano ormai critiche e non era possibile garantire aperture regolari.
Il movimento Save Sammezzano, che, come sappiamo, da tempo organizza incontri e conferenze che sottolineino l’importanza e il valore di questo bene artistico (e che è stato l’unico promotore per la raccolta di firme e voti al censimento FAI), si dice soddisfatto dell’acquisto da parte della società Heliotrope Limited, e commenta (sulla propria pagina Facebook): “Confidiamo che questa nuova proprietà sia abbastanza altruista e lungimirante da prevedere, nel proprio progetto di recupero, la collettiva fruibilità di quelle aree che presentano una naturale vocazione culturale. Auspichiamo che si apra finalmente una nuova fase per questo luogo unico nel suo genere, una fase che non soltanto preveda la sua tutela, valorizzazione e pubblica fruibilità, ma anche la sua messa a reddito a beneficio di chi lo ha ritenuto degno di un così cospicuo investimento.”
Inoltre il movimento si è detto disponibile a mettere a servizio della nuova proprietà tutti i canali comunicativi in suo possesso e ad attivare la rete di “contatti professionali, accademici, giornalistici, politici ed istituzionali” intessuta in questi mesi di sensibilizzazione. E conclude: “Siamo dunque pronti a fare ciò che è in nostro potere affinché un futuro progetto di recupero, che tra le varie attività preveda la fruibilità delle aree culturalmente rilevanti, abbia quanto più successo e riscontra la maggiore redditività possibile a favore di chi lo concretizzerà. E INTANTO AVANTI TUTTA!! PER IL BENE DI SAMMEZZANO!!”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il sindaco di Reggello Cristiano Benucci, che stamattina era presente, a Firenze, all’apertura delle buste, e che ha commentato (ugualmente via Facebook): “(…) Ci saranno modi e tempi opportuni nei quali i nuovi proprietari potranno confrontarsi con il Comune sulle loro idee, nel frattempo auspico che la nuova proprietà prenda a cuore Sammezzano, lo salvaguardi e metta subito in campo gli interventi necessari per combattere il degrado e mettere in sicurezza il bene“.
Incrociamo le dita e attendiamo notizie sulle intenzioni dei nuovi proprietari, sperando in un buon progetto di recupero e di rilancio del Castello.
Io non sono per niente cosi’ ottimista. Spero vivamente di essere smentito, ma non riesco a fare a meno di pensare che lo trasformeranno nell’ennesimo hotel di lusso aperto solo a chi e’ disposto a sborsare cifre mostruose.
Ho fatto l’asilo e le elementari con le suore. Ovviamente, con le suore la religione è una cosa scontata. A leggere certe testimonianze online, direi anche che sono stato fortunato, per quanto riguarda il metodo educativo: niente percosse o in generale punizioni corporali tipiche di molti racconti sulle suore. Però ovviamente c’era il racconto di Dio quotidiano. Ricordo una canzone che cantavamo ogni tanto e il cui testo era “Dio è amore” ripetuto quattro volte.
Allora mi dissero che Dio è Dio, è Gesù ed è pure lo Spirito Santo. E io non capivo se dovessi adorare Dio o Gesù (non ho mai pensato di adorare lo Spirito Santo) o perché tutti quelli che conoscevo dicessero Dio, mentre Gesù lo dicevano solo a Natale e magari lo chiamavano Bambino Gesù, visto che era la stessa cosa che Dio. Comunque, accettavo Dio o chi per lui come un bambino accetta i cartoni animati, senza farsi troppe domande.
Alle medie e alle superiori andai dai preti. Anche qui, per mia fortuna, nessuna poche punizioni corporali. Alle elementari feci catechismo per la comunione, alle medie catechismo per la cresima. In questa seconda occasione chiesi alla catechista la domanda che tutti i bambini/ragazzi si fanno a un certo punto: come so che la mia è la religione giusta? La chatechista risposte “perché la nostra è l’unica religione ri ve la ta”. Lo disse proprio così: staccando le sillabe e in corsivo. Dentro di me pensavo “sì, ma sono sicuro che pure Maometto ha detto di avere avuto la rivelazione”, ma non dissi niente. Feci la cresima. Né dopo la comunione, né dopo la cresima, mi sentii particolarmente pio. Ero contento dei regali, direi.
Alle medie cominciai a suonare la chitarra con lezioni individuali e non smisi fino al primo anno di università. Il mio maestro suonava in parrocchia nella mia scuola e spesso andavo a cantare e a suonare con lui.
Essendo una scuola di preti, il mercoledì delle ceneri si entrava un’ora dopo, per poter fare messa. E il giorno di nascita del santo che dava il nome alla mia scuola, era festa. Io ero contento, perché è anche il compleanno di mio padre. E ogni tanto il prof di religione ci portava in cappella a parlare un po’ di Dio senza che noi ci tirassimo i banchi (sì, anche per noi l’ora di religione era un’ora di buco. A tal proposito ci sarebbe un aneddoto da raccontare, ma è materiale per un altro – breve – racconto).
Un giorno, andammo in cappella con la classe superiore alla nostra (non ricordo l’anno, ma insomma, se io ero in terza liceo, loro erano la quarta). Fu la prima volta che sentii qualcuno dichiararsi ateo. Una ragazza, Giulia, disse in cappella e al prof di religione che era anche padre provinciale dell’ordine a cui apparteneva la mia scuola “Io ci ho pensato e sono giunta alla conclusione che Dio non esiste. Io sono atea”. Rimasi colpito da questa affermazione. Avevo molti dubbi e molte domande anche io, ma non mi ero mai spinto tanto in là da poter dire di definirmi ateo. Anzi, mi definivo credente, anche se non ero attento a tutti i dettami: andavo a messa ogni tanto, ogni anno avevo dei periodi in cui non andavo a messa e altri in cui ci andavo, cercavo di “non peccare”, anche se ancora al liceo non avevo ben chiaro cosa fosse un peccato e, soprattutto, perché fare qualcosa di bello dovrebbe essere negativo. Capivo roba tipo “non rubare” o “non uccidere”, che comunque sono cose non solo contro Dio ma anche contro la legge e contro il comune senso di giustizia e morale, ma quella cosa del “non far sesso” non la capivo.
All’università ho abbandonato il fatato mondo della scuola privata e sono andato in un’università pubblica. Ho conosciuto persone di un tipo molto diverso rispetto a quelle che ero abituato a vedere e la cosa mi è piaciuta moltissimo. Ho scelto una materia scientifica, scienze biologiche, perché era la materia in cui andavo meglio al liceo e ho pensato che farne un lavoro non sarebbe stato male (e in effetti non è stato male). A Scienze Biologiche (mi piace di più con le maiuscole) si studia la vita in tutti i suoi ambiti. Ho studiato come interagiscono le molecole di una cellula, come interagiscono le cellule dei tessuti, come interagiscono i tessuti tra loro in un unico organismo, come interagiscono i vari organismo tra loro e come in integrano nell’ecosistema. Ho studiato la teoria dell’evoluzione di Darwin, ho studiato chimica, ho studiato fisiologia, e tutto, piano piano, mi sembrava sempre più chiaro.
La nascita, la morte, l’evoluzione della vita sulla Terra, erano tutti concetti ormai concatenati da una logica inappuntabile. Non c’era niente da aggiungere: nessun meccanismo di quelli studiati in nessuna materia aveva bisogno di Dio per potersi giustificare. All’università mi definivo ancora credente, ma ormai Dio era per me solo colui che ha messo in moto tutto, fregandonese del risultato. Se mi avessero chiesto “credi in Dio?” avrei risposto “sì, è lui che non crede in noi”.
Ho finito l’università e mi sono trasferito. Decisi di leggere qualcosa di Richard Dawkins, che conoscevo di fama. Lessi “Il gene egoista”. Meraviglioso. Magari un po’ datato, ma di una chiarezza e di una logicità unici. Il terzo libro di Dawkins che ho letto fu “Il Più Grande Spettacolo della Terra”, uscito nel 2010 in Italia. Le prove che la teoria dell’evoluzione è corretta. Semplicemente fantastico.
Sì, lo so, ho saltato il secondo. Il secondo fu “L’illusione di Dio”. Dovevo metterlo alla fine, perché fu un libro chiarificatore. Ovviamente, parlando di Dio e non di scienza, la trattazione era tutt’altro che priva di possibili contestazioni, ma anche qui il discorso filava. Era logico, concreto, per ogni argomento affrontato c’era una trattazione dettagliata e un tassello in più. Alla fine di quel libro, ho detto “Ho sbagliato, Dio non si è dimenticato di noi, Dio non ha mai avuto alcun ruolo perché, semplicemente, non esiste”.
In quel libro Dawkins parla di una scala Likert da 1 a 7 per misurare il proprio livello di religiosità. Da wikipedia:
Teista forte: 100% di probabilità [dell’esistenza, NdG] di Dio, come nelle parole di Carl Jung (“io non credo, io so”).
Probabilità molto alta ma non 100%: un teista di fatto (“Non posso saperlo per certo, ma credo fermamente in Dio e vivo la mia vita nell’assunzione che lui esista”).
Più del 50% ma non molto alta: tecnicamente agnostico ma propende verso il teismo (“sono molto incerto, ma tendo a credere in Dio”).
Esattamente 50%. Completamente agnostico ed imparziale (“L’esistenza e l’inesistenza di Dio sono esattamente equiprobabili”).
Meno del 50% ma non molto bassa: tecnicamente agnostico ma incline all’ateismo (“non so se Dio esista ma tendo ad essere scettico”), come nel cosiddetto ateismo debole, l’ateo che ha difficoltà a dimostrarlo.
Probabilità molto bassa, vicina allo zero: un ateo di fatto (“non posso saperlo per certo ma credo che Dio sia molto improbabile, e vivo la mia vita nell’assunzione che lui non esista)”, come nell’ateismo agnostico, ossia l’ateo che è convinto di ciò, ma non può dimostrarlo e si astiene dal giudizio (come Bertrand Russell, che si definiva “filosoficamente agnostico e praticamente ateo”).
Ateo forte (“So che non esiste nessun Dio, con la stessa convinzione con cui Jung sa che ce n’è uno”).
Ora, essendo un biologo, presi questa scala e decisi di collocarmi a 6. Non posso dire 7 perché non c’è modo di dimostrare che Dio non esiste. Nemmeno Dawkins si colloca a 7 (anche se lui dice 6.9), proprio perché non avendo prove, non è possibile dimostrare scientificamente questa assunzione e, di fatto, diventa una posizione fideistica, non basata sui fatti.
Da allora mi definisco ateo per praticità (e per non spiegare la rava e la fava della scala di Dawkins), e mi rendo conto che tutti i dubbi che avevo da ragazzo già tendevano a questa posizione. Li sento risolti, ed è una bella sensazione. E ricordo Giulia, la ragazza dell’anno superiore al mio, come un bell’esempio, non più come qualcosa di sconvolgente.
Il Monte Serra e’ nella toscana del nord-ovest, a mezza strada tra Pisa e Lucca, che sono collegate tra loro proprio tramite una galleria attraverso di esso, chiamata Foro di San Giuliano.
Le colline metallifere sono sempre in provincia di Pisa, ma più a sud, verso Pomarance, Larderello, Volterra.
Ieri ho rivisto un’amica con la quale non ci sentivamo da 4 anni. Mi scrive che ha bisogno di parlami, ci accordiamo per un caffè in serata. Intuisco che deve riguardare il tipo col quale ha una relazione. Quattro anni fa le scrissi su whatsapp delle cose sul narcisismo e di tenere bene presente che il suo uomo era uno di quelli da manuale psichiatrico. Le indicai possibili scenari ma, visto che era più testarda di un mulo sardo, decisi di lasciarla al suo destino. Io avevo il mio narciso da combattere. Gli scenari che avevo previsto, nel frattempo, si sono tutti presentati. Dunque passano sti 4 anni e me la ritrovo nella stessa identica situazione, mi rifà le stesse domande, le do le medesime risposte. Il tipo è sempre il medesimo. Vanno avanti cosi da quai 10 anni. Mi veniva voglia di scuoterla ‘cazzo esci da questo corpo, porcamiseria!’. Non si possono applicare regole matematiche per uscire dalle relazioni di dipendenza, non puoi sperare che ad una tale azione corrisponda una sua precisa reazione (con l’illusione cosi di poter controllare gli eventi e magari farlo cambiare). Non funziona cosi. Non sei nella sua testa, ma sei nella tua. Quindi è su te stessa che devi lavorare. Ma se non cominci mai…
Pensa che fino a 30-35 anni fa eravamo convinti che il nostro sviluppo mentale fosse paragonabile a quello fisico: età di sviluppo, cresci, ti fermi, e quella è l’altezza che avrai per il resto della tua vita.
E la persona che sei a 20 anni sarà, a livello di complessità mentale, la persona che sarai tutta la vita.
Poi qualcuno ha pensato che fosse una visione riduttiva e fatalista, guidata da quelli che erano i limiti della ricerca sul cervello dell’epoca, e ha iniziato a studiare l’argomento.
Si è scoperto che la realtà è un po’ diversa, ovvero che i nostri livelli di complessità mentale siano riassumibili in tre stadi, e si possa passare da uno stadio all’altro anche in età adulta.
C’è una cosa che previene il passaggio da un “livello” all’altro, si chiama “immunità al cambiamento”.
È quello che ci fa perdere 10 chili, e poi ce li fa ri-guadagnare subito dopo. O non che li fa perdere mai. È quello per cui sappiamo che fumare fa male, ma non smettiamo mai. È quello per cui facciamo l’abbonamento in palestra, ma poi non ci andiamo mai.
È quello per cui non riusciamo a stare a dieta. È quello per cui, come nel caso della tua amica (evidentemente ferma allo Stadio 3), non riusciamo ad uscire da relazioni inconcludenti o dannose.
È quello per cui solo 1 paziente su 7, messo di fronte alla possibilità di morte certa se non cambia abitudini, cambia effettivamente abitudini.
Come per il suo equivalente biologico, l’immunità non è una cosa negativa: anzi ha lo scopo di proteggerci. Il cambiamento viene percepito come un pericolo dal nostro cervello.
Abbiamo costantemente un piede sul freno e uno sull’acceleratore, e i motivi per cui non molliamo il freno molto spesso sono estremamente radicati nel nostro essere.
È stato sviluppato un esercizio progettato per scoprire perché non cambiamo:
Fai una lista di cose che vorresti cambiare e scegli quella secondo te più importante
Fai una lista di cose che dovresti/non dovresti fare per far accadere quel cambiamento
Fai una lista di cose che invece non stai facendo (tendenzialmente, saranno azioni speculari a quella della lista precedente): di solito sono cose che ritieni di fondamentale importanza, ma che vanno contro tutto quello che hai elencato nel punto 2
Scrivi in un box (”worry box”) cosa temi che succeda iniziando a fare quello che non stai facendo (elencati nel punto precedente)
Ultimo passaggio, il più difficile: la Grande Supposizione. La Grande Supposizione è quando scopri il motivo (o i motivi) che guidano i comportamenti per cui non cambi. Sembra incredibile ma ti arriva, emerge, una volta che hai fatto i punti 1, 2, 3 e 4, perché per la prima volta in vita tua ti sei messo a fare un quadro completo di come ti comporti. Può essere una ragione superficiale, così come può essere un trauma infantile, ma tutti abbiamo una Grande Supposizione che guida tutti i nostri comportamenti.
Fare questo esercizio su carta, magari aprendosi a commenti di amici, può servire a mitigare paure radicate, su cambiamenti piccoli e grandi.
Uno dei motivi principali per cui non cambiamo è cerchiamo soluzioni tecniche (Esempio: ”Devo dimagrire, quindi faccio la dieta del momento”) e problemi adattivi (Esempio: devi cambiare più o meno radicalmente stile di vita, per il resto della tua vita).
Quando si tratta di relazioni con altre persone il problema è sempre adattivo, non esistono soluzioni tecniche: quindi, di base, non ci proviamo nemmeno.
“La mungitura è intorno alle 5, poi c’è da portare le capre al pascolo, per poi tornare a fare il formaggio nel caseificio”, spiega Agitu Idea Gudeta, 37 anni, occhi di un marrone brillante, sorriso smagliante e contagioso. “Le capre hanno il nome delle mie amiche e delle mie clienti, ognuna ha il suo carattere: Marta, Melissa, Rachele, Francesca, Ribes, Trilli”. Agitu Idea Gudeta è nata ad Addis Abeba, in Etiopia.
Quando aveva 18 anni è venuta in Italia per studiare sociologia all’università di Trento. Poi è tornata nel suo paese, da dove nel 2010 è stata costretta a scappare perché aveva ricevuto minacce da parte del governo guidato dal Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991. In Trentino, nella valle dei Mocheni, gestisce da cinque anni un allevamento di capre e un caseificio: undici ettari di pascoli e ottanta capre da latte. “L’idea era recuperare le razze caprine autoctone e valorizzare i terreni del demanio, abbandonati dagli allevatori locali nel corso degli ultimi decenni”, racconta.
Agitu ci tiene a raccontare la sua storia, che è simile a quella di tanti ragazzi costretti ancora oggi a lasciare l’Etiopia a causa della repressione del governo contro contadini e dissidenti. “Ero impegnata con un gruppo di studenti contro il land grabbing, denunciavamo l’illegalità degli espropri forzati dei terreni agricoli, voluti dal governo a spese dei contadini locali per favorire le multinazionali che li usano per coltivare cereali e monocolture destinate all’esportazione”, racconta. “L’Etiopia è un paese ancora agricolo e queste politiche del governo riducono alla fame i contadini che sono costretti a lavorare per le multinazionali per 85 centesimi di dollari al giorno”.
Agitu aveva partecipato ad alcune manifestazioni pacifiche con un gruppo di studenti universitari di Addis Abeba: denunciavano le condizioni di sfruttamento nell’Oromia, una regione centromeridionale dell’Etiopia dove vive un terzo della popolazione di etnia oromo. Le prime manifestazioni sono cominciate nel 2005, e la reazione del governo non ha tardato ad arrivare.
“Alcuni miei compagni sono stati arrestati, altri sono spariti e di loro non se ne sa ancora niente. A un certo punto ho capito che per me era venuto il momento di andarmene”, racconta Agitu in un perfetto italiano. La sua famiglia aveva già lasciato il paese nel 2000 per andare negli Stati Uniti. “Mio padre era un professore all’università e aveva capito che anche per lui era pericoloso rimanere nel paese”, racconta.
Nel giugno del 2016, l’ong Human rights watch ha denunciato la repressione “senza precedenti” nei confronti degli oromo e il silenzio degli alleati stranieri di Addis Abeba, a cominciare dall’Unione europea, che finora si è limitata a semplici dichiarazioni. Nell’ottobre del 2016 in Etiopia è stato dichiarato lo stato di emergenza, i militari sono scesi in strada e hanno represso duramente le manifestazioni contro il governo.
Secondo il rapporto di Human rights watch (Hrw), più di 500 persone sono state uccise nelle proteste dell’ultimo anno, ma il governo non ha confermato queste cifre. In due giorni, il 6 e 7 agosto 2016, nelle manifestazioni scoppiate nella regione di Oromia e di Amhara sono state uccise un centinaio di persone. Internet è stato bloccato per due giorni. “Molti sono in prigione, tanti attivisti sono stati uccisi, altri continuano a scappare”, racconta Agitu. Ma la comunità internazionale guarda in silenzio quello che succede in Etiopia. “L’importanza dell’Etiopia è strategica, con tutti i campi profughi che ci sono nessuno vuole rischiare di perdere il controllo del paese”, spiega Agitu, che nel frattempo ha scelto il Trentino per cominciare la sua seconda vita.
Quando sono arrivata a Trento, avevo duecento euro in tasca, niente di più
“In Italia avevo degli amici che avrebbero potuto aiutarmi e sapevo la lingua, così non ho avuto dubbi”, racconta. “Quando sono arrivata a Trento, avevo duecento euro in tasca, niente di più. Ho trovato lavoro in un bar, per mantenermi, ma nel frattempo ho cominciato a pensare all’allevamento delle capre. In Etiopia avevo lavorato in alcuni progetti con i pastori nomadi del deserto e avevo imparato ad allevare le capre. Ho pensato che con tutti questi pascoli non sarebbe stato difficile fare del buon latte, visto che sappiamo produrlo nel deserto”, dice Agitu, con una risata fragorosa e spontanea.
“L’idea è stata quella di recuperare alcune razze autoctone che hanno bisogno di mangiare poco per produrre molto latte, senza doverle nutrire con dei mangimi. Delle capre molto resistenti che non hanno bisogno di nulla, come la razza Mochena. Volevo un progetto che fosse sostenibile”, racconta. E così è cominciata l’avventura: è nata l’azienda biologica che produce formaggi e yogurt La capra felice. “All’inizio continuavo a lavorare al bar, ma poi pian piano sono diventata autonoma e adesso molti ragazzi trentini salgono al pascolo, vogliono imparare a curare e ad allevare le capre”, racconta.
Poi sono arrivati anche i riconoscimenti come quello per la Resistenza casearia di Slow Food e il Miglior prodotto per il Trentino. Nel 2015 Agitu e i suoi formaggi hanno rappresentato la regione all’Expo di Milano. “La soddisfazione più grande è quando le persone mi dicono che amano i miei formaggi perché sono buoni e hanno un sapore diverso. Mi ripaga di tutta la fatica e di tutti i pregiudizi che ho dovuto superare per farmi accettare come donna e come immigrata”.