Il coraggio di Vasilij Archipov

Della cosiddetta “crisi dei missili a Cuba” del 1962 si sa tutto o quasi. L’URSS aveva segretamente installato sul suolo cubano svariate rampe di lancio per missili nucleari in grado di raggiungere il territorio degli USA in pochi minuti. Era una risposta al dispiego di armi atomiche americane in Turchia, una minaccia in grado di colpire Mosca in appena un quarto d’ora.

Kennedy e Kruscev si sfidarono in un estenuante braccio di ferro, in una crescente escalation di tensione che portò il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare. Fortunatamente poi tutto rientrò ma quel testa a testa fra il presidente americano ed il leader sovietico non fu l’unico scontro in quell’ottobre 1962. Nel 2002 si venne a conoscenza di un grave episodio, sconosciuto alla stragrande maggioranza, che avrebbe potuto avere conseguenze tragiche per tutti.

Negli ultimi giorni dell’ottobre 1962, in piena crisi di Cuba, 5 sommergibili sovietici d’attacco erano in navigazione verso l’isola caraibica. La loro missione era quella di aggirare l’embargo che la Marina degli USA aveva fissato attorno all’isola e stabilire una base sottomarina sulla costa nord di Cuba. Come gli altri sottomarini, ancheIl B-59 del vice-comandante Vasilij Aleksandrovič Archipov era dotato di siluri atomici e, vista la gravità della crisi tra le due superpotenze, da Mosca si dette autorizzazione ai tre comandanti della squadriglia, se tutti concordi, al loro utilizzo.

A metà pomeriggio del 27 ottobre 1962, proprio quando i due leader Usa e Urss stavano faticosamente raggiungendo un accordo, gli eventi sembrarono precipitare. La portaerei USS Randolph e la sua scorta di 11 cacciatorpedinieri rilevò la presenza dei B-59. Ignorando il fatto che le unità avversarie potessero essere dotate di armi atomiche, le navi Usa iniziano a lanciare bombe di profondità per costringere i sottomarini sovietici a riemergere.

Sotto il bombardamento americano ad un centinaio di metri sotto le acque caraibiche, i tre ufficiali ebbero una riunione che decise il destino dell’umanità. Savitsky, il comandante, voleva rispondere al fuoco e dette ordine di armare le testate nucleari che avrebbe disintegrato l’intera squadra USA. L’ufficiale politico Maslennikov era d’accordo, mancava solo Arkhipov. Ma lui disse di no. In quelle circostanze estreme, la sua freddezza e coraggio evitarono quella escalation che sarebbe stata sicuramente una catastrofe dagli esiti imprevedibili.

Arkhipov convinse il comandante Savitsky a far emergere il sottomarino e rimanere in attesa di istruzioni dal Cremlino evitando lo scontro con la Marina statunitense. Poche ore dopo Kennedy e Kruscev raggiunsero un accordo che fece tirare il sospiro di sollievo a tutta l’umanità. Vasilij Aleksandrovič Archipov continuò a servire nella marina russa, ma le radiazioni subìte in un precedente incidente con il sottomarino K-19 lo portarono alla morte nel 1998.
Come detto la sua storia fu resa pubblica solo nel 2002 nel corso di una conferenza stampa a L’Avana sulla base di documenti statunitensi desecretati e resi pubblici.

Antonio A.

Il coraggio di Vasilij Archipov

La storia di Stanislav Petrov

Il tenente colonnello Stanislav Evgrafovič Petrov non era un militare qualunque, era un analista che la notte del 26 settembre 1983 si trovò nel posto giusto al momento giusto. Era nel bunker Serpuchov 15, vicino Mosca preposto ad un turno di guardia ai sistemi di monitoraggio dei siti missilistici americani.
«Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti».Chiunque altro avrebbe semplicemente controllato il segnale in arrivo e si sarebbe limitato, di conseguenza, ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori. Ma invece egli reagì diversamente.

Era convinto che si trattasse di un falso allarme, di un’avaria del sistema. E ricordò cosa accadde circa venticinque giorni prima, il 1° settembre, quando un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich, che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso.

Se avesse dato l’allarme, ad un eventuale attacco si sarebbe risposto certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato a sua volta con il lancio delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine.
Quella notte tutti si girarono verso di lui, aspettando un ordine. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso altri 4 lanci multipli dalla stessa base». Una comunicazione del pericolo avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi.

La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana.
Ma Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. Non perse lucidità e monitorò la base americana responsabile degli eventuali lanci: i missili risultavano partiti dal Montana. Consultò le notizie raccolte dai servizi segreti su quella base e scoprì allora che in Montana era presente un unica testata atomica, quindi era altamente improbabile che fossero stati lanciati ben 5 missili. Era sempre più convinto di un errore del sistema.

Comunicò allora che c’era stato un malfunzionamento del sistema. I successivi minuti di attesa furono lunghissimi. E se avesse sbagliato? Il tempo passò ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica. In seguito fu chiarito che l’allarme era erroneamente scattato per una rarissima congiunzione tra alcuni pianeti ed il sistema satellitare di controllo.

Ma un malfunzionamento dei sistemi di protezione non era tollerabile e tutto venne insabbiato. Quando Petrov venne congedato anticipatamente, non gli concessero nemmeno la solita promozione a colonnello. Egli ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 77 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Nessuno ricorda più l’uomo che forse ha salvato il mondo.

Antonio A.

La storia di Stanislav Petrov

Altro che comete, si riapre il mistero sul segnale Wow!

Si riapre il dibattito sul segnale Wow! captato nel 1977 dall’astronomo Jerry Ehman. Si trattò di una potente esplosione di onde radio della durata di 72 secondi che passò alla storia con questo nome perché sulla stampata Ehman cerchiò il codice identificativo 6EQUJ5 – che descrive la variazione di intensità del segnale – e accanto annotò “Wow!”.

La provenienza sembrava lo spazio interstellare e per questo partecipanti del programma SETI e numerosi utenti attivi nell’ambito della ricerca di intelligenze extraterrestri lo videro per anni come un segno dell’esistenza di ET.

Le congetture si sono raffreddate a luglio 2016, quando l’astrofisico Antonio Paris del St Petersburg College (Florida) ha ripreso in mano i dati e ha concluso che il suddetto segnale non proveniva dagli alieni, ma da due comete (266P/Christensen e 335P/Gibbs) che furono scoperte rispettivamente nel 2006 e nel 2008, quindi erano sconosciute all’epoca del lavoro di Ehman.

Tutto sembrava chiarito, invece molti astronomi – fra cui lo stesso Ehman – sono convinti che l’ipotesi di Paris sia errata, nonostante l’origine cometaria del segnale sia stata accettata nel 2017 dalla rivista dell’Accademia nazionale delle scienze di Washington. Ehman in particolare ha analizzato lo studio di Paris insieme a Robert Dixon, direttore del radio osservatorio presso la Ohio State University (Big Ear è stato smantellato nel 1997) e ha rilevato due incongruenze.

Prima di tutto il segnale Wow! non fu ripetuto, e durò per un tempo troppo breve. Ehman fa notare che il radiotelescopio Big Ear aveva un doppio sistema di “ascolto”, che forniva due campi di vista leggermente differenti. Se fosse stata una cometa “si sarebbe dovuta rilevare una fonte duplice nell’arco di circa 3 minuti: una della durata di 72 secondi (dovuta alla larghezza della finestra osservativa di Big Ear e alla velocità di rotazione terrestre) e una della stessa durata, circa un minuto e mezzo dopo” ha spiegato Ehman, che però aggiunge: “non abbiamo rilevato il secondo.”

A suo avviso inoltre una cometa non produrrebbe questo tipo di segnale, sia perché i gas che circondano il nucleo coprono ampie aree diffuse, sia perché una cometa non potrebbe essere uscita così velocemente dal campo del radiotelescopio.

La spiegazione aliena comunque non convince del tutto Ehman, perché ci sono molti fenomeni che generano segnali radio improvvisi, fra cui gli FRB (fast radio burst), lampi radio veloci di origine misteriosa che generano segnali irregolari della durata di millisecondi. Ehman ammette di non saper ancora oggi spiegare il segnale che ha rilevato, e non esclude che potrebbe persino essere riconducibile a un problema del radiotelescopio.

L’altra questione è la frequenza di trasmissione: secondo Paris le comete possono emettere segnali nell’intervallo del segnale Wow!, ma l’astronomo del SETI Seth Shostak è scettico. Dalla sua esperienza di studioso delle emissioni da idrogeno nella gamma dei 1.420 MHz non si dice sicuro che le comete possano emettere un segnale nitido come quello Wow!.  

In sostanza, a distanza di 40 anni e nonostante i rilevanti progressi scientifici, la questione del segnale Wow! non è chiusa. Resta ancora il mistero sulla sua provenienza, e a quanto pare tutte le ipotesi resteranno possibili, fino a prova contraria.  

Altro che comete, si riapre il mistero sul segnale Wow!