Il tenente colonnello Stanislav Evgrafovič Petrov non era un militare qualunque, era un analista che la notte del 26 settembre 1983 si trovò nel posto giusto al momento giusto. Era nel bunker Serpuchov 15, vicino Mosca preposto ad un turno di guardia ai sistemi di monitoraggio dei siti missilistici americani.
«Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti».Chiunque altro avrebbe semplicemente controllato il segnale in arrivo e si sarebbe limitato, di conseguenza, ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori. Ma invece egli reagì diversamente.Era convinto che si trattasse di un falso allarme, di un’avaria del sistema. E ricordò cosa accadde circa venticinque giorni prima, il 1° settembre, quando un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich, che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso.
Se avesse dato l’allarme, ad un eventuale attacco si sarebbe risposto certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato a sua volta con il lancio delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine.
Quella notte tutti si girarono verso di lui, aspettando un ordine. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso altri 4 lanci multipli dalla stessa base». Una comunicazione del pericolo avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi.La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana.
Ma Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. Non perse lucidità e monitorò la base americana responsabile degli eventuali lanci: i missili risultavano partiti dal Montana. Consultò le notizie raccolte dai servizi segreti su quella base e scoprì allora che in Montana era presente un unica testata atomica, quindi era altamente improbabile che fossero stati lanciati ben 5 missili. Era sempre più convinto di un errore del sistema.Comunicò allora che c’era stato un malfunzionamento del sistema. I successivi minuti di attesa furono lunghissimi. E se avesse sbagliato? Il tempo passò ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica. In seguito fu chiarito che l’allarme era erroneamente scattato per una rarissima congiunzione tra alcuni pianeti ed il sistema satellitare di controllo.
Ma un malfunzionamento dei sistemi di protezione non era tollerabile e tutto venne insabbiato. Quando Petrov venne congedato anticipatamente, non gli concessero nemmeno la solita promozione a colonnello. Egli ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 77 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Nessuno ricorda più l’uomo che forse ha salvato il mondo.
Antonio A.