peluchececilio replied to your post : Ansia

Anche tu l’ ebbrezza di cambiare lavoro??!! Ci sentiamo tutti trentenni con il mondo in pugno

Io veramente, in quanto a entusiasmo, mi sento piu’ tipo un ottantenne a cui mancano ancora una quarantina d’anni alla pensione. Comunque non so ancora se cambiero’. Se le aziende a cui mando i curriculum continuano a non cagarmi manco per sbaglio, la vedo difficile.

Fine mese.
A quanto pare, vige il tacito rinnovo. Se non ti dicono nulla, domani puoi tornare al lavoro sicuro di almeno altri trenta giorni.
Diverso è se ti chiamano.
Il clima generale ne risente in maniera comprensibile, sentendo chiamare il proprio nome, fino a ieri si rispondeva in attesa del compito assegnato o della richiesta, stamattina si vivono quattro ore di interrogazione di matematica.
Nel silenzio generale si sente un nome.
Alessio.
Lavora in magazzino, era nei dintorni di Milano quando hanno suonato i Coldplay e li ha sentiti dal parcheggio, ridendo amaro quando gli chiesi come avesse trovato i biglietti. Dice di avere un carattere difficile, tanto difficile da non sopportare il non essere pagato dopo un mese di lavoro.
“Sò snob, mi rendo conto. Preferisco andarmene subito piuttosto che sentire stronzate tipo ti pago il prossimo mese, intanto lavora”
Alza la testa senza rendersi conto di essere stato chiamato dall’ufficio.
Entra.
Pochi minuti.
Esce sorridendo e facendo spallucce.
Capita.
È capitato.
Capiterà ancora.
Non viene ignorato, anzi, non evita il conforto, anzi.
Si dirige verso Silvia mentre tutti si fanno da parte, vorrei avere Up Where We Belong da far partire in diffusione. Lei non si alza e non lo guarda, mani sul tavolo avanti a sé. È lui a chinarsi e prendergliene una, sfiorarla con un bacio e andarsene, senza dire nulla.
La porta dell’ufficio si apre per poi chiudersi a chiave, decretando il ritorno dell’aria in circolo.
Un mese.
Ci confermano per un mese.
Basta questo per far telefonare a casa a persone da tranquillizzare, rate di mutuo possono essere pagate, debiti familiari assolti.
Può essere fatta la spesa.
Non esagero.
Torna il sorriso, Antonio apre il portapranzo e ne fissa il contenuto con la stessa faccia di chi vede Mariangela Fantozzi.
“Ha cucinato mi’ madre”
“Di solito è una buona notizia, no?”
“Nun conosci mi’ madre, mo je presa la fissa de ste cose mezzo vegane, oggi ha detto Tesoro de mamma tua, ho fatto la Quinoa, io me so detto, cazzo ne so che è sta roba, dal nome pare na faraona esotica, fosse la volta bona che se magna ciccia. Ma qua pare che l’ha cucinata con la Vomitocottura”
Chiara non deve più partire.
Giulia pagherà l’affitto di marzo.
Alessio sta chiamando lo zio, forse torna nella sua carrozzeria.
Saranno nuovi contratti.
Le vostre amate statistiche ne gioveranno.
Dovrebbero esserci i vostri figli, qui a penare. Poi vediamo se fate una riforma del lavoro decente.

Paolo Longarini, (via Servitevi da soli)

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
 
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
 
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
 
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
 
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
 
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
 
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
 
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
 
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
 
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
 
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
 
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
 
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
 
Ho resistito finché ho potuto.

Lo so che l’avete già letta tutti, ma sentivo il bisogno di rebloggarla un’altra volta, scusatemi. Continuo a rileggerla come se cercassi qualcosa che mi e’ sfuggito, come a voler grokkare ogni singola parola. Non so cosa dire, non riesco a mettere a fuoco quello che provo, ma questa cosa continua a rigirarmi dentro. (via gigiopix)

Bimbominkia

proust2000:

Quando nel 1996 aprii la mia casella mail su Yahoo (google non esisteva ancora) mi scontrai per la prima volta con il dramma di avere un nome+cognome molto comune.

aggiunsi quindi “2000“, perchè avere una casella mail mi pareva una roba orientata al futuro, al terzo millennio, un po’ come quando scelsero il nome Malpensa 2000, nell‘85.

A quel tempo non avevo mimimamente pensato che un giorno quel 2000 potesse essere inteso come l’anno di nascita, demolendo qualsiasi speranza di essere preso sul serio dal ricevente delle mie missive per almeno un paio di lustri.

Cuba, un’isola al posto sbagliato nel momento sbagliato.

emilianobrunori:

Delusa da una precedente esperienza nelle strutture di accoglienza di una località balneare delle Bahamas che prometteva meraviglie ma non era poi niente di che, una grande comitiva di turisti in crociera poggia per la prima volta i piedi sull’isola di Cuba. Sono tutti maschi, italiani e spagnoli, iper-abbronzati, aggressivi, prevedibilmente malvestiti e in cerca di avventure mirabolanti, fama, sesso a basso costo.

Cuba, un’isola al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Etiopia, il massacro dei contadini contro la diga delle multinazionali italiane

heresiae:

curiositasmundi:

[…]

“Ispirata ai principi dello sviluppo sostenibile, fa leva
sull’innovazione tecnologica e organizzativa e sullo straordinario
patrimonio umano e professionale di cui dispone, per sviluppare
soluzioni costruttive, capaci di valorizzare le risorse dei territori e
di contribuire alla crescita economica e sociale dei popoli”, è la
mission che la Salini dichiara sul proprio sito. La diga sarà un gigante
di cemento in grado di produrre 6.500GWh all’anno. Energia da immettere nel sistema elettrico nazionale e da rivendere a caro prezzo alla nazione più vicina: il Kenya.

Nonostante l’ordinamento giuridico di Adis Abeba
preveda che prima dell’approvazione del progetto debba essere effettuata
una valutazione sull’impatto ambientale e sociale, il  governo dà il
via libera al magnate italico di deporre la prima pietra. La stampa non
ne parla e il grido silenzioso dei 500mila abitanti della valle resta
sommerso. Soltanto nel 2008 l’EPA (Ethiopian Environmental Protection
Authority) dà ufficialmente il via libera ai lavori dopo aver ricevuto
un dossier del CESI – guarda caso un’agenzia milanese, che definisce l’impatto ambientale legato al progetto “trascurabile” o addirittura “positivo”.
Il Cesi si è però impegnato a trascurare l’uso delle terre limitrofe
alla diga da parte dei contadini locali, piuttosto che come
funzioneranno i futuri piani di regolazione delle piene e delle
irrigazioni artificiali. Lo studio dell’agenzia milanese non parla
nemmeno lontanamente della futura situazione del lago Turkana, oltre il
confine con il Kenya, che dall’Omo riceve il 90% delle sue acque.

Eppure gli studi di settore effettuati da una serie di Ong dicono l’esatto opposto. “La diga altererà in modo drammatico
i flussi stagionali dell’Omo e avrà un enorme impatto sui delicati
ecosistemi della regione e sulle comunità indigene che abitano lungo le
sponde del fiume fino al suo delta, al confine con il Kenya. La portata
dell’Omo subirà una drastica riduzione. Il fenomeno
interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente
riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo
possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla
acque. Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e
indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza
alimentare di almeno 100.000 persone.”

[…]

Li aiutiamo a casa loro.

Ora sto anche peggio

Mi ricorda “Habibi”, di Craig Thompson.

Etiopia, il massacro dei contadini contro la diga delle multinazionali italiane

“Quando arriva una virosi, spazza via intere piantagioni, visto che i banani hanno tutti lo stesso patrimonio genetico”. Lo scenario non è fantascientifico: un virus, chiamato Tropical race 4 (Tr4), ha già decimato gran parte delle piante nei paesi asiatici, dalla Malesia alle Filippine, colpendo anche l’Africa. Se riuscirà ad arrivare sul continente americano, queste piantagioni saranno ridotte in poltiglia e l’industria esportatrice di banane si troverà in grandi ambasce. Molti esperti ritengono che il conto alla rovescia per l’ora x sia già cominciato e che non si tratti tanto di “se” ma di “quando” questa cosa avverrà. E non si tratterebbe neanche della prima volta: già negli anni cinquanta, la varietà allora commercializzata al livello mondiale, chiamata Gros Michel, si è estinta a causa di una malattia ed è stata sostituita dalla Cavendish, più corta e meno saporita, diventata la nuova regina dei supermercati. La cattiva notizia è che a oggi non esiste alcun erede designato: quando la virosi attraverserà l’oceano, il trono rimarrà vuoto e tutti noi rimarremo senza banane.