sabrinaonmymind:

emilyvalentine:

La letteratura internet del “ritorno a casa” è già molto ricca e affollata, quindi rischio sicuramente di aggiungere banalità all’argomento. 

Eppure il ritorno è un momento importante, nonostante la temporaneità dell’evento. Sono una persona che ama la tranquillità, eppure vado sempre alla ricerca dell’impatto della novità, pur non sapevo spesso gestirla. Predico la calma, mi faccio investire dalle emozioni e dopo ne pago le conseguenze, pago l’impatto e l’incoerenza. 

Da quattro anni e mezzo torno a casa un paio di volte l’anno, in media. Programmare il ritorno, ritornare e ricordare il ritorno sono tre momenti molto diversi. La programmazione è pura gioia, è attesa e trepidazione. Con gli anni la trepidazione cala, l’attesa pure, la programmazione porta sempre una certa felicità. Vivo benissimo il distacco: a Milano mi trovo bene e posso dire di essermi ambientato, eppure toccare con mano quello che hai lasciato e che hai la fortuna, ancora, di riprendere, non è da poco. È un’occasione di fare un passo indietro, di muoversi tra due stazioni.

Soprattutto per me, che amo fare il turista. La condizione stabile del turista è di comodo, inutile nascondersi dietro un dito. Sono turista a Milano, sono turista a casa di mia madre. Faccio foto a posti che ho visto mille volte, mangio con voracità piatti che ho mangiato fino alla nausea. La stessa cosa che faccio a Milano. Bisogna però ammettere che il mestiere del turista, sebbene portatore di scoperte, è un mestiere comodo, in quanto garantisce il distacco. Il distacco che per me è cifra vitale e costante. Il distacco mi salva, mi fa respirare. Lo sa la mia famiglia, lo sanno i miei amici, il mio fidanzato. Mi allontano, solo solo una presenza fisica. Ho bisogno del mio cortile pieno di alberi alti, altissimi. È una mia debolezza? Non mi basta coprirmi di armature, ho bisogno di lasciare fuori le persone, dell’atto fisico di chiudere a chiave la porta.

Stavolta il ritorno a casa lo sto vivendo con molta difficoltà. Non posso più fare a meno di osservare le differenze, come nel gioco della settimana enigmistica. Chi “va fuori” è visto spesso come spocchioso. Chi va a vivere in un’altra città è visto spesso dagli indigeni come provinciale. Questo non mi dà fastidio. La posizione di mezzo sposa benissimo quella del turista, quindi vivo tranquillo. Ma ciò che più mi dà da pensare è lo stato delle cose. Il turista ha una compito: l’osservazione. L’osservatore è a volte invadente, giudicante: la sua presenza altrimenti volatile si afferma con forza e potenza. Ma quando si tocca terra, l’atterraggio non è privo di scossoni. 

Vedo le persone lontane, ferme, che ripetono sempre gli stessi indovinelli. Sono come dei carillon che si danno la carica da soli. Bisogna entrare nella loro cantilena per avere una possibilità di dialogo. Sarà una esagerazione, saranno solo le persone con le quali ho a che fare, ma per me, questa volta, è così. Ogni volta che questo succede, penso alla canzone “Bene” di De Gregori. A un certo punto canta “mia madre è sempre lì che si nasconde dietro i muri e non si trova mai”. Mi sembra di non conoscere più le coordinate geografiche. Forse è l’inevitabilità del distacco, forse sarà sempre peggio, ma sarebbe sciocco negare l’evidenza: questa volta mi sembra di non avere un posto, nonostante il calore solito del benvenuto e l’accoglienza delle frittelle coi fiori di zucchina.

La casa è cambiata, me ne accorgo vedendo tutto da fuori e da dentro. I mobili non sono più al loro posto, le persone sono sempre più accartocciate. Non mi spaventa l’inevitabilità, l’ho sempre accolta con filosofia. Eppure questa volta provo fatica.

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