il liberismo ha i giorni contati.

yesiamdrowning:

Quando un ragazzino compie
tredici anni,
chiudilo in un barile e dagli da
mangiare dal buco.
Quando ne compie sedici, tappa il
buco
”.
Mark Twain

Questa
frase è un buon consiglio ma poco praticabile, a cominciare dal
fatto che oggi i barili in giro sono molti di meno. Qualche giorno fa
ho sentito una vecchia amica. Gli Arab Strap erano in tour in Italia,
così ci siamo parlati telefonicamente per vedere un’ipotetica data
assieme. Lei è felicemente sposata, ha un figlio poco più che
adolescente ma non disdegna, di tanto in tanto, qualche concerto per
cui valga la pena.  Mi ha raccontato che suo figlio un mese fa ha
chiamato a casa per avvertire che restava fuori, a dormire a casa di
un suo amico. E fino a qui non c’era nulla di strano, il ragazzo ha
compiuto da un po’ i diciott’anni ed è da quando ne ha sedici che è
abituato a fare e disfare le sue giornate in piena e totale libertà.
La cosa strana di cui sua madre non si da pace e non riesce a darsi
una ragione valida o almeno plausibile è che questo figlio non è
stato a dormir dal suo amico ma è stato avvistato dalla figlia di
una collega a duecento chilometri di distanza. E anche fino a qui
sarebbe poco male se lo si fosse visto fumare hascisc
in una comunità di neo-hippy oppure giocarsi l’intera paghetta a
strip-poker o magari per raggiungere il raduno di qualche gruppo
Facebook dal nome sprezzante e sarcastico. Invece è stato visto a un
pienissimo quanto innocuo festival pop volto a premiare quanta più
monnezza possibile nel
corso di un’unica sera. Però quando è tornato non ha detto niente.

La mia
amica ha educato questo suo figlio in modo senza dubbio liberale e
permissivo per andare a contestargli l’accaduto. A patto poi sempre
che ci sia (stato) un accaduto. Così, non ha mai posto in
discussione l’argomento e non ha mai fronteggiato il fuggitivo
mettendolo di fronte alle sue azioni. Ma, come dicevo, ci si sta
facendo una malattia e suo marito con lei, soffrendo entrambi nella
vana ricerca di dare una spiegazione solida per questa evasione tanto
più inspiegabile in quanto normale, anzi normalissima, sotto
qualsivoglia profilo fatta eccezione per quello culturale che invece
rasenta quello medio-borghese-del-cazzo. Se lo immaginano lì,
intrattenuto da due conduttori che di musica non capiscono un’acca,
che leggono quel che devono dire dal gobbo e solitamente sono un
mucchio di stronzate, se lo immaginano lì, a sentire Rovazzi in
playback e i
Thegiornalisti e non si danno più pace. Soprattutto lei mi chiede
lumi e, visto che siamo quasi coetanei e la stessa disgrazia sarebbe
potuta capitare anche a me, c’è da comprenderla. Come mi spiego
questo inquietante episodio? Non sono uno psicanalista e anche la mia
psicologia di vita a volte è parecchio “rudimentale” ma tento lo
stesso di formulare un’ipotesi.

Non
vedo questo ragazzo da quasi cinque anni ma conosco bene come è
stato cresciuto. Compiuti i quattordici anni ha avuto come solenne
investitura l’uso delle chiavi di casa. Quando i genitori se ne
uscivano la sera, avvertendolo a volte un giorno prima, il ragazzino
organizzava sovente festicciole con sgamabilissime ripassate ai
liquori del babbo. A quindici, aveva già libero accesso alla
libreria e discografia domestica. Nonostante l’episodio in cui rovinò
irrimediabilmente la copertina di Ten dei
Peral Jam della mamma e quella copia di Lolita
che non si capì mai che fine fece. A sedici, il padre gli portò
dalla farmacia una scatola di preservativi e nello stesso anno la
madre gli mise davanti una confezione di contraccettivi, spiegandogli
per filo e per segno i perché e per come del loro utilizzo. A
diciassette anni il padre cominciò ad allungargli due sigarette se
lo incrociava sulla porta di casa, piuttosto che lo faccia di
nascosto e si compri chi sa che porcheria, gli do le mie che hanno di
sicuro meno catrame. Con i soldi seguirono lo stesso criterio, meglio
creargli un budget suo
in un apposito cassetto che faccia debiti o peggio freghi qualcosa a
casa per venderselo. Lo stesso per la scuola, ricordo una volta che
mi disse: “Domani andiamo a vedere i Muse, alcuni suoi
compagni di classe ci vanno e sembra dispiacergli essere l’unico del
gruppo a non andare, piuttosto che faccia sega a scuola per ripicca,
glielo porto io no? Si tratta di una sola assenza e l’anno è ancora
lungo”.

Mi
immagino questo ragazzetto che non ha mai falsificato una firma nel
libretto delle assenze, che si è sparato la prima sega leggendo un
romanzo di
Nabokov, che non ha mai portato una ragazza al parco
perché
i suoi non gli lasciavano casa libera, che non ha mai mandato in
avanscoperta l’amico con più peluria di tutti sotto al naso per
accaparrarsi una copia di Le Ore, un pacchetto di MS o una lattina di
birra, che ha studiato una vita intera col meglio e il peggio (che
poi sono interscambiabili) della scena grunge
statunitense proveniente in sottofondo dal salotto, che si è visto i
Muse in terza superiore più per una paranoia di sua madre che per
reale interesse, che non ha nemmeno provato l’imbarazzo di girare
dieci minuti attorno al distributore di preservativi prima di avere
campo libero per fare l’intimo acquisto. E me lo immagino all’arena
di Verona respirare finalmente un respiro di sollievo: avere una
reazione, una botta di reni e andarsi a sentire la sua musica di
merda

preferita. Per giunta di nascosto da mamma e papà e dalla loro orgia
di tolleranza. Io non ci trovo nulla di strano. Anzi, per certi versi
spero perseveri, recuperando la clandestinità e l’anarchismo perduto
– che Rovazzi e i Thegiornalisti non sono mai stati così punk.