andsomefoolishstuff:

Era un sabato mattina, non una domenica.

Era un sabato mattina e facevo colazione con mia madre in cucina. Il tavolo appoggiato lungo il muro della cucina, dove sta tuttora, e mia madre seduta (incastrata) al suo solito posto, sulla sedia tra il tavolo e la credenza. Tra di noi, sul tavolo, un cesto di patate.

Consumavo la colazione in silenzio, in accordo col clima della casa, e cazzeggiavo annoiato con le patate del cesto. Ne trovo una di quelle che sembrano più patate insieme, con quelle forme del cazzo che ti ricordano sempre qualcosa, basta trovare il modo giusto di guardarle.

La giro, la rigiro. La studio. La guardo da sotto, da sopra. Mia madre si accorge che sto facendo lo scemo. Mi guarda attenta.

Sollevo la patata tenendola per uno dei tre estremi, guardo mia madre, e con la faccia da tenerone le dico: “Guarda, un cuore”, e faccio gli occhi dolci.

Mia madre, tutt’altro che sdolcinata, mette la faccia di chi si aspettava chissaché e ha visto la solita moneta spuntare dal solito orecchio e fa: “ah, bello.”, e fa per tornare alla sua colazione.

“Oppure… ”, faccio io, girando la patata sottosopra.

Aspetto che rialzi lo sguardo.

“Un paio di balle fruste.”

La guardo aprirsi e cominciare a ridere di gusto, la mia faccia da poker si rompe e comincio a ridere anch’io.

Mentre ridiamo come non succede da mesi, mio padre entra in cucina. E io mi blocco. 15 secondi, un’eternità in cui tutto torna alla realtà. La malattia, la distanza, il silenzio.

Mia madre è ancora allegra. “Fai vedere anche a papà.”

Con poca convinzione mi accingo a rifare la scena: “Guarda, un cuore.”, e vedo mio padre fare la stessa smorfia di mia madre (e qui ci starebbe una bella disserzione su come due persone che vivono una vita assieme mutuino comportamenti uno dall’altro e che se non ci sei dall’inizio non saprai mai chi da chi), poi il colpo di teatro.

E incredibilmente, in modo completamente inaspettato, vedo mio padre cominciare a ridere. A ridere davvero. Per me.

In mezzo a tutto quello che è successo, l’ultimo ricordo che ho di mio padre vivo è quella risata in cucina, un sabato mattina di cinque vite che stavano per cambiare radicalmente.

Non ci sono più state risate così.

Vienna: primo giro in bici.

spaam:

Dovevo andare al Conrad, una catena che vende roba di elettronica. Distanza da casa 4,7km, tempo di percorrenza in bici, 32 minuti.

Passo davanti al museo di Freud. Proprio lì davanti, seduto su una panchina, c’è Freud.
A quel punto inizia la prima vera salita.

A differenza di Berlino, Vienna non è in piano e questo significa che all’andata (o al ritorno), sarà come farsi una tappa di montagna, altro che il giro del lago di Bracciano che si fa @masuoka.

Ora capisco perché ci vuole mezz’ora per fare meno di 5 km in bicicletta.

Pedalo a testa bassa sperando in un ictus per mettere fine alla mia sofferenza.

Ogni strada ha la ciclabile anche se in alcuni tratti coincide con la corsia per bus e taxi. Poco dopo mi trovo appunto un bus dietro di me che chiede strada. Vorrei aumentare la pedalata ma sono già al massimo e riguardo l’ictus, scherzavo.

Le ragazze di Vienna sorrido tutte quante, qualcuna, poi, fa anche il gesto di simulare un pompino con la mano, mentre gonfia ritmicamente la sua guancia con la lingua. Ma io tanto sto a capoccia bassa, soffrendo e sudando come un condannato a morte.

Arrivato al Conrad, dopo 43 minuti (sono molto fuori allenamento), per la gioia di essere vivo, compro tutto quello che mi serviva più uno stereo. Lo lego dietro la bici, sopra il seggiolino del piccolo.

Al ritorno tanto è tutta discesa.

Felice, scendo senza mai più toccare i pedali della bici, salutando i passanti, scattando foto, schizzando sperma agli incroci.

Sulla corsia preferenziale, questa volta, dietro di me si piazza un taxi. A differenza del bus, mi sorpassa subito nonostante io faccia di tutto per complicargli la vita al punto che, una volta passato, strilla qualche cosa inerente a mia madre e i pompini, ma non ne colgo il nesso.

Passo davanti al centro storico, lì dove c’è il parlamento, il municipio, un palazzo reale, i giardini e la pizzeria Viva Venezia, vera cucina italiana. Fuori, in piedi, un turco con una coccarda tricolore sul camice.

I turisti mi guardano passare e pensano “vedi i viennesi? Usano la bici pure per andare a fare shopping.” I viennesi, invece, mi guardano passare e pensano “berlinesi del cazzo, usano la bici pure fare shopping!”. Io mi vedo passare riflesso ad una vetrina e penso “ma una macchina no?”

Fermo al semaforo noto i cartelli stradali che indicano le direzioni del raccordo. A Roma sono Firenze/Napoli, a Berlino Leipzig/Hamburg e qua Praga/Budapest. Grazie al cazzo direte voi; lo so, ma a me fa caso. A 100 km non c’è più Orvieto ma Bratislava.

La bici cigola allegramente fino a casa. È sabato pomeriggio e alle 18 è già tutto chiuso e ci siam scordati di fare la spesa, Madonna maiala. Ma questa è un’altra storia.