Dovevo andare al Conrad, una catena che vende roba di elettronica. Distanza da casa 4,7km, tempo di percorrenza in bici, 32 minuti.
Passo davanti al museo di Freud. Proprio lì davanti, seduto su una panchina, c’è Freud.
A quel punto inizia la prima vera salita.A differenza di Berlino, Vienna non è in piano e questo significa che all’andata (o al ritorno), sarà come farsi una tappa di montagna, altro che il giro del lago di Bracciano che si fa @masuoka.
Ora capisco perché ci vuole mezz’ora per fare meno di 5 km in bicicletta.
Pedalo a testa bassa sperando in un ictus per mettere fine alla mia sofferenza.
Ogni strada ha la ciclabile anche se in alcuni tratti coincide con la corsia per bus e taxi. Poco dopo mi trovo appunto un bus dietro di me che chiede strada. Vorrei aumentare la pedalata ma sono già al massimo e riguardo l’ictus, scherzavo.
Le ragazze di Vienna sorrido tutte quante, qualcuna, poi, fa anche il gesto di simulare un pompino con la mano, mentre gonfia ritmicamente la sua guancia con la lingua. Ma io tanto sto a capoccia bassa, soffrendo e sudando come un condannato a morte.
Arrivato al Conrad, dopo 43 minuti (sono molto fuori allenamento), per la gioia di essere vivo, compro tutto quello che mi serviva più uno stereo. Lo lego dietro la bici, sopra il seggiolino del piccolo.
Al ritorno tanto è tutta discesa.
Felice, scendo senza mai più toccare i pedali della bici, salutando i passanti, scattando foto, schizzando sperma agli incroci.
Sulla corsia preferenziale, questa volta, dietro di me si piazza un taxi. A differenza del bus, mi sorpassa subito nonostante io faccia di tutto per complicargli la vita al punto che, una volta passato, strilla qualche cosa inerente a mia madre e i pompini, ma non ne colgo il nesso.
Passo davanti al centro storico, lì dove c’è il parlamento, il municipio, un palazzo reale, i giardini e la pizzeria Viva Venezia, vera cucina italiana. Fuori, in piedi, un turco con una coccarda tricolore sul camice.
I turisti mi guardano passare e pensano “vedi i viennesi? Usano la bici pure per andare a fare shopping.” I viennesi, invece, mi guardano passare e pensano “berlinesi del cazzo, usano la bici pure fare shopping!”. Io mi vedo passare riflesso ad una vetrina e penso “ma una macchina no?”
Fermo al semaforo noto i cartelli stradali che indicano le direzioni del raccordo. A Roma sono Firenze/Napoli, a Berlino Leipzig/Hamburg e qua Praga/Budapest. Grazie al cazzo direte voi; lo so, ma a me fa caso. A 100 km non c’è più Orvieto ma Bratislava.
La bici cigola allegramente fino a casa. È sabato pomeriggio e alle 18 è già tutto chiuso e ci siam scordati di fare la spesa, Madonna maiala. Ma questa è un’altra storia.