Kyiv! Kiev! er…you got my point.

theuserformerlyknownasscas:

Prendi due italiani a caso. Lasciali per un anno in balia di innumerevoli ucraini che, una volta scoperto che i due italiani stanno facendo un pensierino sul passarsi una settimana in Ucraina, ti riempiono onedrive e mail aziendali di suggerimenti, guide di viaggio e liste di locali assolutamente da visitare. 

Prendi un ulteriore pazzo ucraino che, preoccupato per la salute mentale dei suoi coinquilini, si preoccupa di dare una mano con le ultime prenotazioni (”EHI, ma perché il sito delle ferrovie ucraine non è tradotto in russo O IN INGLESE?”).

Sapendo che questi erano i presupposti, e che Italians non aveva mai avuto l’onore di spingersi a est della zona Schengen, non poteva che essere un successone. 

Gli ucraini socievoli hanno fatto l’impossibile per convincerci che Lviv (o Lwow, o Lvov, o Leopoli, o come cazzo preferite) valesse bene una messa. 

Non che avessero torto, anzi. 

Come tutte le città che not so long ago erano asburgiche, abbiamo passato tre giorni a girovagare per un centro storico tenuto come un gioiellino, tra localetti galiziani (non la Galizia spagnola, la Galizia mitteleuropea), palazzi italiani nascosti intorno alla piazza centrale, chiese greco cattoliche meravigliose e panorami mozzafiato dall’alto del castello della città. 

L’unico indizio del fatto che non fossimo a Breslavia è stato il meraviglioso incontro con l’idea della marshrutka, concetto alienissimo a chiunque creda nelle norme UE (con sommo divertimento dei miei compagni di sventura russisti, che si son divertiti a terrorizzare Italians con racconti dell’orrore di marshrutke che perdevano la pavimentazione mentre scorrazzavano per le periferie di Mosca – true story). 

Ma Lviv, con il suo profumo di caffè che invade l’aria, con le sue stradine di ciottoli ha decisamente fatto colpo. 

Poi Italians ha chiesto “ma Kiev è simile a Lviv?” – e la risata della Soviet ha sconquassato l’aere. 

Ok, sono ingiusta: io sapevo già cosa aspettarmi. Anzi, non vedevo l’ora. Perché per quanto ami la globalizzazione alla Franz Joseph (e il fatto che da Venezia a Cracovia si riesca a mangiare una schnitzel fatta con i controcazzi), il mio cuore bramava la giungla di asfalto post-sovietica, le sue fermate della metro, i monumenti dorati che brillano di luce accecante e le cupole delle mille chiese ortodosse. 

E anche se Kiev al momento è un forno a cielo aperto dove si toccano i quaranta gradi in scioltezza, anche se la mappa del centro è grande come quelle dei sottomarini sovietici, anche se la media di chilometri macinati al giorno si attesta sui trenta….dio, quanto mi era mancata.

La buona notizia per Italians è stata che, conoscendo già la città, e sapendo che c’era un altissimo rischio di ritrovarsi a fare infinite scarpinate in salita (ciao, torrida estate del 2012), mappa alla mano siamo riusciti a evitarci il peggio. 

Per il resto, ho lasciato che Kiev lo stregasse come aveva fatto con me. Con le sue chiese dalle cupole scintillanti, con la statua di Bulgakov (rigorosamente abbracciata a orso once again with feeling), con il palazzo costruito dallo stesso italiano che ha progettato l’Ermitage (che mi dicono essere la residenza del presidente della repubblica, chiamalo fesso). 

Con Maidan Nezalezhnosti, che mezza europa conosce solo per le proteste in piazza e ben pochi conoscono per la sua bellezza mozzafiato. 

Con quella combinazione di monumenti dei tempi sovietici andati e con i monumenti del glorioso passato della Rus’ di Kiev, quando Vladimiro il santo decise che la cristianizzazione dell’Ucraina sarebbe stata cosa buona e giusta (io dissento, ma potrei avercela ancora a morte con il tizio per l’esame di lingua russa che ancora non ho mandato giù). 

Oltre a tutto questo, poi, c’è il lato che Italians non ha colto, celato da scritte in cirillico e pubblicità nella metro. 

Perché vedete, gli ucraini socievoli erano tutti concordi su una cosa: a Lviv lasciate perdere il russo, non lo capiscono, non lo vogliono capire, probabilmente ve menano. comprensibile, cosa già risaputa, ci arrangeremo altrimenti. 

Anche se questo voleva dire chiedere informazioni in inglese, ricevere risposte stentatissime, provare in russo e riuscire a ottenere risposte comprensibili. (a nostra parziale discolpa, l’hotel era fuori dal centro, e sperare che la vecchina del produkty parlasse inglese era un po’ eccessivo). 

A Kiev, liberi tutti. 

Oddio, circa. 

Considerando che tra il 2012 e il 2017 c’è stato lo scoppio di una guerra, un’intera parte dell’Ucraina non più raggiungibile in modi leciti e un generalizzato sentimento di russia vaffanculo, non che sia così incomprensibile. 

Inoltre, vedere i manifesti che invitano a passare all’ucraino “una lingua per una nazione unita” e soprattutto “ la nostra difesa contro l’aggressione” non ti fanno sentire proprio benissimo quando ti ritrovi a chiedere qualcosa in russo.

(e ps, l’inglese non era proprio sempre un’opzione percorribile). 

But anyway, tentar non nuoce, soprattutto se, come nel caso della Soviet, è abbastanza ovvio che non si è russi, ma al massimo georgiani. O ceceni. In ogni caso, gente a cui sta sul cazzo la Russia ugualmente. 

Anche se l’episodio più divertente in assoluto resta questo:

Reception dell’hotel

“Hi, I lost a folder with all the tickets I printed out with reservations and train tickets…did you find it?”

Risposta:

“Do you want to leave your baggage? U.u” (si gira verso la collega, le dice “Io non ho capito”. In russo). 

Soviet: Я ПОТЕРЯЛА ПАПОЧКУ, прозрачную с моими билетами!!!!” 

Receptionist: “ah, ecco”. 

E vabbè. 

Da rifare, decisamente.